Frode fiscale da 34 milioni a Montalto Uffugo, l’organizzazione «stabile» piegata alla «violazione delle norme»
La società avrebbe consentito l’evasione di oltre trenta milioni di euro ad un migliaio di aziende straniere online operanti in Italia

COSENZA La Guardia di Finanza di Cosenza ha svolto due anni attività per l’accertamento di una presunta associazione per delinquere finalizzata alla evasione fiscale, mediante dichiarazioni infedeli, che sarebbe stata organizzata da consulenti fiscali e commercialisti che, in collaborazione con una società inglese, avrebbero consentito a un migliaio di aziende straniere operanti in Italia mediante commercio on line soprattutto sulla piattaforma Amazon, l’evasione di oltre trenta milioni di euro. I professionisti avrebbero utilizzato la figura giuridica del rappresentante fiscale, secondo l’accusa, per mascherare operazioni di evasione.
Secondo l’ipotesi investigativa, il meccanismo avrebbe permesso, tra il 2019 e il 2021, di sottrarre a tassazione una base imponibile superiore a 82 milioni di euro, con una presunta evasione fiscale complessiva di oltre 34 milioni di euro: più di 14 milioni per Iva non versata e quasi 20 milioni relativi alle imposte dirette.
L’Ufficio di Procura di Cosenza aveva chiesto gli arresti domiciliari per tutti i professionisti, che, con i loro legali, Nicola Rendace, Giovanni Cirio e Roberto Le Pera, si sono difesi nel corso dell’interrogatorio preventivo dinanzi al gip di Cosenza, Giuseppa Anna Ferrucci, contrapponendo, alla tesi della Guardia di Finanza, una mole di documentazione a sostegno della legittimità dell’attività resa. All’esito dell’interrogatorio, la richiesta di arresti domiciliari è stata rigettata e il gip ha applicato l’interdizione per mesi 6 dalle rispettive professioni mentre per una quarta indagata non è stata applicata nessuna misura.
La genesi dell’indagine
Le indagini partono dall’acquisizione, nel corso delle attività di controllo, di informazioni su una società a cui veniva inviato un questionario ai fini fiscali. I dati ottenuti nella risposta e trasmessi sono stati poi oggetto di una attenta analisi che avrebbe fatto emergere una «cospicua evasione di imposte dirette e indirette per le società estere in esame».
Sotto il profilo investigativo, nel periodo sottoposto a controllo, 1.263 soggetti economici non residenti nel territorio nazionale (società estere soprattutto di nazionalità cinese), operanti nel settore del “Commercio al dettaglio di prodotti via internet” risultavano rappresentate ai fini fiscali sul territorio nazionale da una società avente sede legale ed operativa a Montalto Uffugo.
I conti non tornano, gli uomini della Gdf il 13 luglio 2022 avviano una verifica fiscale nei confronti della società, acquisendo documentazione ritenuta di rilievo e in particolare «una cartellina di colore verde contenente documentazione varia e una lista dei clienti esteri rappresentati fiscalmente in Italia». Ulteriori approfondimenti convinceranno gli investigatori della presenza di «elementi per ritenere realizzati una serie di reati tributari riguardanti l’omessa o infedele presentazione di dichiarazioni ai fini Iva posti in essere dagli odierni indagati in concorso con soggetti non residenti in Italia, rappresentanti fiscalmente di una società» e «si rilevavano gravi indizi per affermare la complicità degli amministratori e soci», e del consulente fiscale, che avrebbe eseguito «le diverse pratiche riguardanti l’iscrizione a fini del Iva della società straniere, necessaria per lo svolgimento di attività sul territorio nazionale».
Il presunto meccanismo illecito
Il meccanismo della condotta illecita contestata agli indagati è costituito dal contratto che una società Srls ha stipulato nel 2019, a Cosenza, con una società di Manchester. Si tratta, in particolare, di un “Atto ricognitivo di debito per prestazioni continuative”. Secondo quanto ricostruito, la società calabrese avrebbe obbligato a «mettere a disposizione della società inglese una “organizzazione stabile” in grado di provvedere al servizio di rappresentanza fiscale sul territorio nazionale». A tal proposito. sarebbe stato pattuito un compenso in favore della società italiana pari a 2mila euro mensili «sino a 400 clienti», con un incremento di altri 200 euro per ogni ulteriori e nuovi 400 clienti.
Gli inquirenti hanno evidenziato una anomalia nella sottoscrizione del contratto, «la società di diritto inglese veniva identificata al momento della stipula nella persona di un uomo di cui si ometteva l’indicazione di ogni dato anagrafico utile a identificare il sottoscrittore». Ed ancora sarebbero state ravvisate ulteriori e gravi difformità: «in quanto non erano presenti agli atti le procure di conferimento ritualmente sottoscritte e autenticate da parte dei soggetti esteri» e «le firme dei titolari/responsabili delle società e ditte estere non erano apposte in calce a tali documenti».
Per chi indaga, la stipula del contratto formale tra le parti avrebbe garantito, di fatto, la costituzione di quella «organizzazione stabile» impegnata a «svolgere attività, apparentemente lecite, ma sostanzialmente piegate ad una logica di sistematica violazione delle normative in materia fiscale, attraverso cui porre in essere un numero indeterminato di reati di evasione».
La distribuzione dei ruoli
I tre indagati avrebbero assunto rispettivamente un diverso ruolo nell’organizzazione. Un compito di primaria importanza veniva assunto da M.P.C., «soggetto che aveva soggiornato in Inghilterra e che aveva intrattenuto i contatti con lo studio inglese». L’indagato si sarebbe poi rivolto al commercialista A.M., «al quale aveva proposto questa collaborazione», poi coinvolgendo M.V. «con il quale in passato aveva intrattenuto rapporti commerciali, e determinando la costituzione della società finita al centro dell’inchiesta. (f.benincasa@corrierecal.it)
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato