’Ndrangheta in Valle d’Aosta, processo da rifare
La Cassazione annulla con rinvio: serve un terzo appello

AOSTA «La pronuncia impugnata, pur ponendosi nel solco tracciato dalla sentenza rescindente e seguendone pedissequamente il ragionamento e il mandato impartito, costruendo il sodalizio non come neoformazione – come aveva fatto la prima sentenza di appello – ma come propagazione avvenuta da anni di una locale già frutto di delocalizzazione, rispetto all’originaria organizzazione madre sita in territorio calabrese, non ha precisato compiutamente gli elementi su cui fonda detta continuità, anche in considerazione del consistente iato temporale indicato».
Lo scrivono i giudici della Corte di Cassazione nelle 70 pagine delle motivazioni con cui, lo scorso dicembre, hanno annullato con rinvio a un nuovo processo la sentenza d’appello-bis con rito ordinario “Geenna”, riguardante la presenza della ’ndrangheta in Valle d’Aosta. Si dovrà così celebrare un terzo processo d’appello per il ristoratore aostano Antonio Raso, che nell’appello-bis a Torino era stato condannato a otto anni di reclusione, per l’ex consigliere comunale di Aosta Nicola Prettico e per Alessandro Giachino, condannati a sei anni e otto mesi ciascuno, tutti accusati di associazione mafiosa. Annullata con rinvio a un nuovo processo anche l’assoluzione di Monica Carcea, ex assessora comunale di Saint-Pierre. Scrivono ancora i giudici: «La pronuncia, infatti, per i decenni passati segnala, con ragionamento completo e coerente, l’esistenza di gravi fatti delittuosi che già presentavano caratteri accostabili a quelli tipici dell’organizzazione ’ndranghetista». Tuttavia, spiegano, «si tratta di fonti istruttorie che non si pongono in piena continuità temporale rispetto alla data di commissione del reato per il quale si procede, contestato in Aosta a partire “quantomeno dal gennaio 2014”». Gli arresti, eseguiti dai carabinieri, risalgono al gennaio del 2019. Nel motivare la sentenza, i giudici pongono di fatto l’attenzione sulla mancanza di una «completa motivazione rispetto alla continuità del modello mafioso della casa madre già dislocato in Aosta e zone limitrofe, con la locale operante dal 2014». Per la Suprema Corte è dunque necessario un appello-ter per «sanare i vizi di motivazione». A proporre ricorso per l’ex assessora comunale Carcea era stata la procura generale, dopo l’assoluzione dal reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Anche per lei si terrà un nuovo processo. Scrive il collegio: «Si ritiene la verifica delle condotte poste in essere da Monica Carcea meriti la richiesta rivalutazione, risultando la motivazione intrinsecamente contraddittoria rispetto all’effettiva e significativa incidenza delle condotte assunte dall’imputata, nella veste di assessore, quale vantaggio materiale, tangibile assicurato dal presunto concorrente esterno al rafforzamento dell’associazione». (ANSA)
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