Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 17:31
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 6 minuti
Cambia colore:
 

L’inchiesta della DDA

L’omicidio di Filippo Ceravolo, la Punto grigia e i dialoghi intercettati: la svolta investigativa attesa da oltre 13 anni

L’inchiesta riannoda i fili dell’agguato costato la vita al 19enne vittima di mafia. Individuati i presunti responsabili e chi li avrebbe supportati logisticamente

Pubblicato il: 15/04/2026 – 14:45
di Giorgio Curcio
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
L’omicidio di Filippo Ceravolo, la Punto grigia e i dialoghi intercettati: la svolta investigativa attesa da oltre 13 anni

VIBO VALENTIA Dopo oltre 13 anni è arrivata una svolta sull’omicidio di Filippo Ceravolo, il 19enne ucciso nel territorio di Pizzoni, in località Calvario, per errore: il vero obiettivo dei killer era infatti Domenico Tassone, arrestato nel blitz dei giorni scorsi condotto dalla Polizia di Stato. All’alba di oggi sono scattate le manette per Giovanni Alessandro Nesci (cl. ’90), Nicola Ciconte (cl. ’89) e Bruno Lazzaro (cl. ’88).
I loro nomi erano emersi già nell’indagine “Jerakarni” della scorsa settimana. Un fatto di sangue inserito nel contesto criminale dell’epoca e della sanguinosa faida tra il gruppo dei Loielo e quello degli Emanuele. In quel quadro, Domenico Tassone era l’obiettivo dei killer: su di lui, infatti, pendeva una vera e propria condanna a morte sancita dai rivali.

La lunga indagine

Un’inchiesta corposa, frutto di un’attività investigativa che, di fatto, non si è mai fermata, neppure quando sembrava essersi arenata in un vicolo cieco. Per la ricostruzione dei fatti sono stati decisivi i filmati di videosorveglianza, gli interrogatori, le intercettazioni di dialoghi e gli sms. E poi, non da ultimo, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che, secondo l’accusa, hanno trovato pieno riscontro nella realtà. Tutti elementi che hanno consentito agli inquirenti di chiudere il cerchio, almeno in questa fase preliminare, nei confronti di tre indagati. Secondo l’impianto accusatorio ricostruito nell’ordinanza, Giovanni Alessandro Nesci e Nicola Ciconte avrebbero avuto un ruolo diretto nell’azione di fuoco costata la vita a Filippo Ceravolo, mentre a Bruno Lazzaro viene contestato un supporto logistico, in particolare quello di autista e accompagnatore del commando sul luogo dell’agguato.

La Punto grigia, la telecamera e il controllo dei carabinieri

L’indagine parte da un punto fermo: la presenza, nella zona dell’agguato a Tassone costato però la vita al giovane innocente Filippo Ceravolo, di una Fiat Punto grigia. È la stessa vettura inquadrata dalle telecamere di sorveglianza e la stessa a bordo della quale, quella sera, furono identificati Bruno Lazzaro e Nicola Ciconte durante un posto di blocco. Nel corso delle indagini, una fonte confidenziale ha riferito agli inquirenti che, intorno alle 22 del 25 ottobre 2012, dopo aver notato il transito di una Fiat Punto grigia da Pizzoni in direzione Soriano Calabro, udì tre forti e prolungati colpi di clacson provenire da un veicolo fermo nell’area dei garage comunali di Pizzoni e, pochi istanti dopo, tre colpi d’arma da fuoco. Alla luce della sequenza degli eventi, la stessa fonte ha ipotizzato che quei tre suoni di clacson potessero costituire un segnale di avviso lanciato dagli occupanti del mezzo a chi si apprestava a entrare in azione. Sarà proprio la loro presenza in zona a insospettire gli investigatori, per una serie di ragioni. I due, infatti, interrogati sui motivi della loro presenza in quell’area, avevano riferito di provenire da Serra San Bruno «per ragioni di lavoro» e di essere diretti verso le rispettive abitazioni percorrendo la SP53, ritenuta, a loro dire, più comoda e veloce della cosiddetta “strada dei carbonai”, descritta come dissestata e ricca di curve. Una versione che, tuttavia, appare smentita anzitutto dall’analisi dei tabulati telefonici, dalla quale emerge che, dopo il controllo, i due «non fecero rientro presso le rispettive abitazioni, ma rimasero ancora a lungo insieme, dirigendosi peraltro verso Vazzano, proprio dove si trovava Domenico Tassone», annotano gli inquirenti.
In secondo luogo, la ricostruzione contrasta con quanto successivamente dichiarato dagli stessi indagati che, convocati dagli inquirenti due anni dopo, riferirono, dopo aver concordato peraltro la versione da fornire, di trovarsi in quel luogo perché intenzionati a incontrare un dj in vista di una festa. Infine, la giustificazione addotta risulta poco plausibile anche sul piano logico, considerata l’esistenza di un ulteriore e più agevole percorso rispetto a quello da loro indicato, vale a dire la Statale 182, che da Serra San Bruno conduce in breve tempo a Sorianello.

La prima svolta due anni dopo

Il convincimento sul coinvolgimento di Bruno Lazzaro e Nicola Ciconte nella vicenda viene ulteriormente rafforzato dalla captazione ambientale risalente al 25 novembre 2014, quindi due anni dopo rispetto alla drammatica notte dell’omicidio. Ciconte, De Masi e Giovanni Alessandro Nesci venivano convocati dai carabinieri per riferire in ordine a circostanze inerenti agli omicidi avvenuti a Sorianello, Gerocarne e Pizzoni negli anni 2012 e 2013. Per il gip si tratta di captazioni che, oltre a fotografare le innumerevoli cautele adottate dagli indagati nel reciproco scambio di informazioni, hanno cristallizzato il tentativo di Lazzaro e Ciconte di sviare le indagini, «concordando la versione da fornire agli inquirenti in merito alle ragioni per le quali i due si trovavano a Vallelonga-Vazzano, ai vari spostamenti e percorsi effettuati», dimostrando, secondo il gip, la «necessità di adoperarsi per farla franca», con la consapevolezza di poter essere in qualche modo ricollegati al fatto omicidiario.

I dialoghi intercettati

«Non parlare qui dentro, shhh!», dice Nicola Ciconte a Bruno Lazzaro mentre si trovano in sala d’attesa dopo la convocazione dei carabinieri. «Dammi una penna! Aspetta…», gli risponde Lazzaro. E poi un sms, “Djperpagarefesta”, inviato da Lazzaro a Ciconte nel tentativo, secondo il gip, di «informare Nicola Ciconte su un preciso aspetto delle sue dichiarazioni». E ancora, in un altro dialogo intercettato dai carabinieri nella sala d’attesa: «No, no, non parlo, non dico manco una parola, adesso butto telefoni, butto tutto! Non dico nemmeno una parola, mi vendo anche la macchina». A parlare è Bruno Lazzaro, che insiste: «(…) ha detto hanno trovato quella… camera però»; «si vede, si vede!», gli risponde Ciconte, mentre entrambi cercano di non farsi sentire parlando a bassissima voce. Senza successo.

L’SMS di quella notte

Come avevamo scritto qualche giorno fa, inoltre, dall’inchiesta “Jerakarni” erano emersi alcuni aspetti ritenuti dagli inquirenti «sintomatici del coinvolgimento degli indagati nell’omicidio». I due, infatti, nell’orario concomitante con l’agguato avrebbero spento il proprio telefono cellulare o comunque si sarebbero trovati in una zona priva di copertura. Un elemento ritenuto di fondamentale importanza è rappresentato da un sms intercettato sull’utenza utilizzata da uno dei sospettati e inviato dall’utenza Wind di Nicola Ciconte, con scritto testualmente: «Undi coz du minuti», al quale Nesci risponde: «Ok». Per gli inquirenti, il messaggio sarebbe chiaramente finalizzato a fissare un incontro tra i due in un punto ben determinato di Sorianello, successivo a un accordo preso verbalmente, come dimostrerebbe la risposta “Ok” a un testo di per sé criptico. I due giovani sospettati, nel gennaio 2022, vennero raggiunti da un’informazione di garanzia ma, convocati per un interrogatorio, si avvalsero della facoltà di non rispondere. (g.curcio@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato  

Argomenti
Categorie collegate

x

x