‘Ndrangheta, non solo Preserre: da Rombiolo a Piscopio, la mappa dello spaccio del clan Emanuele-Idà
La cosca avrebbe operato tramite due “direttrici”: la vendita diretta e l’utilizzo di una «fitta rete di distribuzione»

VIBO VALENTIA Sarebbe stato il traffico di droga la principale attività illecita del clan Emanuele-Idà, colpito dalla recente operazione coordinata dalla Dda di Catanzaro e condotta dalla Polizia di Stato. A carico degli indagati l’accusa contesta diversi episodi: dalle varie perquisizioni nei confronti degli uomini della cosca al maxi-sequestro di 245 kg di sostanza stupefacente rinvenuti in un deposito durante un “blitz notturno”. Ma le indagini, durate oltre 4 anni con ampie intercettazioni audio e video, hanno consentito di tracciare una vera e propria mappa dello spaccio nella provincia vibonese, che dimostrerebbe come le mire espansionistiche e gli interessi economici della ‘ndrina non si sarebbero limitati alle Preserre vibonesi, ma anche in altre zone ritenute strategiche.
Una rete di pusher
Qui si sarebbero dotati di “pusher” del luogo, mantenendo costanti rapporti con loro e ottenendo così un “ponte” con clienti distanti. Per gli inquirenti il traffico di droga funzionava, infatti, secondo due “direttrici”: la vendita diretta da parte dei sodali del clan, ma anche «attraverso una fitta rete di distribuzione, un reticolo di pusher che facevano capo allo stesso clan». E che, proprio per questo, avrebbero contribuito «al rafforzamento della potente cosca delle Preserre». I pusher si sarebbero riforniti «in maniera sistematica» dalla casa madre con modalità prestabilite che prevedevano «obbligo di rendiconto» e pagamento tramite il “contovendita” per «assoggettare i vari pusher allo stretto controllo dell’associazione». Tra le cose che avrebbero accomunato i distributori – osservano gli inquirenti – sono i diversi episodi in cui si sarebbero recati presso il «quartier generale del clan», un autoparco sito nelle Preserre vibonesi. In più, grazie a questi «rapporti privilegiati» con la cosca, gli stessi avrebbero avuto anche la possibilità di ritirare «“prove” da distribuire a distinti clienti». Una rete di distribuzione che avrebbe travalicato i confini provinciali, raggiungendo anche Sicilia e Campania.
Da Jonadi a Piscopio
Il fulcro sarebbe stato proprio nel Vibonese: a partire dalla piazza di spaccio di Piscopio, tra le principali dato anche il rapporto che sarebbe intercorso con Michele Carnovale, indagato e ritenuto «intraneo al sodalizio» oltre che accusato di essere «testa di legno del clan». Ma la cosca avrebbe usufruito di altri pusher anche nella zona di Jonadi e Rombiolo, dove sarebbe esistito un «sottogruppo» dedito a spacciare nei dintorni per conto della cosca, ma anche a Tropea, dove la ‘ndrina si sarebbe appoggiata su una famiglia vicina al clan La Rosa. Una rete ben consolidata che avrebbe consentito al clan di arricchirsi tramite lo spaccio di droga, dalla cocaina all’hashish, e reinvestire i soldi in altre attività illecite. (ma.ru.)
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