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Dalla Sila a Washington, una calabrese al National Institute of Health: la storia di Paola Ruffo

La ricercatrice cosentina che studia la SLA negli Usa, ma non dimentica le radici: «Mi mancano il mare, la luce e i profumi del Sud»

Pubblicato il: 19/04/2026 – 17:07
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Dalla Sila a Washington, una calabrese al National Institute of Health: la storia di Paola Ruffo

La sua storia ha radici profonde nella Sila, più precisamente a Casali del Manco. È uno di quei racconti capace di mescolare orgoglio con un pizzico di amarezza: l’ennesima eccellenza calabrese che varca i confini regionali per trovare il proprio spazio. Nel percorso di Paola Ruffo, giovane ricercatrice cosentina, ci sono però anche speranza e ammirazione: nata in Calabria è riuscita a oltrepassare l’oceano, approdando ai prestigiosi laboratori del National Institute of Health di Washington. Qui oggi, offre il suo prezioso contributo alla ricerca scientifica d’avanguardia, anche riguardo malattie complesse come la Sclerosi laterale amiotrofica.

Dalla Calabria a Washington

A raccogliere la sua testimonianza è il magazine United States of Italy. «Sono cresciuta in Calabria, una terra meravigliosa che ti insegna presto il valore dei sacrifici, della famiglia e della determinazione» esordisce la giovane ricercatrice. A Casali del Manco, Paola coltiva inizialmente l’interesse per la medicina, mossa dal desiderio di «aiutare concretamente le persone a vivere meglio e a stare bene», prima di scoprire che la sua vera vocazione era la ricerca scientifica. «Ho capito – continua – che alla base di ogni cura, di ogni progresso medico e di ogni speranza per i pazienti c’è sempre la ricerca». Paola ottiene la laurea magistrale a Roma, inizia il tirocinio in un laboratorio di genetica, specializzandosi negli studi neuromuscolari. È durante il dottorato, vissuto facendo la spola tra la capitale e la sua Calabria, che decide di tentare il salto, inviando il proprio curriculum oltreoceano dove arriva nelle mani di uno dei massimi esperti mondiali di SLA.

Gli studi sulle malattie neurodegenerative

Poco dopo si trasferisce negli Stati Uniti: «Una scelta coraggiosa, forse la più difficile, ma anche quella che mi ha trasformata di più, come ricercatrice e come persona» racconta a Federica Brogna. «Ero volata oltre oceano, completamente da sola, lasciando in Italia affetti, abitudini, certezze. Non stavo solo cambiando Paese o lavoro, stavo aprendo un nuovo capitolo della mia vita». Oggi il suo impegno è dedicato allo studio delle malattie neurodegenerative, con un focus specifico sulle cellule nervose nella fase di insorgenza della patologia. «In termini semplici, provo a ricostruire i meccanismi biologici che portano un neurone, che dovrebbe trasmettere segnali e permetterci di muoverci, parlare o respirare, a smettere di funzionare correttamente». L’obiettivo, spiega a United States of Italy, è ambizioso: individuare i primi segnali della malattia per poter, un domani, intervenire precocemente. «È un lavoro complesso, che richiede pazienza e costanza, perché nella ricerca i risultati non arrivano mai dall’oggi al domani». Tutto senza dimenticare che «dietro ogni campione biologico, ogni dato genetico, ogni analisi che facciamo, c’è una persona reale che ha deciso di affidare alla scienza una parte di sé. Spesso questa scelta arriva in momenti difficili, quando si convive con la malattia o con la paura del futuro».

La ricerca negli Usa e in Italia

Ma cosa porta una giovane ricercatrice a trasferirsi oltreoceano? Paola spiega che è questione di approccio al mondo della ricerca. L’Italia ha ricercatori di altissimo livello, ma la differenza è proprio nell’importanza data al settore: negli Usa un «investimento strategico», nel nostro paese una spirale di «finanziamenti incerti e burocrazia». Ma in tanti, come lei, sperano nel ritorno in Italia, anche per «restituire qualcosa a un Paese che mi ha formata». Devono esserci, però, le condizioni anche a livello professionale. Paola elenca ciò di cui il settore in Italia avrebbe bisogno: «Investimenti strutturali, percorsi di carriera chiari e meritocratici, maggiore stabilità e programmi concreti per chi torna dall’estero. Chi rientra deve poter costruire, non semplicemente adattarsi».

Il legame con la Calabria mai spezzato

Il legame con la Calabria, d’altronde, non si è mai spezzato: «Mi mancano soprattutto le cose quotidiane: la mia famiglia, gli affetti e quella rete di legami che senti davvero quando sei lontana. Mi mancano anche il mare, la luce e i profumi del Sud, tutto ciò che crea un senso di appartenenza difficile da spiegare. Il periodo più difficile è l’estate, perché in Calabria non è solo una stagione, ma un modo di vivere che senti ancora di più quando non ci sei. Sono cose semplici, ma fondamentali, e quando mancano si fanno sentire davvero». (ma.ru.)

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