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‘Ndrangheta

«Le armi in caso di guerra con i Piromalli»: tritolo, kalashnikov e un detonatore. La Santabarbara della cosca Molè

Le parole del collaboratore di giustizia Furfaro nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare della Dda di Reggio Calabria

Pubblicato il: 06/04/2026 – 21:00
di Paola Suraci
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«Le armi in caso di guerra con i Piromalli»: tritolo, kalashnikov e un detonatore. La Santabarbara della cosca Molè

REGGIO CALABRIA Seicento grammi di tritolo proveniente dall’ex Jugoslavia. Un dispositivo telecomandato capace di far esplodere due auto blindate. Decine tra pistole e fucili d’assalto tipo kalashnikov, fotografati e scambiati in chat criptate. Non è il resoconto di un sequestro di guerra, ma quello che gli investigatori della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria hanno trovato nella disponibilità della cosca Molè di Gioia Tauro. Un arsenale che, nelle parole del procuratore Giuseppe Borrelli e della sostituta Lucia Spirito, non lascia spazio a interpretazioni: «Non è stato un rinvenimento di poco conto. Si tratta di una vera e propria Santabarbara. Erano nella loro disponibilità ma anche oggetto di vendita e rifornimento ad altre cosche». Tre gli arrestati — Vincenzo Condello, Salvatore Infantino e Vincenzo Saverino — ma è nelle carte dell’ordinanza che si trova la vera sostanza dell’inchiesta. Dichiarazioni di pentiti, intercettazioni e chat criptate che, messe una accanto all’altra, disegnano qualcosa di più di un traffico d’armi: il tentativo sistematico di una cosca di ricostruire la propria forza militare in vista di una guerra che, nella Piana di Gioia Tauro, non è mai davvero finita.

«È finito di giocare»: il discorso di un padre al figlio dodicenne

Per capire la profondità della frattura tra i Molè e i Piromalli bisogna tornare al 1° febbraio 2008, giorno dell’omicidio di Rocco Molè, all’epoca capo della cosca. Un delitto che, come si legge nell’ordinanza, «non solo aveva portato all’eliminazione fisica del potente capo cosca, ma aveva altresì determinato la neutralizzazione di fatto dell’intera cosca Molè», i cui vertici — i fratelli Girolamo detto “Mommo” e Domenico — erano entrambi detenuti, mentre i loro figli erano «troppo giovani per assumere la direzione della ‘ndrina, peraltro in un simile momento di fibrillazione». È in questo contesto che si inserisce uno dei passaggi più pesanti dell’intera ordinanza. Il 23 aprile 2008, poco più di due mesi dopo l’omicidio, gli investigatori intercettano un colloquio in carcere tra Girolamo Molè detto “Mommo” e il figlio Rocco, classe 1995, ancora dodicenne. Le parole che il padre rivolge al bambino sono riportate nelle carte dell’ordinanza, tratte dalla sentenza del Gup del Tribunale di Reggio Calabria dell’8 ottobre 2009, all’esito del giudizio abbreviato del procedimento denominato “Cent’anni di Storia”: «Mommo: vedi che io fino adesso ti ho parlato con il buono perché pensavo che mi capisci… tu… è finito di giocare… non esiste il gioco… mi dispiace… mi dispiace ma non c’è gioco… Rocco: ho capito… ho capito… Mommo: tu ormai… guarda… Moglie: non è che non deve giocare ma… deve trovare… Mommo: non deve giocare… non deve giocare… Mommo: sto puntando tutto su di te perché dico che sei quello più intelligente… lo so che ti piace… pure a me mi piaceva all’età tua… però non avevo questo problema… siccome c’è questo problema dobbiamo lasciare perdere il giocare… dobbiamo vedere solo la famiglia e basta… per te e per gli altri». In quel colloquio, secondo gli inquirenti, si registra anche «l’esplicita investitura di Rocco Molè cl. ’95 quale erede, a livello mafioso, del padre». Un bambino a cui viene ordinato di crescere in fretta, nell’interesse superiore della cosca. Sarà lui, anni dopo, al centro delle dichiarazioni del pentito Furfaro.

Il pentito e le armi per uccidere Luca Piromalli

Il passaggio più pesante sul piano investigativo arriva dal verbale di Arcangelo Furfaro, collaboratore di giustizia sentito dai magistrati il 18 marzo 2021. Stando a quanto riportato nell’ordinanza, Furfaro racconta di aver consegnato personalmente un consistente numero di armi a Rocco Molè, indicato dal padre Girolamo detto “Mommo” come nuovo referente apicale della cosca. Una scelta ragionata: il giovane era ritenuto «un ragazzo molto serio ed affidabile». Le armi — una micro-Uzi, una pistola calibro 9 CZ, due fucili lunghi calibro 12 — non erano una dotazione generica. Nelle carte dell’ordinanza, Furfaro è esplicito su destinazione e obiettivo: «Le armi che avevo fatto avere al giovane Molè dovevano servire in caso di guerra con i Piromalli. Progetto che prevedeva in primo luogo l’omicidio di Luca Piromalli». Parole messe a verbale anni prima degli arresti di questi giorni. Parole che, lette oggi accanto all’arsenale sequestrato, assumono un peso specifico diverso. Per gli inquirenti il filo è diretto: quello che Furfaro descriveva come un progetto bellico non è rimasto tale. Si è trasformato, nel tempo, in un deposito reale, con armi reali e 600 grammi di esplosivo militare di provenienza estera.

Infantino, detto “Testazza”: il soldato che preoccupava i Piromalli

Al centro dell’inchiesta c’è Salvatore Infantino, 39 anni, detto “Testazza”, l’unico dei tre indagati a cui la Dda contesta anche l’aggravante del metodo mafioso. Nelle carte dell’ordinanza il suo nome ricorre con una certa frequenza, sempre collocato in modo stabile nell’orbita operativa del clan. Il collaboratore di giustizia Domenico Ficarra, interrogato nel novembre 2025, lo inquadra con una frase secca: «era sempre lì, con i Molè, camminava con questa gente qua». Ma è l’intercettazione del 20 marzo 2021, contenuta nell’inchiesta Hybris e riportata integralmente nell’ordinanza, a restituire la misura del suo peso nel contesto criminale della Piana. Aurelio Messineo — ritenuto un fedelissimo del boss Giuseppe Piromalli detto “Facciazza” — e Rocco Delfino discutono a microfoni accesi dei nuovi equilibri criminali, nel contesto dell’imminente scarcerazione del vecchio boss dopo oltre vent’anni di carcere. Parlano di Antonio Molè detto “U Jancu”, che Messineo descrive come un giovane «spregiudicato, arrogante, tracotante» che «spesso tendeva ad invadere gli spazi della cosca Piromalli, travalicando i limiti della sua stessa potestà mafiosa». Ed è Delfino a citare i soldati su cui quel giovane può contare. Nelle carte dell’ordinanza, le sue parole sono riportate così: «Uno è il figlio di coso là.. di Rocco Musumeci.. al pontile della Tonnara.. quello che hanno arrestato.. ed una altro il figlio di Infantino.. ha due che.. vanno dove li manda.. e che non siano questi con la moto allora.. con lo scooterone.. inc.. ne ha due che vanno a tutte le parti.. li manda».

La polizia giudiziaria, come si legge nell’ordinanza, ha identificato i due uomini citati in Carmine Musumeci e Salvatore Infantino. Quest’ultimo, figlio di Domenico Infantino e primo cugino dello stesso Musumeci, è lo stesso che oggi si trova in carcere nell’ambito dell’inchiesta attuale. I due erano, secondo le carte, «entrati a far parte del gruppo mafioso Molè, nella piena ed incondizionata disponibilità del reggente della consorteria, Antonio Molè detto “U Jancu”». Una presenza che, stando a quanto emerge dall’intercettazione, generava nei due luogotenenti dei Piromalli una preoccupazione concreta: temevano «una possibile azione ritorsiva nei confronti del boss “Facciazza” ad opera delle spregiudicate giovani leve della ‘ndrina rivale, con la quale, dopo l’omicidio del reggente Molè Rocco in data 1.02.2008, i rapporti non si erano più ricomposti». Per gli inquirenti, Infantino deteneva le armi per «agevolare, conservare ed implementare la “forza militare” del Molè (e quindi conseguentemente il peso criminale dell’organizzazione nel suo complesso)» e per «arginare/superare la fase di fibrillazione operativa in cui versava il clan Molè alla luce della gravissima frattura con il clan Piromalli».

Una frattura mai sanata

Il filo che tiene insieme tutto risale dunque al 2008. Da quel momento in poi, come si legge nelle carte, le famiglie dei Piromalli e dei Molè — «un tempo federate e legate da un’alleanza sancita anche tramite matrimoni» — non hanno più ricomposto la frattura. La tensione è rimasta sotto la superficie, alimentata da episodi omicidiari e da una rivalità territoriale che non ha mai trovato composizione. L’ordinanza è esplicita nel collegare quella tensione all’arsenale sequestrato: la «silenziosa, ma perdurante tensione tra le due ‘ndrine gioiesi costituisce un’ulteriore indizio della riconducibilità delle armi alla cosca Molè». E ancora: la «gravissima frizione intercorsa tra le cosche Piromalli e Molè, contraddistinta da episodi omicidiari posti in essere nei confronti di esponenti della medesima cosca Molè, induce concretamente a ritenere non soltanto la natura violenta/conflittuale dei rapporti intercorrenti tra le due cosche, ma anche la dotazione militare da parte della cosca Molè di un importante arsenale di armi pronto ad essere utilizzato per esprimere le proprie ritorsioni/vendette».

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