L’appello di Vito Teti: “Calabria Terra della Settimana Santa”
Dall’Affruntata come rito identitario e racconto di comunità fino alla proposta di un “Piano Marshall per la cultura”: lo studioso invita a ripensare la Calabria tra memoria, spopolamento, restanza e…

Il ritorno al cammino e il senso della ricerca. Così mi sono rimesso in cammino. E ho pensato che questa mia etnografia ponderata ed esplorativa non potesse che ripartire dai riti della Settimana Santa della Calabria, da quei riti che ho osservato, documentato, raccontato (anche con forte partecipazione e grande emozione di abitante di questa terra, prima che di antropologo) fin dagli anni Settanta del Novecento e poi, con notevole attenzione e ricerca sul campo, a cavallo tra vecchio e nuovo secolo e, di recente, in maniera più occasionale, più da osservatore coinvolto che non da “osservatore partecipante” (ogni cosa ha il suo tempo, la sua età, la sua energia). E così il mio cammino ha incrociato il viaggio, la corsa dei portantini e delle statue, dei giovani e delle ragazze, di quello che è un Incontro Sacro, emblematico, simbolico, quello tra la Madonna Addolorata, incredula e vestita a lutto, S. Giovanni Messaggero e il Cristo Risorto.
Ho rivisto, confesso anche con grande fatica fisica (non sono più il giovane ventenne che corre da Laino a Caulonia, da Catanzaro a S. Eufemia di Aspromonte) perché, alla mia età (mi capirete), mi mancano quelle emozioni, quel pathos, quella situazione di meraviglia e di attesa, di speranza, che ho vissuto al momento dell’Affruntata (o Confrunta, Svilata, ’Ncrinata).
Ad essere, fino in fondo, sincero, a farmi mettere, di nuovo, in cammino, compiendo un “giro lungo” in “spazi” brevi e aperti, sono state le inquietudini, i desideri della scoperta, la passione dell’incontro dell’Altro (che poi è il Noi), la voglia di capire, che poi sono state all’origine della mia vocazione e della mia “missione” di antropologo, che non si ferma all’apparenza, ma vuole toccare e vedere come S. Tommaso, vuole ascoltare le voci, i canti, le preghiere, i gesti, gli abbracci, i pianti, le gioie, i dolori, le speranze di donne, uomini, bambini, giovani, ragazze di questa terra.
Ho sentito il bisogno, assieme ad altri pochi giovani e brillanti studiosi (Fulvio Librandi, Christian Ferlaino, Andrea Bressi, Alessio Bressi, ecc.) di vedere “quel che resta del passato” e quel che decisamente nuovo, coinvolgente, dirompente sta accadendo oggi, qui e ora, sotto gli occhi distratti e indifferenti di tanti “commentatori” che parlano di riti della Settimana Santa, magari senza averli mai osservati, certo senza accorgersi che ripetono luoghi comuni, frasi fatte, interpretazioni pigre che si riferiscono a una Calabria statica, inesistente, folklorizzata, ridotta a colore e che nessuno riesce ad andare, in maniera critica, oltre quel modello d’indagine e conoscenza che, in passato, univa studio rigoroso e ricerca sul campo, e ha visto come protagonisti Luigi Maria Lombardi Satriani, Mariano Meligrana (cosa aspettiamo a ricordare e a valorizzare questi calabresi immensi?) e tanti altri studiosi, di diversa impostazione, alcuni dei quali hanno prodotto “classici” della ricerca demo-antropologica (Francesco Faeta, Antonello Ricci, Roberta Tucci, Ottavio Cavalcanti, Leonardo Alario, Fulvio Librandi, Franco Ferlaino, Maffeo Pretto, Silvestro Bressi, Michele Albanese e, lo dico con imbarazzo, l’autore di queste note), per non dimenticare, su un altro versante, analisi economiche e sociali come quelle di “Meridiana” e dell’Imes (in passato) e di “Riabitare l’Italia” oggi (i principali esponenti di questa tradizione di studi storici sono stati Augusto Placanica, Carmine Donzelli e, adesso, soprattutto, Domenico Cersosimo, Rosanna Nisticò, Sabrina Licursi e, come scrittrice, libera, non etichettabile, Sonia Serazzi).
L’Affruntata tra tradizione, pathos e vita comunitaria
Ma, davvero, la Calabria, i suoi riti, i comportamenti dei suoi abitanti, le feste ecc. devono essere imprigionati in immagini superate, desuete, non corrispondenti alla realtà del tempo presente, anche se con evidente riferimento (continuità) alla “tradizione”? Quando abbandoneremo la pigrizia e la frettolosità di certo giornalismo (ci sono eccezioni di notevole livello) e di certi (anche bravi e valenti) “operatori”, che si fermano alla superficie, all’esotico, allo spettacolare e non indagano mai, nemmeno con una domanda, quale sia l’anima e la vita dei protagonisti del rito, cosa pensano della “tradizione”, del presente?
L’Affruntata si collega, con ogni probabilità, anche alle «sacre rappresentazioni» quattro-cinquecentesche e si diffonde, come in altre aree del Mediterraneo della sponda nord, dopo il Concilio di Trento. L’Affruntata resta l’“Incontro”. Racconta infiniti incontri, esterni e interni, e infiniti ne anticipa e ne annuncia. In un recente passato l’Affruntata commemorava e raccontava l’incontro delle persone in luoghi separati e distanti, spesso a causa di calamità, terremoti, che generavano o rafforzavano nuovi riti di rigenerazione. Oggi l’Affruntata appare anche il racconto di fenomeni di spopolamento in atto, che spingono le persone a ritrovarsi, a stare insieme, a sconfiggere la tristezza dei mesi invernali e ad auspicare una nuova Rinascita della Comunità. Ne sono prova la lunga e meticolosa preparazione del rito, l’attenzione a non fare cadere una statua, che annuncia un brutto presagio, ma soprattutto gli abbracci, la gioiosità, la socialità dei partecipanti, che trovano e inventano forme nuove di aggregazione, a cui “iniziano” anche i giovanissimi e i bambini.
L’Incontro tra Maria, S. Giovanni, Cristo, ancora oggi, in molti paesi calabresi, viene a volte ritardato, rallentato, segnato da un’attesa e da una lentezza che generano emozione e pathos: quando le statue sono ormai vicine, Maria va «avanti e indietro» per tre o più volte, non sa se avvicinarsi o allontanarsi.
I portantini mimano in tal modo lo stupore e la commozione della Madonna. La drammaticità dell’evento, in molte comunità, è affidata alla corsa delle statue, al procedere veloce dei portantini, osservati in un silenzio che denota stupore, ansia, smarrimento. Anche quest’anno ho percepito questa preoccupazione a Vibo Valentia e ad Arena. Gli attimi precedenti l’incontro – a mezzogiorno o subito dopo, in un luogo centrale o emblematico del paese – sono carichi di tensione ed emozione. Nell’«ora cruciale del mezzogiorno» si verifica una sorta di «sospensione del tempo».
«Come se» tutto, il mondo e la vita, potessero finire. «Come se» il destino della comunità dipendesse dalla riuscita di quell’evento. Al momento dell’incontro, la Madonna perde il velo nero e si presenta vestita di bianco. L’atto veloce e appena visibile della Svelazione (’A Svilazioni); i giri e i movimenti che i portantini compiono per disporre le due o tre statue nella stessa direzione, sìa l’Incontro; l’inchino che in alcuni luoghi la Madonna fa al Cristo al momento dell’Incontro: tutto richiede una grande attenzione e abilità, una lunga preparazione e consuetudine.
Durante i riti, le funzioni, le processioni della Settimana Santa, Maria, vestita di nero e a lutto, appare per tutti modello di sofferenza e di dolore. Cristo riassume e rappresenta tutte le morti individuali e collettive. Con l’Affruntata si celebra il rito della Resurrezione, viene narrato e presentificato il trionfo della vita sulla morte. La commemorazione della morte-resurrezione di Cristo libera «anche nell’orizzonte storico, gli uomini dalla loro precarietà e dall’angoscia ad essa connessa, inserendoli in una “strategia della speranza”, essenziale per la continuazione dell’esistenza» (Lombardi Satriani e Meligrana, “Il ponte di S. Giacomo”, 1989).

Il rito come dramma sociale, memoria e legame
In un incontro paradigmatico, in un luogo significativo del centro storico e antico della comunità (a volte si svolge anche fuori paese o sulle vie del mare), molte storie separate, individuali e di gruppo, tendono a ricomporsi. La comunità si presenta e si percepisce, nonostante le divisioni, come «corpo unito», compatto, inseparabile. L’incontro, però, a volte racconta, superandoli in maniera rituale, antiche separazioni, conflitti, rivalità, “gare” esistenti all’interno di una stessa comunità. Le statue che corrono ansiose per l’Incontro raccontano anche l’ansia, l’angoscia e il bisogno di legami e relazioni tra paesi che hanno conosciuto lutti collettivi, terremoti, alluvioni, separazioni, disgregazioni, fughe. La frenesia e il pathos con cui si svolge l’Incontro sembrano riflettere un’inquietudine culturale e mentale degli abitanti di una terra di contrasti e di separatezze, mobile, in fuga, in viaggio. I tempi, le pause, le emozioni, i gesti messi in gioco nelle varie fasi dell’Affruntata rappresentano una sorta di sfida, di scommessa, di impegno per i fratelli delle confraternite che organizzano e partecipano al rito, e soprattutto per quanti portano le statue, e compiono la Svelazione della Madonna, a suggello dell’Incontro. L’esultanza per la riuscita del rito, gli applausi, i pianti, il ballo dello Stendardo, si coniugano con l’orgoglio di appartenere a un’istituzione che organizza e gestisce un evento fondante per l’intera comunità. I fratelli, «figure vicarie dei defunti», recitano delle parti complesse, si travestono, si mostrano e si nascondono, rappresentano sé stessi e raffigurano «altri», operano delle vere e proprie «performance», tutte tese a rendere possibile un Incontro, una vicinanza tra vivi e defunti, tra morte e vita. L’Affruntata è un rito-dramma che si carica di «liminarità» e permette, grazie alla «performance» dei protagonisti del rito e alla partecipazione attiva di tutti i presenti, di esprimere il momento simbolico, anche religioso, in tutto il suo spessore di verità e significatività di rifondazione. I congregati, i fedeli, i portantini si pongono in una zona di «liminarità» tra vivi e defunti, ma anche tra luoghi separati, e, negli ultimi anni, dopo l’emigrazione, tra mondi separati, tra qui e altrove. Si pongono come attori e protagonisti di raccordi e collegamenti tra mondi separati. L’Incontro propone la ripetizione estetico-drammatica di un vero e proprio dramma sociale, che proprio per la sua «riflessività», per la sua «funzione a specchio», è in grado di smorzare la drammaticità del vivere quotidiano conflittuale attraverso il momento estetico-espressivo vissuto nel rito stesso. Il lutto, il cordoglio, l’elaborazione del dolore, pure in un mondo rarefatto e sempre più liquido, costituiscono elementi fondanti dell’ideologia della morte e dei legami familiari, sociali, antropologici delle comunità. Feste religiose e funerali restano momenti d’incontro, di partecipazione, di identificazione e si comprende, pertanto, come il Racconto Pasquale della Morte-Vita-Resurrezione attragga ancora migliaia di persone, intere comunità, fedeli e partecipanti di tutte le età.
Ho riconosciuto (a S. Nicola, a Filogaso, a Vibo Valentia, ad Arena, in tanti riti filmati dalla testata giornalistica RAI 3, che ha la fortuna di avere un direttore competente e sincero come Riccardo Giacoia) i segni, le tracce, quel che ancora è vivo del passato. Il problema però è di “non vedere la volpe e cercare la sua impronta”, di non vedere il rito nelle sue novità sociali, comunitarie, collettive, formali (come ricorda Christian Ferlaino).

Un altro incontro: con noi stessi e con il futuro
Stiamo vivendo, anche nel nostro piccolo, dei sovvertimenti e mutamenti epocali, di cui è bene prendere atto fin d’adesso, oggi, mentre pensiamo all’Incontro sospeso, non avvenuto, sognato, atteso. Niente è più come prima. C’è un altro Incontro che dobbiamo fare. L’Incontro con noi stessi, che dovrà essere duro, vissuto come una prova, come un impegno per «passare oltre», per capire cosa vogliamo, cosa vorremmo, chi siamo, davvero. L’Incontro per dirci che bisogna, davvero, finalmente cambiare. L’incontro a cui aspiro è fatto di riflessione, raccoglimento, ripensamento, rinnovamento, rigenerazione. I riti della Passione e della Resurrezione, che ricorderemo con nostalgia, o che rinnoveremo in forme inedite, oggi ci dicono che l’umanità deve imboccare un’altra strada, del tutto diversa da quella precedente che ci ha condotto a questa catastrofe, deve riscoprire un nuovo senso della convivialità, della fratellanza, della solidarietà, della giustizia sociale, del rispetto della natura, delle persone, degli animali, dei luoghi. A questa catastrofe dobbiamo rispondere con un «rovesciamento» e un «ribaltamento» dei nostri comportamenti, delle nostre scelte sbagliate, delle nostre avidità, perché potrebbe, e non intendo certo essere apocalittico, arrivare una «fine» senza Rinascita. L’Incontro, di ieri e di oggi, ci dice che non possiamo più aspettare, non abbiamo più tempo. Dobbiamo cambiare se davvero vogliamo salvare l’umanità e l’umano che è in noi.
E allora, se la Settimana Santa e l’Affruntata, che coinvolgono anche ogni più “piccolo luogo” della nostra terra, hanno questo forte valore simbolico e identitario, vedono impegnati giovani e giovanissimi, ragazze e laureate, sul punto di partire, lacerate dall’eterno dilemma partire-restare, se suggeriscono che, forse, esistono vie impensate e fantasiose, per scardinare il dispositivo dello spopolamento, se ci offrono un racconto nuovo, perché non farli diventare emblema della Calabria di questo periodo in cui dall’inverno si passa alla primavera, dalla Morte alla Vita, perché non immaginare la “CALABRIA: TERRA DELLA SETTIMANA SANTA?”. Pensate al valore d’immagine, simbolico, alla narrazione alternativa di una Calabria sacra, spirituale, profonda rispetto a quella Calabria stereotipata o ridotta a “terra criminale”, da controllare e non da fare vivere.
Una proposta per la Calabria: cultura, restanza e rinascita
In molti servizi di Rai 3 ho visto immagini del primo, temerario, per me, bagnante a Soverato, che apre l’ombrellone il giorno di Pasqua per poi chiuderlo il Giorno dei Morti. Un secondo dopo, le telecamere inquadravano felici gli ultimi sciatori di una magica Sila. E un rapido giro ti portava alla scoperta di piatti e dolci pasquali, di piatti della “tradizione” o “inventati”, del trionfo di paste, capretto, salumi, formaggi, funghi. Mi entusiasmavo e mi veniva da piangere. Ma davvero, ed evito la retorica che mi è estranea e che detesto, questo crogiolo identitario di paesaggi e riti, questo melting pot alimentare e di vini, unico nel Mediterraneo, questi giovani che “restano” e resistono e quelli che partono e ritornano, e sono figli nostri, figli miei, non hanno il diritto di immaginare qui il loro futuro, di realizzare i loro sogni nei luoghi in cui sono nati e da cui non vorrebbero andare via, di contribuire, con i loro saperi, le loro conoscenze (superiori a quelle di tanti altri giovani del mondo), a inventare una loro, nostra, nuova Calabria? Si può partire dal piccolo (ma è piccolo?), come il progetto della Calabria, Terra della Settimana Santa, con vacanze “destagionalizzate” e con “offerte” da fare prima ai giovani locali, che non conoscono la loro terra, poi ai nostri fratelli che vogliono tornare e, naturalmente, ai tanti “turisti” che vengono nella nostra terra, non per sciuparla, devastarla, ma per conoscerla e amarla. Mi rendo conto che non è facile: c’è bisogno di buona politica, capace di pensare al bene comune, di imprenditori e operatori, albergatori, ristoratori seri, bravi, attenti al cliente che è sacro, c’è bisogno di una Chiesa più attenta, riflessiva, che avvii una sorta di nuova “evangelizzazione” e torni tra i fedeli. Nel proporre questa idea, vorrei precisare che c’è bisogno di condivisione, di rispetto dei ruoli, delle competenze. Avrò modo di approfondire come bisogna evitare, in ogni modo, di folklorizzare e turisticizzare la Calabria, di affermare che la Politica non deve entrare nella sfera religiosa e spirituale della Chiesa e dei devoti, che bisogna fare attenzione che la Calabria non diventi terra di rapina e non deleghi ad altri la propria soggettività. Naturalmente, quanto propongo, non va sganciato dagli aspetti economici, sociali, civili (scuola? sanità? strade? musei?) senza affrontare i quali, con decisione, ogni cambiamento è impensabile. E la mia è una traccia per una sorta di Piano Marshall per la cultura.Perché non si individuano e si formano (con master, corsi universitari) almeno 800 studiosi, ricercatori e rilevatori da disseminare nei paesi più grandi e più piccoli della Calabria perché facciano indagini intensive e approfondite nei “nuovi paesi”, perché non retribuirli per la costruzione di una moderna “mappa identitaria”, perché registrino, raccolgano voci, preghiere, canti, manufatti, immagini, musiche tradizionali e del presente, nuove produzioni artistiche, artigianali? Come possiamo contrastare lo spopolamento se non conosciamo le novità, i nuovi soggetti sociali e i nuovi ceti produttivi, le nuove culture e le nuove presenze artistiche e musicali, che sono legate al mondo intero, quanti faticosamente scrivono, in solitudine, senza passarelle, offrendo i versi e le storie più belle, ecc.? E tutti i risultati delle ricerche, i dati e le voci, le memorie raccolte, le mille e mille lettere, fotografie, e i mille e mille manufatti, oggetti, che rischiano di essere persi per sempre, perdendo così la memoria sociale collettiva, non potrebbero rappresentare una base di partenza per un istituendo “Museo delle Identità e delle Culture di Calabria” (se preferite “Museo dei Cammini e delle Restanze”)? Questi progetti li sto presentando da più di trent’anni (da Università, Centri Studi) a istituzioni pubbliche (anche private) di ogni colore. Grandi complimenti, promesse e giuramenti, pacche sulle spalle, “ci vediamo”, “ne parliamo”. Adesso basta. Ho fatto tanto dagli anni Settanta ad oggi (musei, ricerche, in Italia e all’estero, salvataggio di documenti preziosi, assegnato centinaia e centinaia di tesi di laurea sulla Calabria, film, documentari, libri ecc. e questo Archivio della Memoria vorrei renderlo pubblico, salvarlo e restituirlo ai calabresi), ma molto, molto di più avrei, avremmo in tanti, potuto fare se solo ci fosse stato un “politico” in Calabria! Non è mai troppo tardi. Mi rivolgo al Presidente Roberto Occhiuto (a cui ho sempre esposto, devo dire con suo attento ascolto), mi rivolgo alla Giunta Regionale, ai Consiglieri di maggioranza, di opposizione, di ogni appartenenza politica. Vogliamo gettare il cuore oltre l’ostacolo? Questa volta, davvero, la Calabria non può più aspettare, non c’è tempo, la Calabria ha bisogno di tutti, pure diversi e con voci plurali, ed è forse il momento di agire, con convinzione, passione, generosità, etica, visione “politica” di breve e lunga durata. La Calabria potrebbe morire per le tante dichiarazioni d’amore, che però non vengono accompagnate da conoscenza delle malattie e degli anticorpi, da riguardo, cura, rispetto, passione.