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Erbe officinali, Statti: «La Calabria ha tutte le carte, ma manca la filiera»

Dalla sapienza di San Francesco di Paola alla ricerca scientifica, il docente Unical analizza ritardi e potenzialità di un settore strategico ancora privo di integrazione e visione industriale

Pubblicato il: 21/04/2026 – 19:30
di Romano Pitaro
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Erbe officinali, Statti: «La Calabria ha tutte le carte, ma manca la filiera»

«Sono stati anni di impegno anche applicativo, per validare la straordinaria competenza erboristica e naturalistica di San Francesco di Paola, che conosceva bene la botanica, la farmaceutica, la biochimica, l’ecologia e le virtù medicinali e nutritive delle piante, tant’è che sceglieva sempre le erbe medicinali giuste, farmacologicamente parlando, per ogni patologia che doveva curare e spesso usava miscele di più piante o alimenti, al fine di favorirne l’attività biologica e gli effetti che oggi definiremmo sinergici. Alla fine, ne è venuto fuori un lavoro che ha conquistato l’attenzione non solo degli esperti della materia».
Giancarlo Statti, professore ordinario di Biologia farmaceutica all’Università della Calabria, 61 anni, sguardo perspicace e loquela fluente, lo incontro nel monastero francescano dell’Ecce Homo di Mesoraca, a conclusione della presentazione del libro «Le erbe di san Francesco di Paola», scritto assieme all’etnobotanico Carmine Lupia ed edito da Rubbettino.
Il volume si fregia di un saggio introduttivo del correttore dell’Ordine dei Minimi, padre Gregorio Colatorti, e tratteggia anche il profilo spirituale e le virtù civili del fondatore dell’Ordine dei Minimi che, reclamato da Luigi XI alla corte francese, fu – così papa Leone X – «l’uomo inviato dalla Provvidenza per far luce nelle tenebre che avvolgevano il suo tempo».

Quale importanza hanno avuto, al tempo di san Francesco, le piante officinali e i monaci per la diffusione dell’uso delle piante a scopo terapeutico?

«A quel tempo, le piante officinali erano uno dei principali strumenti terapeutici disponibili. La medicina era profondamente integrata con la conoscenza naturalistica e con la tradizione empirica e i monasteri costituivano veri e propri centri di conservazione, elaborazione e trasmissione del sapere. I monaci non erano soltanto uomini di fede, ma anche studiosi e sperimentatori: coltivavano orti officinali, raccoglievano specie spontanee e trascrivevano nei codici le proprietà medicinali delle piante. In questo contesto, la figura di san Francesco di Paola emerge con sorprendente modernità: dalle fonti si rileva una conoscenza selettiva e non casuale delle specie vegetali, con una capacità di scelta che oggi definiremmo “razionale”. L’uso combinato di più piante o alimenti, documentato nei processi canonici, suggerisce una comprensione empirica dei sinergismi di azione, concetto centrale nella moderna fitoterapia. In altre parole, ciò che oggi studiamo con strumenti fitochimici e farmacologici avanzati, allora veniva intuito attraverso osservazione, esperienza e relazione profonda con la natura».

Qual è oggi l’importanza delle erbe officinali in Calabria?

«La Calabria rappresenta uno dei territori a più alta biodiversità del Mediterraneo, con una ricchezza floristica che supera le 3.000 specie vegetali, molte delle quali con potenziale officinale. Si tratta di un patrimonio di enorme valore scientifico ed economico. Il comparto in Italia è in crescita costante, con migliaia di ettari coltivati e una filiera che coinvolge agricoltura, trasformazione e industria nutraceutica e cosmetica. Tuttavia, in Calabria questo potenziale è ancora solo parzialmente espresso. Esistono esperienze virtuose, soprattutto legate alla raccolta spontanea e a piccole realtà imprenditoriali, ma manca una strutturazione sistemica della filiera. Eppure, le condizioni pedoclimatiche, la presenza di aree protette e la tradizione etnobotanica rendono questa regione ideale per uno sviluppo di alto profilo nel settore».

Perché la Calabria non riesce a valorizzare pienamente questa risorsa, a differenza di altre aree come il Pollino lucano?

«La risposta è complessa e multidimensionale. Manca una vera integrazione di filiera: produzione, raccolta, trasformazione e commercializzazione spesso restano segmenti isolati. Senza una visione industriale e scientifica condivisa, il valore aggiunto si disperde. In secondo luogo, si registra una carenza di trasferimento tecnologico tra università, centri di ricerca e territorio. Le competenze esistono – e sono di alto livello – ma non sempre si traducono in modelli imprenditoriali concreti. Un altro elemento critico è la frammentazione istituzionale: la presenza di parchi, enti e programmi è importante, ma spesso manca il coordinamento strategico. Le risorse, anche europee, rischiano così di non produrre effetti strutturali. Inoltre, sarebbe necessario superare una certa visione romantica della biodiversità. La natura non va solo celebrata, ma organizzata, standardizzata e validata scientificamente. Oggi il mercato richiede qualità certificata, tracciabilità, studi fitochimici e clinici: solo così le piante officinali possono diventare veri driver di sviluppo. La Calabria possiede tutte le condizioni per diventare un modello di sviluppo nella fitoterapia mediterranea, ma occorre un cambio di paradigma, per passare dalla conoscenza alla progettualità, dalla tradizione all’innovazione, dalla biodiversità alla bioeconomia. Il messaggio di san Francesco è ancora attuale: la natura offre risorse straordinarie, ma sta all’uomo saperle comprendere e trasformarle in valore, nel rispetto dell’equilibrio tra scienza, ambiente e società».

La Regione nel 2023, per la prima volta, ha approvato una legge sulle piante officinali: sta funzionando bene?

«È una legge importante, perché interviene su tre assi fondamentali: la tutela della biodiversità, la prevenzione del degrado ambientale e la regolamentazione della filiera delle piante officinali, dalla raccolta alla commercializzazione. Riconosce, finalmente, il valore di un grande patrimonio naturale e prova a inserirlo in una visione moderna, coerente con le politiche europee di sostenibilità e bioeconomia. In questo senso, rappresenta un passaggio culturale prima ancora che normativo».

E tuttavia?

«Tuttavia, allo stato attuale, la legge non sta ancora producendo gli effetti attesi. Il problema non è la sua impostazione, che è condivisibile, ma la fase attuativa, ancora incompleta. Mancano alcuni cruciali strumenti operativi, tra cui l’istituzione dell’Osservatorio regionale, che dovrebbe svolgere un ruolo chiave nel monitoraggio delle risorse, nella raccolta dei dati e nel coordinamento delle attività sul territorio. Senza questi elementi, la legge rischia di restare una cornice teorica, incapace di incidere realmente sulle pratiche di raccolta, coltivazione e trasformazione».

Vuole indicare le criticità principali?

«Possono essere sintetizzate in tre punti: il ritardo nei decreti attuativi, perché senza linee guida operative gli operatori del settore non hanno riferimenti chiari; l’assenza di coordinamento tra enti, parchi, aziende e mondo della ricerca; la debole integrazione con il sistema produttivo, che continua a muoversi in modo frammentato. A ciò si aggiunge un elemento culturale: la difficoltà di approdare da una gestione tradizionale, spesso spontanea e non regolata, a un modello strutturato, basato su standard qualitativi, tracciabilità e validazione scientifica».

Qual è il rischio, se la legge resta inapplicata?

«Da un lato, si perde un’occasione concreta di sviluppo economico e occupazionale, soprattutto nelle aree interne. Dall’altro, si espone il patrimonio naturale a pratiche non controllate, con possibili effetti negativi sulla conservazione delle specie. Senza l’attuazione della legge non si riesce a proteggere la biodiversità né a generare valore. La direzione intrapresa è quella giusta, ma oggi siamo ancora in una fase di transizione. Occorre accelerare sull’attuazione, rendere operativi gli strumenti previsti e costruire una reale sinergia tra istituzioni, università e imprese. Solo così la Calabria potrà trasformare una buona legge in una leva concreta di sviluppo sostenibile, capace di coniugare tutela ambientale, innovazione scientifica e crescita economica». (redazione@corrierecal.it)

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