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Omicidio Corvi, il marito Lo Giudice di nuovo indagato: accertamenti incrociati sul Dna delle cartoline

La Procura di Terni riapre il caso dopo 16 anni. Nel mirino le cartoline spedite da Firenze dopo la scomparsa della 35enne

Pubblicato il: 05/05/2026 – 11:00
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Omicidio Corvi, il marito Lo Giudice di nuovo indagato: accertamenti incrociati sul Dna delle cartoline

TERNI La procura della Repubblica di Terni riapre le indagini sulla scomparsa di Barbara Corvi, la trentacinquenne amerina scomparsa il 27 ottobre 2009 e della quale da allora non si sono più avute notizie. Lo scrive il Messaggero secondo il quale i magistrati titolari del fascicolo hanno convocato il marito Roberto Lo Giudice, di nuovo indagato per omicidio e occultamento di cadavere (la sua posizione è stata sempre archiviata e l’uomo si è proclamato estraneo alla sparizione della donna). Per gli inquirenti deve essere sottoposto ad accertamenti sul Dna repertato nelle due cartoline che furono spedite da Firenze nove giorni dopo la scomparsa della giovane mamma amerina. Le cartoline – scrive sempre il Messaggero – sono ritenute un tentativo di depistaggio, con cui Barbara rassicurava i due figli: “Sto bene, ho solo bisogno di stare un po’ da sola”.
«Ora basta, non se ne può più. Io anche questa volta, come ho sempre fatto in passato, sono disponibile a sottopormi a qualsiasi accertamento perché non ho nulla da nascondere. Ho paura solo delle infamie non della verità e sono il primo a chiedere che venga finalmente fatta chiarezza sulla scomparsa di mia moglie», il commento di Lo Giudice.



La vicenda

Un caso per il quale la Procura di Terni aveva chiesto l’archiviazione il 19 giugno del 2013, confermata dal gip il 20 maggio 2015. Indagini però riaperte l’11 aprile del 2019 quando la Dda della Procura della Repubblica di Reggio Calabria trasmette ai colleghi di Terni alcuni atti contenenti le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Nino Lo Giudice, rese il 17 gennaio dello stesso anno. Antonino Lo Giudice è il fratello di Roberto e Maurizio, rispettivamente classe ’72 e ’76, di Reggio Calabria. Il primo è finito in carcere mentre il secondo è indagato, insieme al fratello, per l’omicidio e l’occultamento del cadavere di Barbara Corvi, coniuge proprio di Roberto.

Il racconto del fratello pentito

Una “confessione stragiudiziale” quella di Nino Lo Giudice. Le sue prime dichiarazioni verrano poi confermate a maggio del 2020, fornendo ulteriori dettagli. Il pentito racconta ai giudici, si legge nell’ordinanza firmata dal gip Simona Tordelli, del «clima criminale che si respirava a Reggio Calabria e le precauzioni adottate, tenuto conto dell’attenzione costante osservata dagli inquirenti verso il clan, che suggeriva al capo clan circospezione e cautele nei movimenti, nei contatti e, soprattutto, particolare attenzione alle conversazioni più che probabili bersaglio di intercettazioni telefoniche e ambientali». In quello stesso periodo, racconta ancora Nino Lo Giudice ai magistrati, il clan «temeva agguati da cosche avverse anche nel periodo immediatamente successivo alla scomparsa di Barbara Corvi». L’invito del capo cosca, inappellabile, rivolto ai fratelli anche di ‘ndrangheta e residenti a Reggio Calabria era di «non commentare la vicenda di Barbara perché temeva di essere intercettato».
Secondo gli investigatori, il racconto di Nino Lo Giudice è considerato particolarmente attendibile, sia perché molti dei dettagli forniti sono stati confermati dai riscontri investigativi effettuati dagli inquirenti, sia perché la sua ricostruzione non risulta «animata da acredine nei confronti dei fratelli Maurizio e Roberto» e non ci sarebbe neanche «risentimento o animo ritorsivo» anche perché lo stesso Nino Lo Giudice esclude la partecipazione dei due fratelli dalle attività criminali svolte dal clan.

Gli strascichi giudiziari

Nel 2021 la posizione di Lo Giudice fu stralciata. «Sono stato distrutto come uomo, è stata distrutta la mia vita. Non ho più un lavoro perché il mio negozio è stato disertato dai clienti. Non solo mi hanno accusato di un delitto che non ho commesso ma hanno voluto anche annientarmi economicamente dandomi del mafioso». Così aveva poi raccontato il marito di Barbara Corvi a Klaus Davi.
«Non sussiste un grave quadro indiziario a carico dell’uomo» nei confronti del quale «permangono meri sospetti, ma non elementi di prova suscettibili di comprovarne la responsabilità in relazione alla condotta omicidiaria contestata». Il Tribunale del riesame ritiene poi «che non si siano affatto diradati i sospetti» su quello che è indicato come «all’epoca amante della donna». Così scrivevano i giudici del Riesame.
È il 2023 quando un nuovo pentito, il quarto, accusa di nuovo Roberto Lo Giudice. «Barbara Corvi è stata rapita da Amelia quando era ancora viva, quindi uccisa dal marito e sepolta sull’Aspromonte, in Calabria». L’uomo – raccontava la trasmissione “Chi l’ha visto?” – avrebbe indicato «il punto in cui Barbara sarebbe stata seppellita, in una zona impervia, montuosa, difficilmente raggiungibile». L’indagine fu poi chiusa nuovamente, ma la famiglia della vittima non si è mai rassegnata. E a dicembre 2024, durante la trasmissione Farwest, aveva chiesto la riapertura delle indagini. Ora la possibile nuova svolta sul caso. (Gi.Cu.)

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