Saperi antichi per nuove soluzioni. Ricercare per riallacciare i fili
Tra riti pasquali, oggetti sonori e trasformazioni sociali, il valore della ricerca sul campo per custodire conoscenze a rischio e ripensare il rapporto tra comunità, ambiente e futuro

L’arrivo della Pasqua e della primavera in Calabria è sempre un momento intenso per chi, come me, si occupa di etnomusicologia. I riti che attribuiscono un ruolo fondamentale alla musica e al suono sono numerosissimi e ci si scapicolla da un paese all’altro per cercare di documentarne il più possibile. Canti, strumenti musicali, oggetti e paesaggi sonori caratterizzano fortemente questo periodo dell’anno. Oltre alla varietà, colpisce come queste tradizioni resistano, cambino e si rinnovino, nonostante le forti trasformazioni sociali e culturali che stanno attraversando la nostra regione. I paesi si spopolano a favore delle marine, delle città della regione, del Nord o dell’Europa. Le popolazioni invecchiano. Le generazioni cresciute nella cultura tradizionale stanno lentamente scomparendo e, in alcune zone della Calabria, non si è verificato un passaggio di testimone per quanto riguarda determinate conoscenze. Le generazioni cresciute con il boom economico del dopoguerra hanno rifiutato la cultura dei genitori, creando una profonda cesura. Oggi, nuove generazioni stanno cercando di riallacciare i legami con quelle precedenti, alla ricerca di una rinnovata identità. Questi fenomeni cambiano la società rapidamente e, con essa, i riti e le tradizioni, in quanto prodotti umani in costante evoluzione. Basti pensare alla crescente presenza femminile in rituali e ruoli che in passato erano prevalentemente maschili: sempre più donne vestono la mantellina confraternale nella cunfrunta di Badolato o indossano la corona di asparago e partecipano attivamente alla cordata dei pescatori di Diamante. Oppure, si pensi all’emergere di nuove forme di partecipazione con cui i riti, le celebrazioni e la musica sono necessariamente in relazione dinamica: la crescente presenza di fotografi, di cellulari alzati per le dirette Facebook, di turisti, il calo demografico, le emigrazioni e lo spopolamento hanno effetti inevitabili sui fenomeni di interesse per l’etnomusicologo.
L’elemento che colpisce maggiormente in questi riti, però, è la loro forte componente di affettività sociale. Anche nei riti improntati alla penitenza, come nel caso dei vattienti di Nocera Terinese, emerge con forza la componente sociale e affettiva del rituale. Penitenti, confratelli e officianti non escono dal loro ruolo per salutare e abbracciare amici e conoscenti che assistono o partecipano in vario modo al rito. Piuttosto, i saluti, gli abbracci, le strette di mano e i sorrisi sono parte integrante del rito, una componente fondamentale che estende il ruolo di officianti a tutti i presenti. A mio avviso, è in queste manifestazioni di affetto che risiede il nocciolo del rito come atto vitale, che resiste nonostante lo spopolamento e le crisi sociali, economiche e culturali che investono i paesi.
La Calabria ha un ruolo guida nel dibattito sullo spopolamento, sulle dinamiche dell’abitare i territori interni, sul partire e sul tornare. Alcuni degli studiosi che hanno maggiormente contribuito a delineare concetti e prospettive legati a questi temi sono figli di questa terra. Basti pensare a Vito Teti, ideatore del concetto di “restanza”, e a Domenico Cersosimo, fondatore del movimento “Riabitare l’Italia”, che alimentano il dibattito nazionale e internazionale sulle dinamiche profonde che determinano i cambiamenti in atto nelle periferie, nei piccoli centri e nelle aree interne, offrendo analisi e cercando soluzioni. Per chiunque studi le dinamiche sociali e culturali della nostra regione, tenere presenti questi fattori è necessario e inevitabile. La musica, i riti e le celebrazioni che si osservano avvengono in relazione dinamica con le profonde trasformazioni che interessano questi territori e il momento che stiamo vivendo è molto delicato. Si impone l’urgenza di uno studio attento. Molte conoscenze rischiano di andare perdute e molti fenomeni rischiano di rimanere incompresi. Si fa sempre più necessario e urgente raccogliere informazioni sul campo, osservare, partecipare, dialogare e analizzare insieme alle comunità del territorio. Non si tratta solo di un esercizio intellettuale o di un’attività finalizzata esclusivamente alla raccolta e alla conservazione. In questi fenomeni apparentemente marginali si nascondono conoscenze fondamentali, se non addirittura necessarie, per il mondo contemporaneo.
Gli oggetti sonori sono un esempio lampante della necessità di studiare, comunicare e tramandare le conoscenze tradizionali. I cambiamenti sociali hanno messo all’angolo queste conoscenze, considerandole obsolete o superflue; esse rischiano di scomparire con le generazioni anziane che ne sono depositarie. La mia attività di ricerca sugli oggetti sonori dimostra, invece, che si tratta di conoscenze che non sono affatto accessorie, ma che possono offrire risposte a questioni pressanti e alle criticità del contemporaneo. L’uso degli oggetti sonori rivela un modo di relazionarsi con l’ambiente diverso dagli approcci estrattivi che caratterizzano la società odierna. Questi oggetti venivano utilizzati per imitare il canto degli uccelli, per esplorare l’ambiente attraverso il suono e per instaurare relazioni con gli esseri (umani e non umani) con cui si condividevano lo spazio e il tempo. Le tecniche costruttive e il loro uso rivelano conoscenze approfondite del mondo vegetale e animale, del ciclo di vita delle piante e un approccio di grande rispetto e interazione con l’ambiente. La ricerca e il recupero di queste conoscenze possono fornire risposte molto utili per contrastare, almeno dal punto di vista culturale, la crisi climatica, i cui primi segnali allarmanti sono già visibili. Il modo in cui le generazioni più anziane si rapportano all’ambiente, che emerge dalle ricerche sull’uso degli oggetti sonori, può aiutarci a ripensare il nostro approccio attuale al mondo naturale, aiutandoci a contrastare problemi imminenti.
Il lavoro di documentazione e trasmissione di queste conoscenze è dunque necessario per ricollocarle all’interno della società contemporanea. È altresì pressante a causa della velocità con cui i cambiamenti sociali e culturali stanno avvenendo in Calabria. Le dinamiche dello spopolamento, la perdita inesorabile delle conoscenze tradizionali con la scomparsa delle generazioni più anziane, la nascita di nuovi agglomerati che inevitabilmente dovranno riflettere sulla propria identità, i giovani che lasciano la Calabria, quelli che vi fanno ritorno o vi arrivano, innescano dinamiche di trasformazione che necessitano di un monitoraggio attento. L’affettività sociale dei riti e le ontologie relazionali tradizionali possono costituire atti di resistenza allo spopolamento e alla perdita di memoria, indicando possibili strade da intraprendere. Conoscere e comunicare è quindi necessario e urgente se vogliamo comprendere i cambiamenti in corso ed evitare di perdere pezzi fondamentali di patrimonio che possano aiutare la nostra terra a ridefinirsi in un mondo in profonda trasformazione.

*Artista, musicista, etnomusicologo