San Ferdinando, tendopoli verso lo smantellamento: migranti tra lavoro precario ed emergenza abitativa
I poli sociali della Piana lavorano sulla presa in carico delle persone con percorsi individuali di accoglienza

REGGIO CALABRIA Mentre l’Italia celebra il lavoro, nella Piana di Gioia Tauro si prepara a cancellare uno dei suoi simboli più contraddittori: la tendopoli di San Ferdinando. Non perché il lavoro sia finito, ma perché resta senza diritti. Il decreto commissariale approvato a marzo, nel solco degli interventi nazionali ispirati al “modello Caivano”, dispone la demolizione dell’insediamento e il trasferimento dei braccianti, prima dell’estate, verso strutture alternative, in particolare a Contrada Russo, nel territorio di Taurianova e in alcuni appartamenti del Comune di Rosarno, nelle zone di Contrada Serricelle. Una misura presentata come definitiva, ma che sul territorio solleva più domande che certezze.
I numeri: lavoro stabile, diritti fragili
Secondo gli ultimi dati di Medici per i Diritti Umani (MEDU), nei primi mesi del 2026 sono state assistite circa 40 persone nella Piana: il 70% vive in Italia da oltre tre anni la maggior parte è regolarmente soggiornante molti erano già stati seguiti negli anni precedenti. Un dato che smonta la narrazione emergenziale: non si tratta di presenze temporanee, ma di lavoratori strutturali del sistema agricolo. La paga media dichiarata resta intorno ai 50 euro al giorno, mentre persistono criticità diffuse: giornate non registrate, contratti brevi, buste paga incomplete. Già nella stagione 2024-2025, MEDU aveva rilevato che: il 70% dei lavoratori dichiarava di avere un contratto, spesso però di brevissima durata il 58% non riceveva regolarmente la busta paga l’87% era regolarmente presente in Italia Non è solo lavoro nero: è lavoro “grigio”, formalmente regolare ma sostanzialmente privo di tutele.
Le voci dai campi
I numeri trovano conferma nelle testimonianze raccolte sul campo: «A gennaio ho lavorato sedici giorni, ma sulla busta paga compaiono solo due». «Si guadagna sempre troppo poco qui… e fa tanto freddo la notte». Parole che raccontano una distanza concreta tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene vissuto.
Smantellamento e trasferimento: il nodo dei posti
Il superamento della tendopoli passa dal trasferimento verso strutture esistenti. Tra queste, il borgo sociale di Contrada Russo, realizzato anche con fondi pubblici e considerato uno dei pilastri del piano. Ma i numeri restano il punto critico: il borgo dispone di circa 96 posti, già tutti occupati, a cui si aggiungono quelli del campo container già presente nell’area. Una capienza comunque insufficiente rispetto alle centinaia di lavoratori che gravitano stagionalmente nella Piana. Il rischio, evidenziato dagli operatori, è che una parte resti esclusa, alimentando nuovi insediamenti informali. Le organizzazioni attive sul territorio, tra cui Emergency, parlano apertamente di un rischio concreto: quello di spostare la marginalità senza risolverla. Secondo gli operatori, la chiusura della tendopoli senza un sistema diffuso di accoglienza rischia di produrre lo stesso schema già visto negli anni: concentrazione dei lavoratori in aree isolate, lontane dai servizi e dai centri abitati. «Senza alternative reali, gli sgomberi producono solo nuovi insediamenti informali». Il nodo non è l’intervento in sé, ma la sua impostazione: mancano garanzie su tempi, modalità, accesso ai servizi e coinvolgimento diretto delle persone interessate.
Oltre l’emergenza: integrazione possibile
Accanto alle criticità, esistono esperienze che indicano una strada diversa. In questo contesto operano i tre poli sociali attivi nella Piana di Gioia Tauro, strutture che lavorano quotidianamente sull’emersione delle fragilità e sulla presa in carico delle persone presenti tra tendopoli e insediamenti informali e non solo. Le loro attività si sviluppano su più livelli: ricerca di soluzioni abitative, accompagnamento all’accesso ai servizi sanitari, supporto per l’inserimento lavorativo, insegnamento della lingua italiana agli stranieri e, nei casi previsti, attivazione di percorsi di rimpatrio volontario. L’intervento si concentra soprattutto sui soggetti più vulnerabili, con l’obiettivo di ridurre le condizioni di marginalità e favorire percorsi di autonomia. Il lavoro dei poli si basa su una gestione caso per caso, che prevede la costruzione di percorsi individualizzati e l’utilizzo di strumenti di mediazione tra bisogni abitativi, sanitari e occupazionali. A Taurianova, il polo sociale rappresenta un presidio concreto. Qui emergono anche percorsi di integrazione riuscita, come quello di Rocio Pando, arrivata dal Perù e oggi infermiera grazie a un percorso costruito con il supporto degli operatori.
Nel giorno in cui il lavoro viene celebrato, la realtà della Piana racconta qualcosa di diverso: il lavoro c’è, ma non basta. Senza casa, senza residenza, senza accesso ai servizi, il lavoro resta incompleto. E diventa facilmente sfruttabile. Smantellare la tendopoli può essere necessario. Ma senza soluzioni strutturali — abitazioni diffuse, trasporti, controlli lungo la filiera — il rischio è che il problema cambi solo forma. Perché il lavoro, quando non è accompagnato dai diritti, resta invisibile. E chi lo sostiene continua a restare ai margini. (redazione@corrierecal.it)
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