Catanzaro: un punto, molte verità. Le due stagioni (in una) del Cosenza. Crotone, identità oltre la tempesta
Tra infortuni e rotazioni forzate, le Aquile non si smarriscono. La classifica sorride ai Lupi, ma fuori dal campo è un’altra storia. Quando tutto vacilla, gli Squali rispondono

Giornata favorevole per le calabresi di Serie B e C. Il Catanzaro pareggia con la Juve Stabia e blinda il quinto posto. Il Cosenza batte il Trapani e continua a sperare nel terzo posto finale, mentre il Crotone espugna Casarano e prova a far dimenticare le parole del patron Vrenna.
Catanzaro: un punto, molte verità
C’è un pareggio che pesa meno di quanto dica il tabellino, e un altro che pesa più di quanto sembri. Quello di Castellammare appartiene alla seconda categoria: un punto che ha il sapore di una piccola restituzione karmica per il Catanzaro, beffato nel finale contro Monza, Avellino e Modena. Stavolta, contro la Juve Stabia, il destino ha cambiato lato del tavolo. Non è solo questione di fortuna, però. Sarebbe riduttivo. Il Catanzaro ha mostrato una qualità meno appariscente ma più preziosa: la capacità di restare riconoscibile anche quando le assenze diventano sistema. Senza Pietro Iemmello, e con un centrocampo titolare praticamente evaporato (da Favasuli a Petriccione fino a Pontisso), la squadra di Alberto Aquilani non si è smarrita. Ha cambiato pelle senza cambiare anima. E nel calcio contemporaneo, dove spesso l’identità è un lusso, questa è già una dichiarazione politica. Il punto conquistato, inoltre, non è neutro: allarga la forbice sulla sesta e, a tre giornate dalla fine, comincia a somigliare a una prenotazione playoff con vista. Non ancora un titolo di viaggio, ma qualcosa che gli si avvicina. E se è vero, come ha sottolineato Aquilani, che rispetto al girone d’andata la squadra è cresciuta nelle letture e nelle individualità, allora il margine non è solo in classifica ma anche nella consapevolezza.
C’è poi un dato che racconta una storia parallela e meno celebrata: il Catanzaro è una delle squadre con il maggior minutaggio di giovani e di italiani tra Serie A e B. Non è un dettaglio statistico, ma una scelta culturale. Profili come Mattia Liberali e lo stesso Favasuli non sono comparse, ma promesse credibili. In un sistema che spesso preferisce l’usato sicuro, questa è quasi un’anomalia virtuosa.
Crema: tra i tanti volti della serata campana, la luce più nitida è quella di Federico Di Francesco: un gol che pesa, perché arriva dopo un lungo attraversamento nel deserto e perché restituisce senso e fiducia. Non è solo una rete, è una riappropriazione.
Amarezza: il retrogusto resta inevitabile: senza quei tre pareggi consecutivi subiti nel finale, il quinto posto sarebbe già archiviato e catalogato. Ma il calcio, come la memoria, non si riscrive. Si può però interpretare. E oggi la classifica suggerisce che quella posizione, pur non blindata, ha già imparato a riconoscere il suo proprietario.
Le due stagioni (in una) del Cosenza
Cosenza vive sospesa in una contraddizione che ormai non sorprende più, ma continua a pesare come un macigno. Fuori dal campo, la frattura è ormai istituzionale, plastica, perfino protocollare: il consiglio comunale aperto ha certificato ciò che da tempo si respirava, ovvero la distanza siderale tra il club e la sua comunità. Non è più solo una questione di umori o contestazioni: è un confronto che si muove sul terreno, ben più scivoloso, delle carte, delle concessioni, della legittimità stessa di restare nel “Marulla”.
Dentro il campo, invece, il Cosenza continua a fare il suo mestiere con una serietà quasi ostinata, come se il rumore esterno fosse ovattato da una bolla agonistica. La vittoria di misura contro il Trapani, in uno stadio che ormai somiglia più a un contenitore vuoto che a un fortino, racconta proprio questo: una squadra che, pur appannata, resta viva, competitiva, agganciata a un terzo posto che significherebbe playoff con un margine di vantaggio non trascurabile.
Eppure, il racconto non è mai lineare. Le voci di cessione che si rincorrono senza mai concretizzarsi, il fugace e criptico segnale social della VF Group, la gestione mediatica sempre più ermetica della società: tutto contribuisce a creare una narrazione parallela, fatta di indizi più che di certezze. Anche la scelta di lasciare fuori Tommaso D’Orazio – simbolo prima ancora che calciatore – e poi mostrarlo in tribuna accanto al patron Eugenio Guarascio, appare come un gesto più comunicativo che tecnico, quasi a voler prevenire un incendio che però continua a covare sotto la cenere.
Il punto è che il Cosenza, oggi, sembra vivere due stagioni diverse. Una, concreta, fatta di punti, classifiche e ambizioni legittime. L’altra, ben più fragile, costruita su equilibri precari e su un rapporto con il territorio che si è logorato fino a spezzarsi. E a una giornata dalla fine, con scenari ancora aperti sia sul campo che nelle stanze dei bottoni, la sensazione è che il vero bivio non sia più solo sportivo.
Crema: il ritorno al gol, emozionante ed emozionato, di Simone Mazzocchi è molto più di una buona notizia: è un segnale. Nei playoff, dove le partite si decidono nei dettagli e nei momenti, ritrovare il proprio terminale offensivo significa restituire alla squadra una grammatica che sembrava smarrita.
Amarezza: D’Orazio in tribuna non può essere definita una semplice «scelta tecnica». Sì tratta di un simbolo. E i simboli, nel calcio, contano più delle spiegazioni. Così come pesa un clima in cui la società continua a procedere come se il dissenso fosse un rumore di fondo e non, invece, la colonna sonora di una frattura sempre più profonda.
Crotone, identità oltre la tempesta
C’è una forma di resistenza che non fa rumore, ma lascia tracce profonde. È quella del Crotone, squadra che in una stagione attraversata da scosse telluriche – amministrative, societarie, emotive – ha scelto la via più difficile: restare in piedi senza perdere identità. E non è poco, anzi è tutto.
Quando l’amministrazione giudiziaria ha fatto irruzione nei sogni di alta quota, il rischio concreto era quello di una caduta verticale, di quelle che lasciano macerie più morali che sportive. Poi, come se non bastasse, le parole del presidente Gianni Vrenna di venerdì scorso hanno aggiunto ulteriore instabilità a un contesto già fragile. In molti avrebbero alzato bandiera bianca, scegliendo l’alibi. Il Crotone no.
La vittoria di ieri a Casarano vale più di tre punti: è una dichiarazione di esistenza. Non brillantezza fine a sé stessa, ma sostanza. Una squadra che si riconosce, che accetta i propri limiti ma non li subisce. Il sesto posto, ormai cerro, non è un traguardo casuale: è il risultato di una continuità emotiva prima ancora che tecnica. E nei playoff – territorio per definizione anarchico – questa può diventare moneta pesante.
Crema: Zunno è la costante di un’equazione spesso instabile: presenza, incisività, personalità. Non illumina a intermittenza, ma scalda con continuità. Musso, invece, è l’intuizione che cambia le prospettive: arrivato a gennaio, si è già ritagliato un ruolo da protagonista, l’uomo che nei momenti sporchi può fare la differenza. Nei playoff, serve esattamente questo: qualcuno che sappia decidere.
Amarezza: le dichiarazioni di Vrenna restano lì, sospese come una nuvola bassa. Il calcio vive di presente, ma si nutre di futuro: e quando il futuro si incrina, anche il presente perde un po’ di luce. (fra.vel.)
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