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Delitto Ceravolo: se 14 anni vi sembrano pochi per iniziare un processo poniamoci qualche domanda

Le competenze dei membri della cabina delle visioni culturali scelti da Occhiuto senza manuale Cencelli

Pubblicato il: 18/04/2026 – 6:55
di Paride Leporace
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Delitto Ceravolo: se 14 anni vi sembrano pochi per iniziare un processo poniamoci qualche domanda

Ho trovato scomposte ed eccessive le dichiarazioni istituzionali della politica calabrese per l’esultanza degli arresti dei presunti responsabili dell’omicidio di Filippo Ceravolo. Davvero possiamo esultare per un pallido lacerto di verità per l’assassinio di un ragazzo di vent’anni di Soriano che, nella sperduta Pizzoni, a causa del guasto della sua automobile, accetta il passaggio dalla persona sbagliata e “malamente” muore al suo posto in quella autovettura crivellata dai colpi nel lontano 2012? Quasi 14 anni per arrivare all’inizio di una nuova storia processuale tra Giustizia sperata e Giustizia negata mi sembrano un’eternità. Comprendo e condivido soltanto la giusta soddisfazione della famiglia dello sventurato Filippo Ceravolo, che in questi 14 anni ha urlato al mondo la richiesta di giusta Giustizia.

omicidio ceravolo conferenza stampa

La geografia e la storia di questa drammatica vicenda si incastonano in provincia di Vibo Valentia, terra di morti scomparsi nel nulla che spesso hanno impedito la sepoltura lacrimata e gli accertamenti delle responsabilità per decine di omicidi. Invito alla prudenza nella Calabria che vide Rosetta Cerminara, a Lamezia, accusare due persone di essere i killer dei coniugi Aversa, venire premiata con medaglia dal Quirinale e poi finire accusata di calunnia.
Gli ultimi arresti del caso Ceravolo poggiano molto, ma non solo, sulle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia che hanno fornito verità de relato (riferite da altre persone) e mi sembra onesto e giusto analizzare che manca ancora la prova definitiva del fucile fumante, che auspico giunga presto all’onere della prova provata e non degli indizi. Mi si perdonerà il pessimismo, ma sono di formazione sciasciana e so bene che in ogni tribunale si può nascondere un germe d’ingiustizia generale.
Osservo parimenti che il lavoro del procuratore capo Salvatore Curcio è da apprezzare, e non solo per aver ricordato in conferenza stampa che per gli arrestati vale la presunzione d’innocenza, ma anche per il metodo adottato nella complessa inchiesta per l’infame omicidio Ceravolo.
Nel 2016 una prima inchiesta sul delitto fu archiviata, gettando nello sconforto i familiari del ragazzo e l’antimafia militante. Fu atto sensato da parte di quei magistrati che operarono con dubbio metodico, evitando di essere burocrati della legge e della giustizia spettacolo. Da tecnici del Diritto sapevano che gli indizi all’epoca erano più labili di quelli di oggi e che, su loro eventuali arresti per le stesse persone, ci poteva essere il rischio del “ne bis in idem”, formula del codice che vieta di sottoporre un imputato a un nuovo processo per lo stesso reato. Meglio non rischiare e prendere una strada più lunga, evitando gli applausi effimeri. Si sono evitate le inchieste da maxiprocesso da mille arresti e indagati in tutta la Calabria e si è invece mirato sul contesto di una sola faida specifica, che almeno seleziona con più probabilità di successo le responsabilità dei reati da accertare.

A margine della vicenda di Filippo Ceravolo va ricordato che, a margine del delitto, egli venne riconosciuto vittima di mafia. In questi casi lo Stato prevede che ai familiari si assegnino vitalizi mensili e assunzioni nell’amministrazione pubblica in caso ci siano coniuge o figli, quest’ultima circostanza da correggere, considerato che questa famiglia non ha avuto benefici. Il papà di Filippo, Martino, in questi quasi 14 anni ha raccontato che sua moglie ha tentato il suicidio, che la figlia ha avuto una depressione come conseguenza del terribile avvenimento e lui stesso, oltre a chiedere verità e giustizia, ha continuato a travagliare nel suo umile lavoro. In molti, troppi, hanno considerato Martino Ceravolo come uno scocciatore, come uno che voleva approfittare della sua sventura. Purtroppo osserviamo che non tutte le famiglie delle vittime sono uguali. Soprattutto se vieni da Soriano, paese che meriterebbe solo gloria per i vimini e i mostaccioli e dove invece un giovane incensurato muore nel paese accanto per essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. Quando avrà Giustizia definitiva la famiglia Ceravolo? Chi si sente di azzardare una data? A ciascuno il suo, per restare a Leonardo Sciascia.

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Mentre anche il Times di Londra scrive del reddito di merito assegnato agli studenti universitari meritevoli per consentire di lavorare in Calabria (vedremo i risultati), il presidente Occhiuto mantiene fede al suo primo provvedimento di giunta, quando aveva istituito a novembre la “Cabina di regia delle visioni culturali”, organismo chiamato a fornire a lui un indirizzo programmatico e di lunga durata alle strategie delle politiche artistiche e multimediali calabresi.
A scorrere l’elenco degli undici nominati, mi sento di affermare che le scelte decisioniste del presidente non mi appaiono dettate da nessun manuale Cencelli e che si sia pensato a esperti di mezza età, evitando di chiamare vecchi parrucconi buoni per ogni stagione ed accademici di lungo corso.
Scopriamo chi sono i nominati in rigoroso ordine alfabetico, considerata la scarsa cronaca dedicata alla cultura in Calabria. Ed ecco a voi il quarantenne teatrante Francesco Aiello, cosentino formato e affermatosi in compagnie non ortodosse quali Libero Teatro e Rosso Simina; Ester Apa, giornalista che conosco bene per aver avviato alla critica rock e indie e oggi affermata addetta stampa di Dario Brunori; il giovane ventinovenne poeta e scrittore militante lametino Salvatore Giuseppe Di Spena, che ha preferito le Lettere alla laurea in medicina; il direttore generale del prestigioso festival antimafia “Trame” Francesco Cefalà; la scrittrice e archeologa Eliana Erfida; il produttore e organizzatore teatrale Pietro Monteverdi, che vanta collaborazioni con teatri e festival di grande richiamo; Lidia Passarelli, consulente strategica di brand e aziende ed esperta di moda e design; il sound designer dei film di Sorrentino e Garrone Mirko Perri, che ha in bacheca ben 4 David di Donatello; l’affermata curatrice d’arte cosentina Gemma Anais Principe; Giuseppe Sanò, che a soli 33 anni vanta un’intensa carriera pubblicistica e lavora all’ufficio stampa della Rubbettino Editore di Soveria Mannelli; e infine Massimo Sirelli, artista catanzarese di rodata notorietà formatosi da adolescente nei graffiti. Buon lavoro a tutti, ma sia permessa un’osservazione. Nel decreto di nomina di Occhiuto si legge che i componenti della Cabina non avranno alcun compenso, ma soli rimborsi spese. Credo sia profondamente sbagliata questa impostazione politica di derivazione grillina. Il lavoro culturale, a mio parere, si paga. Con equo compenso, ma si paga.

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A Verona, al Vinitaly, tanta Calabria, compresa anche qualche scivolata come l’intervista televisiva a Lele Mora, che ha approfittato del microfono per affermare che il modello Reggio Calabria di Giuseppe Scopelliti sarebbe stato qualcosa di molto virtuoso, dimenticando le conseguenze che ha provocato. Decisamente meglio la presentazione ufficiale delle regioni Calabria e Basilicata del nuovo marchio interregionale per la valorizzazione dei prodotti di sistema territoriale del Pollino. Dopo il bel film di Rocco Papaleo “Bene comune”, finanziato dalle due Film Commission di Basilicata e Calabria, una nuova buona iniziativa per il Parco del Pollino, che ricordiamo essere la più vasta area protetta d’Italia, che abbraccia 56 comuni tra le province di Cosenza, Potenza e Matera. Tra essi anche Saracena. Paese segnalato dall’autorevole gastronomo Paolo Massobrio da Verona, che su Repubblica ha raccontato la bella storia del maestro elementare in pensione Luigi Viola, vignaiolo per passione che dal 1999, insieme ad altri 4 produttori locali, ha messo sul mercato il pregiato Moscato di Saracena; e adesso nello stand della Calabria ha presentato il recupero del Raspato, ribattezzato “Il vino del preside” in omaggio al fratello scomparso. Produzione di sole 900 bottiglie e impegnativo costo di 90 euro cadauna. Ma, a leggere Massobrio, per una grande occasione ne deve valere molto la bevuta del “Vino del preside” di Saracena.

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