Calabria, la reintroduzione dei sottosegretari, scelta strategica o errore di timing?
La riforma riapre un modello già sperimentato da Agazio Loiero e superato con Giuseppe Scopelliti. Ma oggi il contesto economico e politico è radicalmente cambiato

Non poteva davvero esserci momento peggiore di questo, in Calabria, per dare il via libera definitivo, in ossequio alla recente e molto contestata modifica dello Statuto della Regione, alla reintroduzione dei sottosegretari. Le forti turbolenze politiche generate dall’esito del referendum sulla giustizia, che ha agito da spartiacque spiazzando decisamente le coalizioni di governo (a Roma e a Catanzaro), hanno finito per rappresentare, come era naturale e forse anche prevedibile, il viatico meno indicato per la concretizzazione di una norma discutibile (già varata a suo tempo dal centrosinistra di Agazio Loiero e poi dismessa dal centrodestra di Giuseppe Scopelliti). E di cui la Calabria, regione avvinta da troppe problematiche irrisolte (sanità, crisi economica, disoccupazione, per citarne solo alcune), non avvertiva davvero il minimo bisogno.
Invece, a pochi mesi dal suo insediamento, la Giunta guidata da Roberto Occhiuto è andata dritta per la propria strada, statuendo, oltre all’allargamento dell’esecutivo ai sensi della nuova normativa nazionale, con l’ingresso di due nuovi assessori che presto si affiancheranno ai sette già in servizio, anche il ritorno sulla scena di una figura, quella dei sottosegretari appunto, tutt’altro che inedita per la massima istituzione regionale.
Alla base delle prevedibili e scontate polemiche seguite, anche sulla scorta dei contraccolpi economici e finanziari di una congiuntura interna e internazionale negativa, si staglia dunque questa figura istituzionale, già in servizio peraltro anche in altre Regioni, che in Calabria, nella circostanza specifica, assume quasi le fattezze di un’araba fenice risorta dalle proprie ceneri. I sottosegretari, stando a quanto stabilisce la norma voluta dalla maggioranza, coadiuvano il presidente della Giunta nello svolgimento dei compiti legati al suo mandato, anche mediante l’attribuzione di specifici incarichi, e partecipano alle sedute dell’esecutivo, sebbene privi del diritto di voto. Fin qui, si potrebbe dire, nulla di autenticamente sconvolgente.
Il discorso cambia però quando si entra nel territorio dei relativi impegni finanziari. In soldoni, gli incaricati costeranno più di 14 mila euro lordi mensili ciascuno e potranno dotarsi di strutture di collaborazione, con prevedibili ulteriori costi. Da qui allo scoppio del putiferio, come si può facilmente intuire, il passo è davvero breve e non del tutto indolore. La minoranza ha chiaramente gioco facile e picchia duro, arrivando a definire la legge appena approvata «inutile, vergognosa, oltraggiosa» e funzionale solo ad ampliare il perimetro del potere fine a sé stesso. Di più: tra pentastellati ed ex grillini, c’è chi annuncia la mobilitazione per sottoporre la norma a referendum tra i cittadini calabresi.
A fronte di ciò, a nulla pare sia servita la decisione, adottata dal centrodestra per correre ai ripari nell’ultima seduta del Consiglio regionale, attraverso la presentazione e l’approvazione di un emendamento che riduce sensibilmente la spesa quantificata inizialmente dai detrattori tra il milione e il milione e mezzo di euro annui. (redazione@corrierecal.it)
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