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La conferenza stampa

‘Ndrangheta, Borrelli: «Arsenale dei Molè e armi da guerra pronte per scambi tra cosche» – VIDEO

Due persone in carcere e una ai domiciliari. Kalashnikov e bombe a mano erano nascosti nelle campagne. Le frizioni con la cosca Piromalli

Pubblicato il: 28/03/2026 – 13:17
di Paola Suraci
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‘Ndrangheta, Borrelli: «Arsenale dei Molè e armi da guerra pronte per scambi tra cosche» – VIDEO

REGGIO CALABRIA Un vero e proprio arsenale è stato scoperto nelle campagne di Gioia Tauro, collegato alla cosca Molè e con il territorio ancora ad alto rischio di escalation a causa della storica frattura con i Piromalli. Fucili automatici, kalashnikov, granate e bombe a mano: strumenti con cui la ’ndrangheta afferma il proprio potere e difende il proprio business, soprattutto quello degli stupefacenti, principale fonte di risorse finanziarie della criminalità organizzata locale. Il gip Andrea Iacovelli, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, ha disposto la custodia in carcere per Vincenzo Condello, 35 anni, e Salvatore Infantino, 39 anni, quest’ultimo figura chiave dell’indagine e destinatario dell’aggravante dal metodo mafioso per aver favorito la cosca Molè. Vincenzo Saverino, 43 anni, è stato posto agli arresti domiciliari. Tutti e tre sono riconducibili alla cosca Molè, egemone nel mandamento tirrenico.

L’indagine del Gico e le chat criptate

L’indagine, condotta dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria e dal Gico della Guardia di Finanza, è partita dall’analisi di chat criptate riconducibili agli arrestati. Conversazioni cifrate dalle quali è emersa la disponibilità di un vero e proprio arsenale da guerra, fotografato per essere venduto o scambiato con acquirenti spesso rimasti ignoti. Le immagini dei kalashnikov, confrontate con le armi sequestrate dai Carabinieri nel gennaio 2025, hanno permesso di accertarne la corrispondenza con quelle interrate nelle campagne di Gioia Tauro, mentre le impronte digitali rinvenute confermano che i tre gestivano di fatto un supermarket di armi, tra cui anche 600 grammi di tritolo proveniente dall’ex Jugoslavia e una pistola mitragliatrice tedesca della Seconda Guerra Mondiale. Al comando provinciale della Guardia di Finanza, in conferenza stampa, il procuratore distrettuale antimafia Giuseppe Borrelli, la sostituta Lucia Spirito, il comandante provinciale colonnello Agostino Tortora e il comandante del Nucleo Pef colonnello Vincenzo Ciccarelli hanno illustrato i dettagli dell’operazione.

Il procuratore Borrelli ha spiegato che, sebbene non sia stato possibile identificare tutti i soggetti coinvolti negli scambi, è verosimile che le armi siano passate tra diverse cosche. «A prescindere da questo – ha detto Borrelli – il numero e la varietà delle armi era tale da costituire un arsenale a disposizione anche di altri gruppi criminali alleati tra loro. Molte armi erano di provenienza balcanica, dimostrando come le cosche abbiano rapporti con la malavita di altri paesi. Le aree di guerra nel Mediterraneo rappresentano bacini di fornitura noti, ma questo sequestro costituisce ulteriore conferma di quanto già sappiamo». Sulla contestazione dell’aggravante mafiosa, Borrelli ha chiarito che essa è stata elevata sulla base di dichiarazioni di collaboratori di giustizia e di intercettazioni che attribuivano a Infantino un ruolo specifico nella cosca Molè, in particolare nella custodia delle armi, senza riguardo alle singole armi sequestrate. La sostituta Spirito ha aggiunto che le armi sequestrate erano nascoste in bidoni nelle campagne e che alcune erano già state fotografate nelle chat criptate tra il 2020 e il 2021, poi ritrovate nel 2025. «Abbiamo accertato che i tre arrestati detenessero questo arsenale sin dal 2020 – ha spiegato Spirito – e la varietà, l’elevatissimo numero e la capacità offensiva delle armi erano del tutto sproporzionati rispetto al fabbisogno criminale di tre persone, benché inserite in un contesto organizzato. Le armi erano detenute nell’interesse della cosca Molè, operante a Gioia Tauro».

I rapporti con la criminalità balcanica

Il colonnello Ciccarelli ha sottolineato la pericolosità dell’arsenale: «Armi di ogni tipo, quindi armi comuni da sparo, armi da guerra, esplosivi, bombe a mano e quant’altro. Molte di queste provenivano dai conflitti nella ex Jugoslavia, a conferma di un sistema criminale integrato che vede le organizzazioni locali avere rapporti diretti con la criminalità balcanica e dell’Est Europa. Parliamo di contesti criminali agguerriti e pericolosi, dove queste armi servono a consolidare il dominio sul territorio, a esercitare deterrenza e a difendere il business principale della cosca. Parliamo di contesti criminali agguerriti e pericolosi, che vanno contrastati, perché attraverso queste armi le organizzazioni criminali affermano il proprio dominio sul territorio, la deterrenza e fanno conoscere agli altri clan il potere esercitato dalla cosca, che dispone di capacità militare internazionale e con queste armi difende il business principale, sostanzialmente quello degli stupefacenti, che permette di acquisire la maggior parte delle risorse finanziarie. In questo caso custodire armi così pericolose e numerose è assolutamente necessario, perché sono strumento tramite il quale la cosca afferma la propria forza e controllo sul territorio, ma anche un presidio difensivo imprescindibile in caso di attacchi».

Le frizioni tra i Molè e i Piromalli

Il quadro dell’inchiesta deve essere letto anche in relazione alle frizioni tra Molè e Piromalli. La storica faida, aperta nel 2008 con l’omicidio del boss Rocco Molè, non si è mai ricomposta e intercettazioni raccolte negli anni confermano che la diffidenza è ancora viva. Stando all’analisi dei
magistrati che hanno intrecciato quanto emerso nell’inchiesta
con alcune intercettazioni registrate in questi anni in altre
indagini, infatti, la cosca Molé “si stava riorganizzando
militarmente – è scritto nelle carte – dotandosi di un arsenale
di armi al fine di tutelarsi e reagire più adeguatamente
rispetto ad eventuali ed ulteriori ‘azioni’ da parte della cosca
rivale dei Piromalli”. «Dal 2008 ci sono frizioni pesanti – ha concluso Borrelli – e la guerra tra le due cosche. Al momento non ci sono evidenze di una nuova faida, ma tutti conoscono la storia: il tempo dirà se la situazione evolverà». (redazione@corrierecal.it)

Le dichiarazioni del procuratore Borrelli:

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