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I dettagli dell’inchiesta

«La mafia qua è, noi siamo compare»: armi, molotov e un topo bruciato vivo

Dalle carte dell’inchiesta “Marijoa” emerge un gruppo che si sentiva padrone del territorio. E lo dimostrava

Pubblicato il: 02/05/2026 – 10:35
di Paola Suraci
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«La mafia qua è, noi siamo compare»: armi, molotov e un topo bruciato vivo

REGGIO CALABRIA «Ragazzi passo il calvario a testa alta e con il braccio fuori e nessuno mi dice niente, quindi vedete di chi cazzo è la zona, che qui facciamo ciò che vogliamo lo stesso». Lo si sente dire in un video di tredici secondi, girato dal finestrino di un’auto in marcia il 4 gennaio 2023, il calvario è la chiesa del Calvario. È il risultato dell’operazione condotta dai carabinieri della Stazione di Melicucco, sfociata nell’inchiesta coordinata dalla Dda e dal procuratore Emanuele Crescenti, denominata “Marijoa”: Salvatore Carbone, 22 anni, di Polistena; Francesco Bono, 22 anni, di Melicucco; e Francesco Oppedisano, 21 anni, di Cinquefrondi sono finiti agli arresti domiciliari. Altri due indagati 22enni — Giovanni Ciricosta e Angelo Serafino Chiappalone — sono stati raggiunti dall’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, rispettivamente cinque e tre volte a settimana. Complessivamente 14 le persone indagate, alcune delle quali minorenni all’epoca dei fatti. Come si legge nelle 49 pagine dell’ordinanza firmata dalla giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palmi, Jessica Dimartino, quello di Melicucco non era un gruppo di ragazzi che si limitava a perseguitare i più deboli. Era un gruppo che si sentiva padrone del territorio, che si ispirava esplicitamente alla mafia, che aveva accesso alle armi e che lo dimostrava. Con i fatti. E con le parole.

«La mafia qua è, noi siamo compare»

Il 21 novembre 2023, in un video di undici secondi riportato nelle carte dell’ordinanza, Francesco Bono si rivolge a Giovanni Ciricosta e afferma con tono trionfante: «La mafia qua è, noi siamo compare… la mafia qua è». Non è un episodio isolato. In un altro audio, Giovanni Ciricosta commenta una multa al codice della strada ricevuta e dice: «Se fossi stato io, li avrei beccati quando erano senza divisa e li avrei ammazzati di botte, giuro sull’anima dei defunti». La giudice Dimartino scrive nelle sue 49 pagine che questi ragazzi «più volte fanno riferimento al controllo del territorio tipico della mafia, che specificamente nominano, nonché alla loro capacità di rimanere impuniti e di denigrare le forze dell’ordine».

Fucili in camera da letto e pistole nei telefoni

Dalle carte dell’ordinanza emerge che nel telefono di Francesco Oppedisano vengono trovate fotografie di fucili e munizioni scattate nella stessa stanza da letto. La provenienza delle armi, si legge negli atti, è sconosciuta. Nel telefono di Salvatore Carbone, invece, c’è una foto di Francesco Bono che imbraccia una pistola di calibro e marca imprecisate. La giudice Dimartino è esplicita: «È inquietante la disponibilità cospicua di armi che, soggetti di così giovane età, hanno a disposizione». E ancora: questi ragazzi «dimostrano di avere già dimestichezza con temi quali il possesso di armi, di banconote false e di sostanze stupefacenti» e aspirano «a capire come comunicare senza essere rintracciati e a continuare ad agire senza essere perseguiti».

La molotov in campagna

A marzo del 2023, Angelo Serafino Chiappalone, unico maggiorenne del gruppo in quell’occasione, percorre insieme ad altri una strada di campagna con una bottiglia incendiaria costruita artigianalmente — una molotov. La lanciano. Non deflagra completamente. Tornano indietro a raccoglierla. Anche questo è ripreso con un telefono cellulare e riportato nelle carte dell’ordinanza. Le bottiglie molotov, ricorda la giudice Dimartino citando la Cassazione, «devono considerarsi comprese tra i congegni micidiali ed equiparate, agli effetti della legge penale, alle armi da guerra». Per Chiappalone scatta l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria tre volte a settimana.

Il cestino incendiato davanti alla scuola

Non è l’unico episodio di danneggiamento documentato negli atti. Il 19 novembre 2023, alle ore 00:10, i carabinieri constatano la presenza di un piccolo incendio all’interno di un cestino dei rifiuti collocato all’altezza della scuola primaria di Melicucco, in via Gramsci. Lo spengono loro stessi. Un testimone, escusso dagli inquirenti, racconta di aver visto poco prima un gruppo di ragazzi seduti nei pressi del cestino. «Una volta constata la presenza dei ragazzi e rassicuratomi che non fosse accaduto nulla di grave, riprendevo il cammino», dichiara. «Trascorsi pochi minuti, con mio stupore constatavo che il cestino dei rifiuti stava andando in fiamme. I ragazzi di prima erano spariti».

Il topo bruciato vivo

Il 14 dicembre 2023, un topo viene gettato vivo in un camino. Mentre brucia, Francesco Bono grida in dialetto, come si legge nelle carte dell’ordinanza: «Topo bastardo muori». La giudice Dimartino contesta il reato di uccisione di animale con crudeltà e senza necessità, aggravato da motivi abietti: «ovverossia per soddisfare una propria pulsione violenta contro un animale indifeso», si legge nell’ordinanza.

Le conclusioni della giudice

È un quadro che la giudice Dimartino definisce senza mezzi termini nelle sue 49 pagine. Questo gruppo di ragazzi, scrive, «non solo è già attivo nel porre in essere reati che vanno dai continui danneggiamenti a beni pubblici, vessazioni a persone deboli e possesso di armi, quanto aspira altresì a conseguire il possesso di sostanze stupefacenti, a capire come comunicare senza essere rintracciati e a continuare ad agire senza essere perseguiti». E ancora: «Non può non evidenziarsi come gli abitanti di Melicucco abbiano timore delle loro azioni e delle ripercussioni che possono subire qualora si decidano a denunciare alle forze dell’ordine ciò che accade». Le condotte di questo gruppo, conclude la giudice, «non possono essere minimizzate come semplice “ragazzate”». (redazione@corrierecal.it)

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