‘Ndrangheta a Limbadi, le armi da «distruggere» e le mire di Ascone sui terreni agricoli
Nella requisitoria la pm Annamaria Frustaci traccia il profilo di Salvatore Ascone. Dalla tentata estorsione ai reati relativi alla detenzione delle armi

VIBO VALENTIA Tentata estorsione per cercare di ottenere alcuni terreni e detenzione di armi. Sono le accuse che la Procura contesta a Salvatore Ascone, imputato nel maxiprocesso che riunisce Maestrale, Olimpo e Imperium contro le cosche di ‘ndrangheta del Vibonese. La pm Annamaria Frustaci nell’udienza di giovedì scorso ha trattato la sua posizione nella requisitoria finale che si sta svolgendo di fronte il collegio presieduto da Rossella Maiorana presso il nuovo Palazzo di Giustizia di Vibo Valentia. Ascone è, tra le altre cose, accusato di concorso nell’omicidio di Maria Chindamo, l’imprenditrice di Laureana di Borrello uccisa a Limbadi il 6 maggio 2016. Per questa accusa il processo prosegue in Corte d’Assise, mentre il pm ha esposto nell’ambito del filone ordinario di Maestrale le accuse relative alle tentate estorsioni e alla detenzione di armi.
Le mire sui terreni
In particolare, la pm ha ricostruito gli interessi che Ascone, ritenuto vicino al clan Mancuso, avrebbe avuto sui terreni di Limbadi. Non solo quello di Maria Chindamo, come ipotizzato dalla Dda nella parte relativa all’omicidio, ma anche su quello di altri abitanti del paese. Frustaci ha ripercorso la presunta tentata estorsione che Ascone avrebbe fatto a una donna, alla quale sarebbe arrivata inizialmente offerta di compravendita del terreno per una cifra di «120 mila euro in nero». Al rifiuto da parte della proprietaria, ci sarebbe stato un «tentativo reiterato di occupare quel terreno» ricostruito tramite denunce della stessa donna e intercettazioni. La vittima, ricorda la pm, «ha riferito di come Ascone fosse in possesso delle chiavi dei cancelli di accesso senza che nessuno avesse fornito l’autorizzazione».
I reati relativi alle armi
L’accusa si è poi concentrata sui reati relativi alla detenzione di armi. Frustaci ha elencato le varie conversazioni captate all’interno della famiglia in cui si sarebbe fatto più volte riferimento alle armi detenute. In una di queste, commentando le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, Ascone «avrebbe detto ai figli: “mi spaccano, distruggete tutto, qui arriva l’esercito”. E ancora: “C’è quella cosa, digli di distruggerla”» con reiterati insulti al pentito. «In quella intercettazione – ricorda la pm – dice: “di suo zio Luigi non parla”. Naturalmente era prima di avere contezza della complessità del dichiarato di Emanuele Mancuso perché di suo zio Luigi ha parlato eccome». Per l’accusa è rilevante la parte della “distruzione”, che farebbe riferimento appunto ad un’arma. E ancora – continua la requisitoria – in altre conversazioni si farebbe riferimento a una Beretta e ad una «a tamburo», per l’accusa un chiaro riferimento sempre ad un’arma detenuta illecitamente. «Noi riteniamo – ha aggiunto Frustaci chiedendo l’aggravante mafiosa – che in virtù delle vicende, anche intimidatorie, emerse nella ricostruzione complessiva della sua figura, non siano armi detenute a scopo personale, perché parliamo di una persona che è sistematicamente coinvolta in questi procedimenti». (ma.ru.)
Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato