’Ndrangheta, il “colabrodo” dell’Alta sicurezza: ordini, cellulari e vendette dei Manfredi da dietro le sbarre
Dalla rissa nel carcere di Rovigo ai telefoni introdotti a Viterbo: così i boss di Isola gestiscono i rapporti di forza tra i detenuti

CROTONE Nell’ambito dell’operazione “Libeccio”, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro con 19 arresti tra Crotone e Isola Capo Rizzuto per reati legati a traffico di droga ed estorsioni, emergono anche dinamiche interne al circuito carcerario che fotografano i rapporti di forza tra soggetti legati alla criminalità isolitana. Tra gli episodi ricostruiti dagli investigatori figura una violenta lite avvenuta nel luglio 2024 nel carcere di Rovigo tra Francesco Riillo, Antonio Manfredi e Salvatore Arena, tutti ritenuti appartenenti al locale di Isola Capo Rizzuto. La vicenda è documentata da intercettazioni telefoniche e da riscontri acquisiti dagli inquirenti, tra cui referti sanitari e immagini di videosorveglianza dell’istituto penitenziario. Secondo l’ordinanza cautelare della Dda di Catanzaro, coordinata dal sostituto procuratore Paolo Sirleo, l’episodio mostra anche il ruolo esercitato dall’esterno da Pasquale Manfredi, detto Scarface, nella gestione delle tensioni tra detenuti.
L’insulto e la lite tra detenuti
La vicenda emerge da una telefonata del 26 luglio 2024 tra Luigi Manfredi e il padre Pasquale Manfredi, nella quale il primo riferisce quanto accaduto al fratello Antonio Manfredi nel carcere di Rovigo.
Secondo il racconto, la lite sarebbe nata durante una conversazione tra detenuti. Francesco Riillo, alla presenza di altri compaesani tra cui Salvatore Arena, avrebbe insultato Antonio Manfredi, dicendogli che era «più stupido di suo padre». L’offesa, percepita come un attacco diretto anche alla figura paterna, avrebbe provocato la reazione di Manfredi.
Nel ricostruire la scena al padre, Antonio Manfredi spiega che tutto sarebbe iniziato durante un momento di socialità tra detenuti: «Eravamo tutti i paesani a parlare… e lui mi ha detto: “Ma statti zitto che tu sei più stupido di tuo padre”».
Dopo l’episodio, Antonio Manfredi avrebbe deciso di chiarire la questione convocando Riillo nella propria cella. Con lui era presente Salvatore Arena, che secondo il racconto avrebbe tentato inizialmente di mediare.
L’aggressione nella cella
Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, Riillo entra nella cella occupata da Manfredi e Arena. Gli altri detenuti presenti escono dalla stanza e la porta blindata viene chiusa. A quel punto il confronto degenera rapidamente. Manfredi racconta di aver rimproverato Riillo per l’offesa rivolta al padre: «Se ti sei permesso ora, non ti devi permettere mai più di prendere mio padre in bocca». Il dialogo però si interrompe quando Riillo si alza e compie un gesto interpretato come minaccioso. Da lì scatta l’aggressione. Manfredi descrive così l’escalation: «Ho preso una sedia e gliel’ho buttata al collo… poi ho preso le cose che avevo in tasca e gliel’ho menate addosso». Secondo gli atti dell’indagine, Riillo viene colpito e ferito con un oggetto da taglio, riportando lesioni al braccio e altre contusioni. La Direzione della Casa circondariale di Rovigo, attraverso la documentazione acquisita dai carabinieri, ha confermato che il detenuto Francesco Riillo fu trasportato in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale cittadino.
Il referto parla di ferita da taglio all’avambraccio sinistro con esposizione muscolare, lesione superficiale al torace, ecchimosi al volto e trauma cranio-facciale non commotivo, con prognosi di 15 giorni.
Le indicazioni di Pasquale Manfredi
Le intercettazioni mostrano anche il ruolo di Pasquale Manfredi, che dopo essere stato informato della vicenda contatta il figlio detenuto per dettare la linea da seguire. Da un lato invita alla cautela e a tentare una soluzione diplomatica, dall’altro lascia intendere possibili conseguenze se la vicenda dovesse proseguire. Al figlio consiglia di cercare un confronto con Riillo e di chiudere la questione senza ulteriori tensioni: «Prendilo con le buone e cerca di chiudere il discorso bello pulito». Ma nello stesso tempo lo mette in guardia da eventuali ritorsioni e gli suggerisce di restare pronto a difendersi, chiedendo anche l’appoggio di Salvatore Arena e degli altri detenuti presenti nella sezione.
Il trasferimento e la rete di contatti
Dopo l’episodio, i tre detenuti vengono trasferiti per motivi di sicurezza: Antonio Manfredi dal carcere di Rovigo a Viterbo, Francesco Riillo a Civitavecchia e Salvatore Arena a Voghera. Le intercettazioni successive evidenziano l’attivazione di una rete di contatti per garantire protezione al giovane Manfredi nella nuova destinazione carceraria. Secondo gli investigatori, Luigi Manfredi si sarebbe mosso per assicurare al fratello appoggi tra detenuti calabresi e campani presenti a Viterbo, arrivando anche a procurargli rapidamente un telefono cellulare e coinvolgendo persone in grado di favorirne l’inserimento nel nuovo istituto. Per la polizia giudiziaria, questa dinamica dimostra come – nonostante la detenzione in strutture diverse – i soggetti coinvolti riescano comunque ad attivare rapidamente una rete di relazioni e sostegno all’interno del circuito penitenziario, elemento ritenuto significativo nell’ambito dell’indagine “Libeccio”.
Curcio: «Organizzazione guidata dal carcere, serve una profonda riflessione»
L’episodio ricostruito nell’ordinanza è uno dei tanti che, secondo gli inquirenti, si inserisce in un quadro più ampio che riguarda la capacità delle cosche di continuare a gestire relazioni e interessi anche dall’interno delle carceri. Nel corso della conferenza stampa sull’operazione “Libeccio”, il procuratore della Dda di Catanzaro Salvatore Curcio ha sottolineato proprio questo aspetto, definendolo uno dei dati più preoccupanti emersi dall’indagine. «Quella di oggi è un’operazione che si ricollega ad altre indagini sulla ultrattività del Locale di Isola Capo Rizzuto – ha detto Curcio – che si caratterizza per estorsioni, disponibilità di armi e i classici indici rivelatori di una cosca, come la bacinella o cassa comune. Ma la caratteristica principale di questa organizzazione è il fatto che era diretta e organizzata da detenuti e da detenuti in regime di alta sicurezza: questo è un campanello di allarme». Il procuratore ha poi evidenziato come i vertici del sodalizio criminale riuscissero a mantenere contatti sia all’interno che all’esterno degli istituti penitenziari. «I vertici del Locale di Isola Capo Rizzuto interloquivano all’interno e all’esterno delle carceri – ha aggiunto Curcio – e questo dato conferma che l’alta sicurezza attualmente è inadeguata a garantire l’impermeabilità. Serve una profonda riflessione. Sappiamo che la questione è conosciuta a livello di ministero e dell’amministrazione penitenziaria e auspichiamo che quanto prima ci sia un intervento concreto». (f.v.)
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