’Ndrangheta, game over per il latitante Federici. Gli iPhone in carcere e l’allarme per i nuovi pentiti
Le accuse della Dda contestate al 28enne di Vibo. Centinaia di chiamate verso familiari e fidanzata. E quel fucile nascosto nel magazzino

VIBO VALENTIA Ufficialmente era latitante dal 13 febbraio di quest’anno, ma la sua fuga non è durata neppure un paio di mesi. Ieri pomeriggio gli uomini della Guardia di finanza lo hanno arrestato nel centro di Vibo Valentia. Luigi Federici, classe 1998, è così tornato in carcere dopo essere riuscito a sottrarsi alla notifica di una misura cautelare, facendo perdere le proprie tracce subito dopo essere tornato in libertà. Il 28enne era ricercato perché coinvolto nell’inchiesta “Call Me” della Dda di Catanzaro, la stessa che lo scorso aprile aveva portato all’esecuzione di un’ordinanza cautelare nei confronti di 10 soggetti ritenuti intranei o contigui alla ’ndrina La Rosa di Tropea e dei territori limitrofi, dedita prevalentemente alle estorsioni ai danni di numerosi imprenditori operanti lungo la costa tirrenica.
Le comunicazioni telefoniche dal carcere
Ma non solo. Le indagini di polizia giudiziaria avrebbero infatti consentito di accertare come alcuni esponenti di rilievo del sodalizio, pur detenuti, riuscissero a comunicare con l’esterno grazie all’indebito utilizzo di apparecchi telefonici. In questo scenario, Federici è ritenuto dagli inquirenti un esponente di spicco delle cosiddette “nuove leve” della ’ndrangheta vibonese. Su di lui pesano i 18 anni di condanna inflitti in appello nel processo “Rinascita-Scott”, ma anche le nuove accuse emerse nell’inchiesta “Call Me”, incentrate proprio sul presunto utilizzo di telefoni cellulari in carcere per comunicare con l’esterno.
Centinaia di chiamate verso casa
Secondo l’accusa, infatti, Federici avrebbe contattato 495 volte la madre, Erminia Bisogni, e il padre, Francesco Federici, entrambi destinatari della chiusura indagini della Dda, per sapere cosa stesse accadendo fuori dal carcere, «con particolare riferimento alle dinamiche interne alla cosca», soprattutto in relazione alla scelta di alcuni esponenti della criminalità organizzata, come Michele Camillò e Antonio Cannatà alias “Sapitutta”, di collaborare con la giustizia. Ma c’è di più. Sempre secondo gli inquirenti, quelle conversazioni sarebbero servite anche a minimizzare le conseguenze negative delle eventuali dichiarazioni dei collaboratori, «a screditarli e a evitare riscontri investigativi, minandone la credibilità». Inoltre, Federici avrebbe contattato 1.426 volte la fidanzata, Ilenia Vetromilo, classe ’87 di Lamezia Terme, anche lei raggiunta dalla chiusura delle indagini. Dall’inchiesta è emerso inoltre che, nel gennaio 2021, durante una perquisizione in cella, Federici venne trovato in possesso di due iPhone.
Le preoccupazione per i nuovi pentiti
Ciò nonostante – si legge nel provvedimento – con altri cellulari e con una sim sottoposta a monitoraggio «Federici era solito fare chiamate non autorizzate ai familiari, e specificamente sono state censite 499 telefonate sull’utenza della madre e 1246 alla fidanzata». Nel settembre 2020, in una conversazione intercettata, Luigi Federici parla con i genitori delle dichiarazioni dei nuovi collaboratori di giustizia. Si fa riferimento a “Sapitutta”, descritto come uno che «si è buttato», cioè che ha deciso di collaborare. Federici chiede al padre conferma di notizie che riceve in carcere in modo frammentario, sia da altri detenuti sia attraverso le prime notizie lette online, e per questo lo invita a informarsi meglio. Dalle conversazioni emerge anche un altro elemento: le telefonate avvengono spesso di sera, verosimilmente dopo i controlli delle guardie penitenziarie. Quando chiama la madre, Federici si fa passare quasi sempre il padre, spesso svegliandolo. I tre parlano così dei nomi dei collaboratori, tra cui «Michele u Mangana», con riferimento ai Camillò, mentre la madre cerca di rassicurarlo dicendo che, almeno in quel momento, si tratterebbe ancora soltanto di voci che circolano in città e non di notizie certe.
Il fucile nascosto in garage
Qualche giorno dopo, il 4 settembre 2020, Federici invita il padre ad andare nel magazzino e a prendere quelle «due latte di pittura» per poi «buttarlo». Proprio quest’ultima espressione, osservano gli inquirenti, assume rilievo: il verbo viene usato al singolare, nonostante il riferimento apparente fosse a due contenitori. In seguito, Federici torna sull’argomento e chiede al padre conferma di aver fatto quanto gli aveva chiesto. Il senso reale di quelle indicazioni emergerebbe poco dopo. Il 9 settembre 2020, infatti, il magazzino nella disponibilità della famiglia Federici viene sottoposto a perquisizione e al suo interno viene trovato un fucile. Secondo gli investigatori, è proprio questo l’oggetto a cui Federici faceva riferimento quando chiedeva al padre di «buttarlo», ossia di disfarsene secondo l’accusa. Il 28enne dovrà comparire in stato di detenzione all’udienza preliminare già fissata per il prossimo 13 aprile davanti al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale distrettuale di Catanzaro. (g.curcio@corrierecal.it)
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