Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 11:00
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 4 minuti
Cambia colore:
 

«U cori mio è calabrisi»

Porcopò, molto più di un influencer

Cibo, radici e umanità così Francesco Porco ha fatto della Calabria un sentimento condiviso, tra video virali e storie di comunità

Pubblicato il: 01/05/2026 – 10:45
di Emiliano Morrone
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
Porcopò, molto più di un influencer

COSENZA Si chiama Francesco Porco, in arte «Porcopò». Cosentino, due anni fa rientrò da Torino, dove si occupava di street food – «vinnìa panini cu vruocculi e sazizza». Francesco si spostò per aprire una locanda tipica nel cuore storico di Cosenza, con l’aiuto ai fornelli della mamma Paola. Simpatico, esuberante, autentico, in poco tempo è diventato un fenomeno del web per le migliaia di visualizzazioni e condivisioni dei suoi reel, con i quali promuove prodotti e pietanze della Calabria, tradizioni locali, attività e usanze di una volta, luoghi storici e perfino raccolte fondi per beneficenza – tra cui una per la piccola Noemi (leggi qui la storia) – o appelli di solidarietà in prima persona, come quello recente in favore di Luca, un paziente bisognoso di cure mediche urgenti.
I video di Porcopò sono semplici, creativi, identitari, scherzosi; talvolta con messaggi morali come il bisogno di eguaglianza degli uomini o di pace nel mondo; in altri casi autoironici e spesso, anche grazie alla sintonia della “spalla”, il cameriere Gaetano, rappresentativi del culto calabrese per il cibo quale elemento inclusivo, di condivisione, amicizia, solidarietà, incontro e festa.
Ormai Francesco – forse soltanto io lo chiamo con il nome di battesimo – è diventato un personaggio della quotidianità digitale: i suoi canali social sono visti e frequentati finanche da ragazzini, che poi lo inseguono per strada a caccia di un video, un selfie, l’autografo, come da professionisti affermati e da oriundi in cerca di un riferimento emotivo alle radici e all’animo della Calabria, di un rinvio leggero ma non banale alle origini.
Con la propria comunicativa, fatta di sguardi, mimica e frasi ricorrenti – tipo «ma tu pitti»? –, Porcopò arriva a diverse generazioni e le unisce attorno all’idea che la Calabria sia una regione magnifica, quasi fuori dal tempo e dallo spazio, «una terra santa e ricca» di profumi e sapori, di spiritualità, cultura nobile, natura incantevole e senso di appartenenza; il quale, però, si manifesta fuori dai confini, oltre il Pollino, lo Stretto, il Mediterraneo.
Francesco scoprì le live grazie alla passione per il calcio e cominciò a motteggiare, a «farmare» con il (finto) rivale crotonese Jon Botta – si scrive proprio «Jon». Le loro dispute erano attesissime, piacevano, venivano seguite da un pubblico crescente, anche delle tifoserie del Cosenza e del Catanzaro; Botta è giallorosso. Così Francesco fu notato. Poi capì che poteva emergere in rete, intanto per un carisma che prima non era stato colto e valorizzato a modo. Aiutato dal figlio Joaquín, compito studente di Giurisprudenza che s’intende di linguaggi visivi, Porcopò ha potuto perfezionare la sua comunicazione, che ha reso veloce, genuina, transgenerazionale; ogni tanto condita con riflessioni sulla bellezza e sul ruolo della memoria, quasi una versione in salsa calabrese degli «anni d’oro» degli 883.
Nei filmati di Francesco compare talvolta la moglie Claudia, una signora cubana che balla con lui oppure mostra il carattere solare dell’isola dei Caraibi. Ancora, si vedono la preparazione di piatti succulenti o di panini croccanti da mangiare, immagini del mare o della montagna calabrese, scorci di Tropea dal fascino immediato, distese innevate della Sila o angoli di Cosenza Vecchia. E poi ci sono le canzoni di successo dell’influencer, «Amuri e speranza» – testo del compianto scrittore Giovanni Sestito – che ne racconta la ventura di emigrato, la saudade, la calabresità irrinunciabile, quasi una fede, e «Porcopò», brano ballabile a sfondo commerciale che si riferisce anzitutto al valore antico della sazietà, espresso dal motto «mangia picchì panza china canta e no’ cammisa janca».
Da ultimo Porcopò ha lanciato il singolo U cori mio è calabrisi, pezzo molto curato sulla tensione dell’emigrato dalla Calabria, che ovunque porta con sé la sua terra, gente e identità, inseguito dal richiamo della casa, della propria dimensione insostituibile fatta di famiglia, amici, piazza e tipicità. È una sua scommessa personale maturata dopo rapporti allacciati con “paesani” al Nord e all’estero, che ne ammirano l’arte di esprimere il legame filiale con la Calabria, di trasmettere emozioni senza filtri in un’era dominata dal mercato, che tende a omologare i territori, a cancellare la memoria, a svilire le narrazioni locali. È un percorso destinato ad avere fortuna, ripreso da Cecè Barretta e in parte lanciato molto prima dal Parto delle nuvole pesanti, con tutti i distinguo del caso.
L’orgoglio ritrovato può essere anche poetico e andare oltre il folclore, il momento, l’attimo del web. In fondo Porcopò dà ritmo e colore alla Calabria, oggi più che mai bisognosa di autostima, di fiducia, di capacità di distinguersi. (redazione@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato  

Argomenti
Categorie collegate

x

x