’Ndrangheta, quando “cade” la cocaina a Gioia Tauro. L’ansia nelle chat: «Stiamo sudando tutti». E la rabbia: «Solo perdita, siamo stanchi»
Le reazioni dei trafficanti ai maxi-sequestri nello scalo calabrese. Dal sollievo degli Idà «siamo salvi», alla grosse perdite della rete di Pasquino: «Sono così arrabbiato!!»

LAMEZIA TERME I sequestri di interi carichi di cocaina al porto di Gioia Tauro non sono fatti isolati. Sono episodi che si ripetono con frequenza nel corso dell’anno, seguendo spesso modalità simili: container provenienti dal Sud America, merce lecita come copertura, borsoni colmi di panetti di “bianca” nascosti nei vani tecnici o all’interno dei container. Il modus operandi, nel corso degli anni, non è mai cambiato, nonostante i duri colpi inferti dalle forze dell’ordine. Ma qual è la reazione dei gruppi criminali quando un carico viene intercettato? Quali sono gli stati d’animo di broker, narcotrafficanti e sodali legati alle cosche? È uno spaccato difficile da documentare nell’immediatezza, ma che, a distanza di qualche anno, alcune inchieste recenti hanno fatto emergere attraverso chat e conversazioni decriptate: ansia, paura, rabbia e sospetti.
Il sequestro di cocaina a Gioia Tauro a novembre 2020
A proposito di agitazione, è questo il sentimento che ha animato le chat degli appartenenti alla cosca Idà e dei sodali legati al narcotraffico, tra cui l’ex ultrà dell’Inter Marco Ferdico, Pietro Parisi, Marco Idà e Michele Idà classe ’97, tutti coinvolti nell’inchiesta “Jerakari” della Distrettuale antimafia di Catanzaro. A diffondere l’ansia nel gruppo è un messaggio proprio di Ferdico, inviato ai sodali sulla piattaforma SkyEcc. Poche parole, stringate, sufficienti a destare il panico. «Zio ma tutto bene? / 966kg di Bianca sequestrati a Gioia Tauro». Sono le 17.47 del 5 novembre 2020 e il riferimento è verosimilmente a una notizia diffusa proprio quel giorno dagli organi di stampa, incluso il Corriere della Calabria: «Colpo al narcotraffico, sequestrati 932 chili di coca al porto di Gioia Tauro».

La nota della Guardia di Finanza parlava, in particolare, di quasi una tonnellata di cocaina purissima rinvenuta al porto di Gioia Tauro all’interno di un container che trasportava cozze surgelate proveniente dal Cile. La droga era divisa in 800 panetti, nascosti in 37 borsoni, e, una volta immessa sul mercato, avrebbe potuto fruttare oltre 186 milioni di euro. Secondo quanto emerge però dalla chat di quel giorno, il carico di cocaina destinato al gruppo capeggiato dagli Idà proveniva dalla Colombia, così come confermano gli stessi indagati nei messaggi. «Con quel nostro amico non sappiamo se c’era anche la sua lì in 300 / Speriamo di no». E ancora: «Ancora gli devono rispondere da giu», riferendosi ai contatti con il Paese sudamericano di Pietro Parisi. Nella chat viene allegata anche la foto della Guardia di Finanza, corrispondente a quella del comunicato diffuso dalle Fiamme gialle. «Che stiamo sudando tutti», scrivono Michele e Marco Idà.

«Nn è caduta la bianca nostra»
La conferma ufficiale, e la tanto attesa rassicurazione, arriverà quattro giorni dopo. Sono le 20.03 del 9 novembre 2020 quando, sempre in chat, Pietro Parisi invia il messaggio che tutti attendevano con ansia. «Nn è caduta la bianca nostra / Stasera me l’hanno detto comp / Che ancora noi siamo salvi». A quel punto, per il gruppo, l’unico problema resta rivendere la droga in arrivo a Milano. «Stasera ci ha dato la notizia che la sua bianca non era nel porto di gioia tauro e perciò ancora è salva. …e speriamo che arriva cosi cominciamo a lavorare anche con quella!». Un duro colpo che il gruppo, almeno per quel momento, riesce a schivare. Motivo per il quale si prefigura un futuro ancora favorevole, così come ribadito da Marco Idà sempre in chat: «Io ci tengo a questo lavoro ma voglio che funziona sennò si aspetta tempi migliori / Non facciamo brutta figura bisogna parlare sempre chiaro con gli amici».
La rabbia dei narcos sull’asse Brasile-Italia
Ma se per il gruppo legato agli Idà il pericolo viene solo sfiorato, in altri casi il colpo va a segno. E nelle chat la paura lascia spazio alla rabbia. Altre volte, infatti, i blitz della Guardia di Finanza al porto di Gioia Tauro hanno lasciato cicatrici ben più evidenti in altri gruppi criminali. Come nel caso del gruppo criminale, attivo tra Brasile e Italia, guidato dall’ex broker Vincenzo Pasquino classe ’91, ora collaboratore di giustizia e già condannato nel processo “Samba” celebrato con rito abbreviato.
Uno spaccato emerge da una chat decriptata risalente al 12 giugno 2020. In quella circostanza Charles Evangelista Lopes, inteso “Coringa”, parlando con un altro indagato, richiama proprio un episodio legato a un sequestro di droga avvenuto al porto di Gioia Tauro.
«Amigo voce viu que perdemos 500 joia tauro està sabendo? / Esto com urna raiava», tradotto: «Amico hai visto che abbiamo perso 500 a Gioia Tauro, lo sai? Sono così arrabbiato!!», scrive “Lokooo 2”. Poi cita esplicitamente Vincenzo Pasquino. «A Enzo si è messo male l’errore è tutta colpa della famiglia di Patrick» (riferito all’esponente degli Assisi) e parla di pazzia, ma «Dio è un buono amico», scrive ancora. Poi la rabbia mista allo sconforto. «Non siamo riusciti a trovare nello scarico buono amico, credimi / Amico il pazzo non vuole più fare niente, ha detto che andrà in Italia, che è stanco / Molta perdita amico, non va bene così». Quindi la recriminazione: «Con te abbiamo perso 440, adesso 500 e poi 30 e poi 50 e diga più nulla, solo perdita / Siamo stanchi, amico». E infine il messaggio finale: «Amico, vogliamo soltanto lavorare, solo questo».
Dietro ogni sequestro, dunque, non c’è solo il bilancio ufficiale della droga tolta al mercato. C’è anche l’altra contabilità, quella dei clan e dei broker del narcotraffico: perdite, sospetti, accuse, paura di aver visto svanire milioni di euro e la necessità di capire se il colpo subito sia solo un incidente o il segnale di un canale compromesso. (g.curcio@corrierecal.it)
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