Narcotraffico, il “modello Gioia Tauro” sbarca al porto di Catania: così i broker di Siderno controllavano i terminal
Lo Stato commissaria la logistica del porto per recidere il legame strutturale tra i clan siciliani e i trafficanti calabresi

LAMEZIA TERME Schema identico, stesso “know-how”: container modificati, carichi di frutta tropicale e dipendenti infedeli pronti a intervenire nell’ombra delle banchine al momento dell’attracco. È uno degli aspetti che contraddistingue l’indagine che ha portato all’amministrazione giudiziaria delle unità locali della società Europa Servizi Terminalistici (E.S.T.) s.r.l. nei porti di Catania e Augusta. L’inchiesta – coordinata dalla Dda di Catania guidata dal procuratore Francesco Curcio – rivelerebbe infatti un sistema di infiltrazione che ricalca fedelmente il modello già visto e molto ben collaudato nel porto di Gioia Tauro, uni dei più grandi hub del narcotraffico, così come raccontano le cronache quasi quotidiane, fatte di sequestri di grandi carichi di cocaina.
Il porto di Catania
Quello individuato nel porto di Catania è per gli inquirenti l’ultimo tassello di un puzzle costruito da un vero e proprio network, capace di far sparire oltre 110 chili di cocaina dal tetto di un container sotto gli occhi delle autorità, trasformando la banchina siciliana in un terminal privilegiato per le grandi holding della droga. Già perché la misura – firmata dalla presidente Maria Pia Urso e dalle giudici Scirè e Matta – non nasce dal nulla. Risale ad un anno fa esatto l’ordinanza cautelare del gip che portò in carcere il presunto broker di Siderno, Giuseppe Curciarello, e i terminalisti della famiglia Sanfilippo. Un’inchiesta che, secondo l’accusa, avrebbe svelato «il patto tra la Locride e il porto etneo». Con l’ultima misura, però, la magistratura catanese fa un passo avanti in questa direzione, puntando non solo ai soli presunti trafficanti, ma mette sotto tutela l’intera operatività dei terminal attivi nel porto dell’est Sicilia.
I summit tra Rosarno e Siderno
Il messaggio che filtra dall’inchiesta della Dda è chiaro: l’azienda era «diventata uno strumento nelle mani dei clan, una ‘zona grigia’ dove logistica e narcotraffico si erano fusi». A confermare la solidità dell’asse calabro-siculo sono i verbali dei collaboratori di giustizia e le attività di osservazione della Guardia di Finanza, che hanno documentato summit riservati avvenuti proprio nel cuore della Piana con presunti contatti diretti avvenuti con soggetti vicini alle storiche famiglie calabresi di ‘ndrangheta come i Molè. Al centro delle discussioni, la “sicurezza” degli scali e, in questo caso, quello di Catania utilizzato non a caso, ma quasi per una «necessità strategica» dai broker del narcotraffico della Locride. Secondo l’indagine, infatti, quando la pressione delle forze dell’ordine a Gioia Tauro diventava asfissiante, i carichi venivano dirottati all’ombra dell’Etna, dove la disponibilità di “uomini fidati” all’interno dei terminal garantiva un porto sicuro per il recupero della cocaina.
La “bonifica” dei terminal
Ma la vera forza del sistema non risiedeva solo nei nomi dei singoli, quanto nella permeabilità della struttura logistica. Secondo i magistrati, il metodo utilizzato per estrarre la droga dai container “reefer” – un servizio pagato dai clan con una provvigione che arrivava fino al 40% del valore del carico – era diventato una prassi consolidata, un «tariffario della corruzione» secondo l’accusa che non si sarebbe esaurito con gli arresti dei Sanfilippo o del broker Curciarello avvenuti un anno fa. Proprio per questo, la sezione Misure di Prevenzione ha deciso per l’amministrazione giudiziaria: una “bonifica” necessaria per impedire che, una volta usciti di scena i vecchi protagonisti, la ‘ndrangheta e i clan locali possano trovare nuovi varchi e nuovi complici tra le banchine del porto.
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