Domenico Cersosimo: «Il Sud ha stancato»
Per l’economista e politico, il Mezzogiorno è sparito dal dibattito pubblico e resta sospeso tra narrazioni opposte e politiche frammentate

L’economista e politico, senza troppi giri di parole, racconta un Mezzogiorno sparito dai radar che non fa più notizia, non scalda la politica e nemmeno l’accademia. Al suo posto resistono due racconti opposti e un po’ stanchi, chi lo dipinge come terra di infinite opportunità e chi come caso disperato. Le grandi politiche di rilancio dal PNRR alla ZES sembrano più un catalogo di interventi che una strategia, tanti progetti poco disegno. Il rischio è ritrovarsi con nuove opere ma senza veri cambiamenti. E poi c’è la Calabria dove il nodo non è la mancanza di risorse ma un sistema che ruota attorno alla spesa pubblica e premia più la rendita che l’innovazione.
Nel dibattito sulle prospettive socioeconomiche del Mezzogiorno si passa spesso da narrazioni molto ottimistiche a letture decisamente più critiche, a seconda dei punti di vista.
Ciò che mi impressiona maggiormente è la scomparsa, da tempo, di qualsiasi narrazione mobilitante sul Mezzogiorno. Il Sud ha stancato. La “quistione” ha logorato. Rimosso dal dibattito pubblico e dall’agenda di governo. Silenziato. Derubricato a questione territoriale irrisolvibile: troppo grande, complessa e cronicizzata per classi dirigenti ossessionate dal breve periodo, dalle congiunture elettorali, dal barometro quotidiano del proprio gradimento elettorale. Senza un’idea di Paese, il Sud è un mero aggregato geografico, il legno più storto di un’Italia storta. La caduta di interesse politico-sociale si accompagna a una non meno grave scomparsa del Mezzogiorno come oggetto di studio e di analisi. Ha perso attrattività scientifica: sono diventate mosche bianche le tesi di laurea e di dottorato di ricerca, i paper e i saggi accademici che analizzano il Mezzogiorno, le sue élite, l’articolazione sociale interna, le dinamiche economiche e imprenditoriali, i movimenti nelle e delle comunità locali. Si sono appannate le passioni civili che per molti decenni hanno spinto gruppi estesi di intellettuali e di istituzioni di ricerca ad occuparsi del Sud come di un importante e paradigmatico “pezzo di mondo”. Sicché, conosciamo poco o nulla del Sud odierno e delle sue trasformazioni recenti. Senza conoscenze adeguate, senza un disegno politico credibile, il Mezzogiorno è finito per diventare uno degli oggetti della polarizzata retorica politicista corrente: da un lato, i “trombettieri” delle grandezze del Sud e dei meridionali, delle sue immense potenzialità; dall’altro, i “tromboni” dell’immobilismo, della sua ossificata arretratezza economica e civile. Un dualismo narrativo imbarazzante per la pochezza analitica e per la superficialità propositiva. Il Sud oggi, come la gran parte dell’Italia, è soprattutto cronaca, eventi ed esperienze sfarinati, punti dispersi senza legame: una società mucillagine, abitata da “dividui” isolati, puntiformi, senza passato e senza futuro.
Alla luce dei principali interventi di sviluppo come il PNRR, la ZES (Zona Economica Speciale) e le politiche per le aree interne, quali possono davvero tradursi in effetti strutturali e quali invece rischiano di restare interventi a impatto limitato?
Il limite più evidente di questi interventi, a mio avviso, è quello di essere un elenco di politiche senza la politica. Provvedimenti frammentati decontestualizzati, privi di un ordito di politica economica, di un disegno di trasformazione e innovazione possibile, di una visione territoriale. Singole gambe che non fanno un tavolo. E’ paradossale che in mondo sempre più interconnesso, dove i buoni risultati sono il frutto dell’interazione congiunta di più soggetti, risorse e fattori, si continui cocciutamente a riproporre politiche-silos, a canne d’organo rigidamente separate. Il vizio di origine del PNRR è proprio questo: affastellare un’infinità di progetti territorialmente diffusi, nella gran parte piccoli e piccolissimi, senza una logica d’insieme, privi di un collante che sfrutti il valore aggiunto dell’insieme, dell’integrazione. Si finanziano e costruiscono nuovi edifici scolastici ma non si considerano i quartieri nei quali si realizzano, la tipologia di alunni che lo frequenteranno, le dotazioni e la qualità del corpo insegnante, le previsioni demografiche. Si progettano e realizzano Case della comunità trascurando del tutto i fabbisogni finanziari per il funzionamento ordinario, le caratteristiche sociali dei contesti locali, i bisogni di cura dei residenti. Al fischio finale avremo, sperabilmente, più edifici, più presìdi socio-sanitari, più asili nido, senza alcun cambiamento della formazione scolastica, senza una missione aggiuntiva alla scuola come istituzione di aggregazione e promozione di comunità, senza medici e personale di supporto adeguatamente attrezzati, cognitivamente e non, per presidiare la salute attraverso azioni di prevenzione e di rimozione delle determinanti sociali delle malattie. Insomma, avremo un’Italia più ricca di manufatti e opere infrastrutturali standard, ma non un’Italia diversa, più coesa, più attrezzata per far fronte alle sfide dei radicali cambiamenti degli assetti demografici e socioeconomici, dei bisogni emergenti nel campo della formazione scolastica e della salute, della mobilità. Il vizio di autoreferenzialità è ancora più evidente nel caso della ZES unica. Innanzitutto, un’autoreferenzialità rispetto alle tipologie delle Zone sparsi per il mondo da decenni, tutte connotate come ambiti territoriali estremamente limitati e attrezzati con un set articolato di strutture fisiche, strumenti e agevolazioni congrue per l’attrazione di nuovi investimenti e di grandi imprese globali. La ZES all’italiana, come è noto, è al contrario una Zona territorialmente dilatata: coinvolge l’intero Mezzogiorno e le regioni Umbria e Marche, e se si considerano anche Zone logistiche semplificate (ZLS) istituite in molte regioni del Nord, uno strumento del tutto simile alla ZES, di fatto interessa pressoché l’intero Paese. Inoltre, lo strumento agevolativo dominante – il credito di imposta – non è di per sé in grado di esercitare un’efficace attrattività d’impresa: oggi le imprese strategiche più che di agevolazioni fiscali sono alla ricerca di ecosistemi locali innovativi, permissivi e permeabili, come la presenza di altre imprese con cui fare rete, sistemi formativi locali e universitari di qualità, centri di ricerca con ricercatori focalizzati sulle frontiere tecnologiche, sistemi logistici integrati. A maggior ragione se le agevolazioni sono indiscriminate, rivolte cioè a tutte le imprese a prescindere dalle loro dimensioni, dai potenziali moltiplicativi a monte e a valle, dalle propensioni all’internazionalizzazione dei cicli produttivi e commerciali, dai territori di insediamento. Non a caso, finora la ZES non è riuscita a “catturare” gruppi di imprese di rilievo né pare abbia le caratteristiche per attrarne di significativi nei prossimi anni. D’altro canto, i crediti di imposta finora autorizzati riguardano in larghissima maggioranza imprese italiane preesistenti, per lo più di piccola dimensione e senza particolari connotazioni innovative: imprese che molto probabilmente avrebbero realizzato gli investimenti anche senza credito di imposta e senza ZES. Certamente le agevolazioni fiscali rappresentano per le imprese beneficiarie ottime boccate di ossigeno per la compressione dei costi, anche se è del tutto evidente che non è con questi incentivi e con questa ZES che si può rilanciare l’appannato e, nel complesso, declinante apparato industriale italiano.
Infine, anche la politica per le aree interne, la Strategia nazionale aree interne (SNAI), mostra un difetto di impostazione originario che le tarpa le ali. Come è ormai risaputo, questa politica è stata sinora rivolta a sperimentare un metodo di intervento su un numero predeterminato di aree interne centrato su una doppia dimensione: potenziare i servizi pubblici essenziali (sanità, scuola, trasporti) e promuovere forme di sviluppo locale basate sulla valorizzazione dinamica delle risorse mobili (lavoratori e imprenditori) e immobili (risorse naturali, patrimoni archeologici e culturali, ambiente). E’ mancato però, e manca tuttora, sia un intervento centrale di coordinamento e sostegno delle esperienze locali, sia soprattutto politiche nazionali settoriali coerenti con gli obiettivi di accrescimento delle dotazioni dell’offerta di servizi pubblici di base e con le strategie di sviluppo individuate dagli attori locali, istituzionali e non. In altri termini, se non cambiano le logiche e le governance della politica sanitaria nazionale, di quella scolastica, dei trasporti, dello sviluppo economico, è del tutto velleitario pensare che le sole forze endogene possano determinare svolte radicali della condizione sociale ed economica. Non basta, ad esempio, un buon piano di sviluppo turistico territoriale se allo stesso tempo non si attivano adeguati interventi nella rete dei trasporti nazionale: come arrivano i turisti in quell’area? Come possono le singole aree mettere su una politica di promozione adeguata della propria offerta? Ancora: come si possono superare i gap formativi delle scuole locali se non cambiano le rigide regole che disciplinano a livello nazionale numerosità di classi e istituti? Daccapo: come si può potenziare la medicina di prossimità se non si ripensa profondamente l’altrettanto rigido doppio centralismo – nazionale e regionale – del SSN?
Nel caso della Calabria, quanto pesano la dimensione territoriale, le infrastrutture e la bassa densità abitativa nel determinare le opportunità di sviluppo rispetto ad altri fattori come il livello di competenze della forza lavoro e la capacità innovativa delle imprese?
Francamente non credo che il problema del mancato sviluppo della Calabria sia strettamente correlato alla sua dimensione, o alla modestia del capitale umano o alla limitatezza della capacità innovativa delle imprese regionali. Certo, in generale sono fattori che, come diversi altri, influenzano la crescita economica. Tuttavia, per restare alla sua domanda, altre aree di dimensioni contenute, a bassa densità demografica e con dotazioni di capitale umano e imprenditoriale complessivamente modesti hanno conseguito nel secondo dopoguerra livelli di sviluppo apprezzabili, talvolta sorprendenti. La Calabria è l’unica regione italiana che per l’intero settantennio repubblicano ha mostrato un divario di sviluppo rispetto alle regioni del Nord, e spesso anche a quelle meridionali, elevato e persistente, con scostamenti temporali impercettibili. Quando il divario è così intenso e prolungato nel tempo la spiegazione va cercata non nel singolo ingrediente o fattore dello sviluppo bensì nel sistema, nelle sue logiche di riproduzione, nella qualità delle classi dirigenti, nelle matrici delle convenienze sociali. La quantità, come è risaputo, ad un certo punto si trasforma in qualità: è quello che a mio parere è avvenuto in Calabria. Per una serie di circostanze storiche di medio periodo, la rottura dell’equilibrio da sottosviluppo della società tradizionale si è via via incanalata verso un nuovo blocco di potere dominante centrato sulla spesa pubblica e, dunque, sui partiti, sui politici e sulle istituzioni e sulle strutture burocratiche erogatrici di risorse pubbliche. La politica è il “grande tutto” della Calabria: l’attore unico che performa il resto. Per inciso, ricordo che per ogni 100 euro di PIL si erogano in Calabria ben 90 euro di spesa pubblica. Nel quadro di pressoché esclusivo potere regolatorio della politica – le relazioni di mercato nell’insieme sono ben poca cosa – è inevitabile che si siano progressivamente affermati più orientamenti all’intercettazione di finanziamenti e aiuti pubblici piuttosto che allo sviluppo economico, e ai costi ad esso sottesi; più alla rendita di posizione che alla produzione di beni per il mercato privato; più al vantaggio competitivo offerto dalla vicinanza alla politica e ai politici che alla competizione di mercato; più a consumare che produrre. Insomma, per farla breve, si è consolidato nel tempo una convenienza sociale diffusa allo status quo, al mantenimento delle rendite acquisite: classi dirigenti “estrattive”, ossia soggetti che traggono vantaggi dallo status quo, e ceti sociali, per lo più urbani, anch’essi interessati soprattutto a migliorare la propria condizione attraverso la cattura dei vantaggi della spesa pubblica.
I poveri e i gruppi sociali svantaggiati, coloro che potrebbero migliorare la loro vita cambiando lo stato delle cose, non hanno più forze e capacità necessarie per rompere l’equilibrio da non-sviluppo. E’ qui, a mio parere, il paradosso del caso calabrese.
Al di là delle narrazioni contrapposte, da un lato la Calabria marginale e dall’altro quella che si riscatta, qual è oggi l’aspetto più rilevante che però resta meno raccontato?
A me sembra, ma potrei sbagliare, che da qualche anno domini una sola narrazione: quella della presunta Calabria “straordinaria”, del dinamismo pulviscolare, dei cambiamenti in ogni sfera sociale, degli esempi virtuosi a iosa, degli 800 km di coste, dei parchi nazionali e regionali, delle aree archeologiche secolari, del Ponte sullo Stretto. Una narrazione interessata, alimentata quotidianamente dal Presidente regionale, dai politici nazionali e regionali dei partiti di maggioranza, ma anche da pezzi di imprenditoria, intellettuali, giornalisti e, più di recente, anche da professori e ricercatori universitari. Niente di strano o di scandaloso. E’ il mestiere, ben fatto, dei calabresi “estrattivi”. Del tutto in ombra è il quadro strutturale della nostra regione. Continuiamo ad occupare gli ultimi posti nelle graduatorie nazionali ed europee per PIL procapite, per tasso di disoccupazione, per incidenza dell’occupazione femminile, per numero e quota delle famiglie povere o con gravi deprivazioni materiali, per esportazione di beni e servizi, per comuni sciolti per collusioni con la criminalità organizzata o per dissesto finanziario, per indicatori sanitari cronicamente distanti dai target minimi nazionali. Mi chiedo quale sia la connessione tra l’intenso e persistente quadro strutturale negativo e i racconti sulla Calabria “straordinaria”; tra i dati duri e i bei racconti sull’”altra” Calabria; tra il Sandokan nelle location iconiche calabro-malesi e il disordine urbanistico diffuso. Sottolineare ciò che si muove, chi è già in cammino, è opportuno e incoraggiante. Un’altra cosa è però confondere intenzionalmente le eccellenze puntiformi con il tutto, il micro con il macro, la bassa marea con gli increspamenti effimeri delle onde. La rappresentazione con la realtà.
Qual è oggi il dato più affidabile per capire se lo sviluppo del Mezzogiorno e della Calabria sta davvero cambiando direzione?
A parte le narrazioni, non trovo segni tangibili di cambiamento di direzione del vento. Né con riferimento al Mezzogiorno, né tantomeno alla Calabria. Nei mesi scorsi, si è enfatizzato, dalla Presidente del consiglio a diversi opinionisti e giornalisti, la crescita dell’occupazione a tassi più elevati nel Mezzogiorno rispetto al Centro-nord nel triennio 2022-24 (circa 333 mila occupati in più nel Mezzogiorno, pari a +5,4%; circa 200 mila occupati in più nel Nord-ovest, pari a +2,9%; 127 mila occupati in più nel Nord-est, pari a 2,5%. Dati Svimez). Si è addirittura parlato e scritto di un Sud-locomotiva che avrebbe trascinato il resto del Paese. L’osservazione più attenta dei dati ha tuttavia messo in evidenza che il differenziale di crescita dell’occupazione del Sud è da collegare principalmente agli effetti degli incentivi edilizi, in particolare del Superbonus, agli investimenti connessi al PNRR e alla crescita delle attività terziarie meno dinamiche e tradizionali. La cosa più preoccupante è la qualità della crescita meridionale: occupazione per lo più di lavoratori nelle classi d’età medio-alte, soprattutto over-50enni, trasformazione di contratti di lavoro a tempo determinato in tempo indeterminato e occupazioni precarie, a termine, intermittenti, per lo più nei servizi meno qualificati. Non una buona occupazione, dunque, bensì un’ulteriore espansione di attività lavorative di bassa qualità e, conseguentemente, a bassa retribuzione. Non mi pare un cambio di direzione. Il tasso di occupazione dei giovani non cresce mentre il flusso di giovani scolarizzati che lasciano le regioni del Sud continua ad essere grande e in aumento. In Calabria, l’espansione dell’occupazione nel triennio in considerazione è di appena 12.400 unità (+2,3%, cioè meno della metà della crescita relativa del Mezzogiorno nel suo insieme), attribuibile interamente al settore dei sevizi di bassa qualità, che ha compensato la stasi o il decremento occupazionale di tutti gli altri settori. Nei mesi scorsi si è sottolineato il forte incremento delle esportazioni calabresi, che sono passate da meno di 720 milioni di euro del 2022 agli oltre 960 del 2024 (+34,7%). Tuttavia, nonostante il forte incremento relativo, la capacità di esportare da parte del sistema economico regionale continua a rimanere su livelli modestissimi, i più bassi in Italia: appena 524 mila euro per abitante a fronte dei 3.800 euro della Campania e i 15 mila circa del Nord-est. Piacerebbe anche a me segnalare dati incoraggianti di cambiamento nello scenario strutturale regionale e meridionale, ma il quadro quantitativo ahimè non sembra tendere al meglio.
Le politiche per le aree interne si basano spesso sull’idea di rilancio, ma esiste oggi un modello economico realistico per territori segnati dallo spopolamento?
Non esiste un modello di rilancio economico per le aree interne in via di spopolamento. Purtroppo, è l’intero Paese che è fermo, inceppato da un trentennio in un sentiero di bassa produttività-bassa crescita-bassi salari. Le guerre degli ultimi anni e i processi inflazionistici correlati, soprattutto l’impennata severa dei costi energetici, predicono un futuro prossimo di stagnazione se non di recessione. Quando l’Italia non cresce a maggior ragione non crescono i suoi segmenti più fragili, come per l’appunto le aree interne. Dal mio punto di vista, il problema delle aree interne oggi non è tanto un problema di crescita economica. Certo, la crescita aiuterebbe ma data la situazione macroeconomica non mi farei eccessive aspettative per i prossimi anni. Le aree interne sono innanzitutto una questione di giustizia spaziale: abitanti con cittadinanza monca. Con meno servizi pubblici essenziali, con carenze strutturali profonde di dotazione di infrastrutture fondamentali della quotidianità. Per chi vive nelle aree interne la Costituzione, in particolare il suo articolo 3, rimane una carta di buoni propositi. Se nasci o decidi di vivere in un comune interno dovrai accontentarti di servizi essenziali rarefatti o assenti: la mancanza della guardia medica, della farmacia, dell’ufficio postale, del pediatra, delle scuole. E’ questa la ragione prima dello spopolamento, dell’abbandono. I servizi di cittadinanza sono un apriori, un diritto universale, non seguono lo sviluppo economico. Se sei colpito da un infarto devi arrivare al più vicino Pronto soccorso in tempi rapidi, compatibili con la sopravvivenza. A prescindere se risiedi in un comune sviluppato e con alti redditi pro capite o in un comune di montagna svantaggiata. I diritti fondamentali non sono negoziabili. Per tali ragioni è particolarmente importante la SNAI: perché ci ricorda che l’Italia è un paese policentrico, che non ci sono soltanto città e metropoli, e che i diritti a una vita degna e decorosa non dipende da dove, deliberatamente o per caso, hai deciso di vivere; perché mette al centro le persone non le cose o i finanziamenti; perché rifiuta la “tirannia del merito” che prescrive di dare di più a chi ha già di più; perché ipotizza politiche non indiscriminate bensì centrate sulle persone nei singoli luoghi; perché prova ad attenuare l’ingiustizia discorsiva che vede solo le città e le metropoli e non i luoghi del margine. E’ complicato, ne sono consapevole. Sono tuttavia convinto che non ci potrà essere sviluppo economico in quelle aree senza qualità sociale, senza servizi efficaci, senza lo Stato. Lo sviluppo, dovremmo averlo capito, è un costrutto sociale che presuppone protagonismo diffuso, comune sentire, varietà di soggetti istituzionali e sociali, cooperazione e conflitto. Ha bisogno di comunità coese, attive: di cittadini a tutto tondo, informati e consapevoli. Ha bisogno di servizi collettivi per sentirsi più sicuri, per rialzarsi quando si cade, per formare generazioni curiose e intraprendenti. Senza servizi non si fermerà l’abbandono silenzioso di residenti delle aree interne, e senza persone il volante dello sviluppo sarà più duro da girare.
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato