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L’inchiesta “Hydra”

Il “dossier” Gioacchino Amico al summit mafioso e la mediazione di “Dollarino” con calabresi e siciliani. Lui «acchiappa e se ne va»

Debiti per centinaia di migliaia di euro, accuse di inaffidabilità e una soluzione a rate: così il “caso Amico” finisce davanti a un tavolo allargato del sistema mafioso lombardo

Pubblicato il: 07/04/2026 – 20:07
di Giorgio Curcio
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Il “dossier” Gioacchino Amico al summit mafioso e la mediazione di “Dollarino” con calabresi e siciliani. Lui «acchiappa e se ne va»

MILANO Non un incontro qualsiasi, ma un vero e proprio summit mafioso, uno dei tanti, convocato per provare a risolvere contrasti e tensioni sorte tra il gruppo Pace e Gioacchino Amico, all’epoca dei fatti ritenuto . È questo lo scenario che emerge dall’inchiesta Hydra della Dda di Milano. Da una parte ci sono presunti appartenenti al gruppo mafioso trapanese di Cosa nostra, dall’altra colui che gli inquirenti collocano nell’area della famiglia Senese, la camorra attiva in particolare a Roma. Oggi Amico, classe 1986 di Canicattì, è diventato collaboratore di giustizia, ma nelle carte dell’indagine il suo nome compare al centro di alcuni dei passaggi più delicati del presunto sistema mafioso lombardo.

Il summit di Cinisello

È il 31 marzo 2021. Siamo a Cinisello Balsamo, alle porte di Milano. Il clima tra i vari appartenenti al consorzio mafioso lombardo è incandescente. Sul tavolo c’è un enorme debito contratto da Gioacchino Amico nei confronti dei Pace e degli Abilone pari, secondo quanto emerge dagli atti, a 50 mila e 300 mila euro rispettivamente. Per questo al tavolo siedono anche altri soggetti di spessore criminale legati pure alla ’ndrangheta calabrese: Michele, Domenico e Bernardo Pace, Giovanni Abilone, Demetrio Tripodi, Francesco Bellusci ed Emanuele Gregorini, detto “Dollarino”. Nel corso della conversazione sopraggiunge anche Filippo Crea, al quale Gregorini ricorda di essersi già presentato a Roma, insieme a Vestiti. Proprio “Dollarino”, all’inizio del summit, ricorda ai presenti di essere il nipote di Michele Senese, spiegando come Giancarlo Vestiti appartenesse alla «famiglia nostra penso da… da 40 anni… io sono il nipote di Michele…». E fin dalle prime battute, osservano gli inquirenti, emerge anche il peso della presenza di Tripodi, considerato, all’interno delle dinamiche della cosca Iamonte, «fiduciario di Santo Crea e alter ego del figlio Filippo».



Amico «l’infame» per i Pace e Abilone

Come ricostruito dagli inquirenti, dal summit emerge una pessima considerazione di Gioacchino Amico, condivisa da più fronti. Tripodi, ricordando che prima di Gregorini ne avevano già preso le parti altre persone chiamate in causa dallo stesso Amico, ribadisce i termini degli accordi presi con Giancarlo Vestiti, definito “un fratello” da entrambe le parti, mentre il pagamento del debito si trascina ormai da due anni. Alla scoperta di un’esposizione molto più pesante del previsto, Bellusci e “Dollarino” restano sorpresi: «(…) noi queste cose le stiamo scoprendo adesso che non sapevamo niente, poi lui è venuto un’altra volta, noi sapevamo soltanto che… che poi era chiuso a 50…».
Ma non è tutto. A mettere in guardia Gregorini dalla figura di Gioacchino Amico sono poi Pace e Giovanni Abilone, che non esitano a definirlo «un infame». Già perché, secondo quanto emerge dal dialogo captato dagli inquirenti, dietro l’arresto di Vestiti ci sarebbe proprio Amico: «(…) tranquillo, al 100% perché Giancarlo non lo avrebbero preso mai… va be lasciamo perdere…». Una tesi che non sorprende Gregorini perché, a detta sua, aveva già letto su internet notizie sull’inaffidabilità di Amico, in relazione a un processo «per usura e altro a Canicattì dove Amico era testimone chiave dell’accusa, ma non si era presentato», si legge nelle carte dell’inchiesta.

«Amico acchiappa, acchiappa e se ne va…»

Come se non bastasse, secondo i Pace, Gioacchino Amico avrebbe avuto anche «buone disponibilità economiche», ma avrebbe preferito «giocarsi i soldi alle macchinette e comprare un terreno di 60.000 euro in Sicilia», sperperando il denaro invece di onorare il debito. Un ritratto durissimo, condensato in una frase ripetuta durante il summit: «(…) acchiappa, acchiappa, acchiappa e se ne va… acchiappa, acchiappa, acchiappa e se ne va…». Dal canto suo, Tripodi spiega a Gregorini di avere tollerato Amico solo per il rispetto nutrito dal gruppo nei confronti della famiglia Senese e, proprio in virtù di questo, di avere accettato la presenza dello stesso “Dollarino” al summit. «Emanuele… noi ti stiamo dando retta perché siete una famiglia seria e fai parte di una famiglia che noi rispettiamo se no… non è che c’è…».
Lo stesso Gregorini, parlando a tu per tu con i presenti e forte del peso dei Senese alle proprie spalle, da un lato si stupisce di come, pur a fronte di debiti del genere, Amico riesca ancora ad andare avanti, «(…) perché sono due anni che questo continua… che tutta questa gente gli dà questo peso hai capito…» e dall’altro si impegna a parlargli, chiedendogli un «impegno nel saldare i suoi debiti», annotano i pm della Dda di Milano. «(…) ma glielo dico in modo molto molto chiaro… molto molto chiaro glielo… gli dico ehi guarda io non posso più stare qua perché non posso…». E ancora: «I soldi io a Roma me li sudo… però sapete da voi che perdere 200 mila euro è poco intelligente no?!».



Il sostentamento in carcere e la vicinanza delle famiglie

Sul finire del summit, i presunti esponenti dei vari gruppi mafiosi cambiano argomento e affrontano la questione del sostentamento economico della famiglia di Giancarlo Vestiti, detenuto. Crea e Tripodi fanno sapere di essere pronti a sostenerla, soprattutto nel caso in cui la compagna, i figli o altre persone vicine a Vestiti dovessero perdere il lavoro, annotano gli inquirenti. Entrambi insistono su un punto: vogliono che il gruppo Senese sappia che, per quanto li riguarda, la disponibilità ad aiutare la famiglia c’è sempre stata, anche se in passato le loro offerte sarebbero state respinte.
Tripodi, in particolare, tiene insieme due piani: da una parte rivendica che ci sono soldi che devono essergli restituiti, dall’altra chiarisce che questo non cambia il loro atteggiamento verso la famiglia di Vestiti, perché su quel fronte si considerano comunque moralmente impegnati a dare una mano.
Alla fine della discussione Gregorini propone di rateizzare il pagamento, cioè di dividerlo in più tranche, precisando: «io garantisco sempre per la parte della famiglia». I presenti si dicono d’accordo e Bernardo Pace riferisce che avrebbe aggiornato anche Errante Parrino.

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