La droga da Crotone e il rapporto con i Pelle-Vottari. Le verità di Zaffonte: «”Strusciatappine” fece un ammanco da 200mila euro»
Il collaboratore di giustizia ha saltato il fosso nel 2019. «Mi hanno accollato un debito da 40mila euro che era di Marco D’Alessandro»

COSENZA Un pentimento giunto al culmine di una situazione economica difficile, un debito «accollatogli» ma riferito e riferibile ad altra persona. E’ quanto racconta in aula, Giuseppe Zaffonte, collaboratore di giustizia dal 2019 e un tempo, ormai lontano, uomo inserito nella mala cosentina con propensione all’attività di spaccio. «Ho spacciato sempre cocaina, ma anche altre sostanze» riferisce – in videocollegamento dal sito riservato – al pubblico ministero Filomena Aliberti, nel corso del procedimento “Recovery” in Corte d’Assise a Cosenza.
Il debito e la decisione di saltare il fosso
«Avevo necessità di sistemare problemi economici, facevo parte del gruppo di Michele di Puppo e Umberto di Puppo presenti nel territorio di Rende e prendevo la droga da loro», aggiunge. «Marco D’Alessandro mi ha accollato un debito da 40mila che non era mio» e «quando Michele Di Puppo è uscito dal carcere si è informato sulla situazione economica del clan». Chi era Marco D’Alessandro chiede la pm? «Era un affiliato del gruppo, lo conosco da quando ero piccolo e abbiamo commesso reati insieme». La questione del debito non sanato tiene banco e dalle dichiarazioni rese in aula si apprende che fosse stato contratto proprio da «D’Alessandro con la famiglia Pelle-Vottari per l’acquisto di cocaina». Una questione rovente, che poi avrebbe spinto Zaffonte a cercare disperatamente i danari necessari a saldare il conto. «Sono andato a prendere droga da Gennaro Presta e Gianluca Maestri, erano del clan “Zingari”, ma non sono riuscito a venderla e poi ho deciso di pentirmi».
L’affiliazione, i gruppi autonomi e le bacinelle
Giuseppe Zaffonte riferisce di aver ricevuto una prima affiliazione «in carcere a Cosenza, durante l’ora di passeggio. Mi hanno dato la prima dote». Nel solco di un discorso più ampio legato alla galassia criminale bruzia, il pentito parla di «gruppi autonomi», ma parte integrante di un unico vertice. Il riferimento è alla Confederazione di ‘ndrangheta cosentina, la cui esistenza è oggetto dell’attività di indagine svolta negli ultimi anni dalla Dda di Catanzaro. «Ognuno era autonomo, ma poi portavano tutto a Patitucci». Sulla cassa comune nella quale sarebbero confluiti «tutti i soldi oggetto di attività illecite», il collaboratore aggiunge un particolare legato a presunti screzi sorti in seno ai clan. «Avevano deciso di costituire una bacinella comune rimasta in vigore fino al 2014, poi si sono divisi quando Antonio Abruzzese detto “Strusciatappine” (esponente del clan degli “Zingari”) aveva fatto ammanco da 200mila euro». Una somma cospicua che aveva spinto – questo il racconto fornito – a dividere i conti. «”Strusciatappine” è stato allontanato dai “Banana” (famiglia di etnia rom considerata monopolista nella vendita di eroina, ndr). Sono ancora le fibrillazioni a riempire i racconti del pentito. «Ci sono stati problemi tra i gruppi di Rende che fanno riferimento a Di Puppo e D’Ambrosio e Mario Piromallo, Marco D’Alessandro aveva un debito proprio con Piromallo e se non ricordo male quest’ultimo voleva alzargli le mani». Nel frattempo, anche Roberto Porcaro «reggente del clan degli “Italiani” quando non c’era Patitucci» si «era avvicinato al gruppo di Rende».
Il sottobanco
Zaffonte, in estrema sintesi, conferma l’esistenza di un “Sistema Cosenza” in grado di regolare l’acquisto di partite di droga solo e unicamente da determinati gruppi criminali cosentini e la presenza di un codice comportamentale che non poteva essere tradito. «L’attività di spaccio – cocaina, erba e fumo – era regolata dal “Sistema” e chi non rispettava le regole commetteva il sottobanco (l’acquisto di stupefacenti da canali differenti rispetto a quelli imposti». Sul punto, Zaffonte ricorda un episodio. «Un ragazzo di Cosenza spacciava per conto di D’Ambrosio, poi ha fatto il “sottobanco” e Roberto Porcaro insieme ad Alberto Superbo sono andati da suo fratello, un parrucchiere, e gli hanno spaccato un casco in testa e chiesto 50mila euro». Su come avesse appreso la circostanza, il pentito riferisce di averne una conoscenza diretta.
La droga e i viaggi a Reggio Calabria e Crotone
Come arrivava la droga nelle piazze Cosentine? Il collaboratore di giustizia è chiamato a rispondere alle sollecitazioni del pubblico ministero. Dopo aver ricordato che «Marco D’Alessandro si riforniva di cocaina dai Pelle-Vottari del Reggino e dagli Strangio», Zaffonte ricorda anche di un soggetto «di Crotone che voleva lo stupefacente» ed «ero io ad organizzare i viaggi». Per quanto concerne il prezzo, «se andavi a prenderla la droga costava meno, mentre se dovevano portartela il prezzo era superiore». Una volta giunta a destinazione, «fissavamo l’appuntamento allo svincolo di Rende, poi la droga veniva portata a casa di Marco D’Alessandro e la smistavamo subito». (f.benincasa@corrierecal.it)
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