Come l’Angelo della storia di Walter Benjamin, Anna e le rovine invisibili del presente
Nel riflesso evocato dal quadro di Paul Klee, la tragedia di Catanzaro diventa emblema di un malessere collettivo fatto di solitudine, relazioni svuotate e incapacità di vedere il dolore prima che si…

Per uno spazio di tempo infinitesimale, l’altro giorno il mondo s’è inceppato, quando Anna e i suoi figli sono finiti nel labirinto che porta al nulla o alla Casa del Padre. Nel flusso degli eventi tragici dei giorni nostri e nella storia dell’umanità, delle sue tensioni e dei suoi lati oscuri, Anna di Catanzaro, per la cupa solitudine in cui è precipitata e che l’ha spinta a porre fine al suo tormento interiore sacrificando se stessa e i suoi figli, assume un significato che trascende il racconto cronachistico. Ed esigerebbe, ad esserne capaci, di non chiudere il “caso” con meste spiegazioni psichiatriche, perché, da un piccolo quartiere di una città provinciale del frastornato impero globale, la via di fuga di Anna sottende anche l’angoscia profonda del “mal di vivere”, in un tempo, connotato da una parossistica mercificazione delle relazioni umane, che enfatizza a dismisura le vorticose trasformazioni informatiche e biotecnologiche, ignorando deliberatamente i bisogni, le emozioni e i disagi delle persone in carne e ossa, specie se fragili.
La tragedia di Anna di Catanzaro materializza la metafora dell’Angelo della storia di Walter Benjamin ispirata al quadro di Paul Klee: gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese e il viso rivolto al passato, la cui catena di eventi gli appare come una sola catastrofe che accumula rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi.
Forse è esagerato associare il progresso cui tendiamo a una tempesta di eventi sventurati che induce a non credere più a niente, ma la solitudine di Anna, come per l’Angelo della storia, deve aver avuto come compagna, maligna e impietosa, la sfiducia nel suo futuro. Al di là di simbologie e delle antiche mitologie che il dramma di via Zanotti Bianco evoca, resta, per chi Anna l’ha conosciuta, e magari ne ha percepito il turbamento senza però intuirne l’epilogo, da chiedersi dove non si è guardato; e, se abbiamo guardato, come si è potuto non scorgere il grumo di ribollente sofferenza che Anna, madre di tre figli, si teneva per sé. Ci si chiede quale sia stata la molla che, a un certo punto, ha fatto capitolare la sua stabilità emotiva e, insieme, da quando abbiamo incominciato a considerare il nostro prossimo con distacco, apatia e indifferenza. C’è un tempo per ogni cosa, asserisce l’Ecclesiaste: per nascere e morire, gioire e soffrire, costruire e distruggere. E può essere una consolazione, in assenza di convincenti spiegazioni razionali, ritenere che il tempo di Anna e dei suoi figli rientri in un rassicurante disegno divino che, dall’alto del suo magistero e della sua potenza “in saecula saeculorum”, non bada all’utilità dei consultori, degli ospedali, del medico di famiglia, del pediatra e dei servizi di salute mentale.
Di sicuro, che si creda o no nella resurrezione evangelica, è davvero poca cosa rubricare l’accaduto tra i dolori invisibili, perché non è il dolore che si nasconde. Semmai è il nostro sguardo che è diventato restio a penetrare le maschere pirandelliane intorno a noi, per giungere, il più possibile, al volto delle persone e del loro vissuto quotidiano.
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