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‘Ndrangheta, il blitz segreto nelle Preserre e la rabbia del clan per la droga svanita nel nulla: «Chi è stato?»

Nel 2021 la Polizia sequestrò 245 kg di droga. Le “indagini” e i sospetti della cosca per lo “smacco” subito: «Noi dobbiamo fare le pecore…»

Pubblicato il: 28/04/2026 – 10:35
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‘Ndrangheta, il blitz segreto nelle Preserre e  la rabbia del clan per la droga svanita nel nulla: «Chi è stato?»

VIBO VALENTIA Doveva essere un blitz notturno per posizionare una telecamera. Si è trasformato, invece, in un maxi-sequestro di oltre 245 kg di droga. Un colpo talmente pesante da mandare la ‘ndrina in crisi che, una volta scoperta la sostanza mancante, sarebbe andata su tutte le furie, avviando vere e proprie “indagini” per scoprire chi avesse osato colpire nel cuore del proprio territorio. È uno dei tanti episodi che la Dda ricostruisce nelle oltre 4 mila pagine dell’inchiesta Jerakarni, che la scorsa settimana ha inferto un duro colpo alla ‘ndrangheta delle Preserre. In particolare, al clan degli Emanuele-Idà, che avrebbe avuto il traffico di droga come principale business illecito gestito direttamente dal “fortino” delle Preserre.

Il maxi-sequestro notturno

Senza sapere, però, che ogni loro movimento era controllato dalle forze dell’ordine. Tutto risale a dicembre 2021, quando gli agenti, impegnati nel posizionare una telecamera di sorveglianza nelle campagne frequentate dagli indagati, si imbattono casualmente in numerosi fusti di plastica: al loro interno circa 234 buste in cellophane piene di marijuana, contrassegnate da marchi distintivi come “Pokemon”, “Kazim”, “Devil”. Oltre 245 kg di droga sequestrati sul momento dalla Polizia a insaputa della cosca che, già monitorata dagli investigatori, sarebbe andata su tutte le furie per lo «smacco» subito.

Le indagini del clan e la “bonifica”

Nei giorni successivi, grazie anche alle telecamere installate, gli investigatori seguono i movimenti di Marco Idà, Michele Idà (cl.97) e Filippo Mazzotta, ritenuti membri del gruppo criminale. «Chi ca**o viene a farci una cosa come questa?» avrebbe esclamato Mazzotta una volta arrivato sul posto, dando ulteriore prova – secondo gli inquirenti – della «convinzione della cosca degli Emanuele di essere incontrastati ed egemoni nel territorio di competenza». Escluso inizialmente l’intervento della Polizia, i tre «non riuscendo a darsi pace» avrebbero iniziato delle “indagini”, compiendo anche «una sorta di bonifica» del luogo alla ricerca di indizi che potessero aiutarli a scoprire i colpevoli. Si trattava, infatti, non tanto di un problema economico, quanto di uno “smacco” al clan imperdonabile: per questo – aggiungono gli inquirenti – il gruppo avrebbe anche pensato di farsi giustizia da solo: Michele Idà, riferendosi ai “sospettati” del paese, avrebbe suggerito di «portarli in un garage, e di legarli là… fino a quando non esce la cosa».

«Noi dobbiamo fare le pecore…»

Insieme alla “ricerca” delle prove lasciate dai responsabili, continuate fino a sera inoltrata, il gruppo si sarebbe anche prodigato per rifornirsi nuovamente, contattando uomini della Locride. «L’attività di narcotraffico non poteva certo rallentare nonostante la battuta d’arresto» chiosa la Dda. Mentre «riprendevano imperterriti le ricerche di eventuali impronte», gli indagati avrebbero anche fatto riferimento a “guerre” accadute in passato per eventi simili. Solo il presunto boss Franco Idà, in una riunione successiva, avrebbe avanzato l’ipotesi delle forze dell’ordine. Un’opzione inizialmente scartata dai «giovani rampolli del clan»: «ci fa comodo a inculargliela ai carabinieri …e noi dobbiamo fare le pecore…»  avrebbe commentato in disaccordo Michele Idà.

Momenti di sconforto, delirio e vendetta

«I sodali – precisa la Dda – passavano da momenti di grave sconforto, a momenti di delirio, di vendetta, fino a giungere a tratti di sano realismo». Tra le varie ipotesi, gli indagati avrebbero riflettuto anche su come evitare “furti” futuri, disponendo eventualmente la droga in più luoghi diversi. Ci vorrà una settimana, vissuta in una tensione crescente, prima che finalmente una “traccia” verrà trovata: ovvero una delle telecamere installate dalla Polizia, successivamente tolta dagli uomini intervenuti. Quando però ormai il maxi sequestro era avvenuto: «Il sito violato dalle forze dell’ordine – chiosa la Dda – costituiva uno dei maggiori depositi della consorteria delle Preserre». (ma.ru.)

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