I desaparecidos italiani e l’Aspromonte che non restituisce
Sequestri, ’ndrangheta e memoria: le storie dimenticate di 54 persone mai più ritrovate. Molti passano dalla Calabria, tra rifugi nascosti e verità mai emerse

C’è un’Italia che non ha mai chiuso i conti con i propri fantasmi. Non per mancanza di sentenze, ma per assenza di corpi. È l’Italia dei sequestri di persona, quella lunga stagione tra gli anni Settanta e Novanta che ha prodotto centinaia di rapimenti, miliardi di lire in riscatti e decine di vite svanite nel nulla. A riaccendere i riflettori è stato il Corriere della Sera con l’inchiesta firmata da Andrea Galli, “I desaparecidos d’Italia: quei 54 rapiti, uccisi e mai più ritrovati. «Lasciate da parte ogni parola d’umanità». Uomini, donne e bambini: ecco chi sono”.
I numeri sono freddi, ma pesano: circa 700 sequestri, 81 vittime accertate, 54 persone mai più ritrovate. Sono i desaparecidos italiani. Tra questi nomi ci sono storie che attraversano il Paese, ma che spesso trovano un punto di caduta comune: la Calabria, e in particolare l’Aspromonte. Un territorio impervio, difficile, che per anni è stato rifugio, prigione e, troppo spesso, destinazione finale. Il Corriere della Calabria, negli anni, ha già raccontato alcune di queste vicende attraverso la rubrica “Storie dimenticate”, provando a tenere accesa una memoria che altrove si è affievolita.
Non si trattava solo di criminalità: era un sistema. I riscatti – centinaia di milioni di euro attualizzati – alimentavano economie locali, consolidavano legami familiari, costruivano potere. In molte aree della Calabria interna, quei soldi hanno lasciato tracce concrete: case, attività, investimenti. E hanno rappresentato uno dei passaggi nella trasformazione della ’ndrangheta in una potenza economica globale.
Pacchi dalla Locride, catene e attese infinite
Le storie, però, non sono numeri. Sono vite interrotte. Andrea Cortellezzi, 21 anni, viene sequestrato il 17 febbraio 1989 mentre si reca nell’azienda di famiglia a Tradate. La sua vicenda ha un legame diretto con la Calabria: ai familiari arriva un pacco spedito dalla zona di Locri. Dentro ci sono oggetti personali e un segnale brutale della prigionia. Una fotografia lo ritrae con una catena al collo, chiusa da un lucchetto. È un messaggio chiaro: la trattativa è aperta. Di lui, dopo quei contatti, non si saprà più nulla. Il suo nome resta tra i desaparecidos.
Quindici anni prima, nell’ottobre del 1974, due sequestri consecutivi segnano un passaggio cruciale. Il 14 ottobre scompare Emanuele Riboli, 17 anni, rapito mentre rientra a casa in bicicletta dopo la scuola a Buguggiate. Il giorno dopo, il 15 ottobre, tocca a Giovanni Stucchi, 27 anni, sequestrato davanti alla propria abitazione a Olginate. Due azioni rapide, organizzate, che mostrano come il fenomeno fosse già strutturato. Entrambi spariscono senza lasciare traccia. Le famiglie continueranno a vivere nell’incertezza, senza mai poter chiudere il lutto.
Poi c’è Cristina Mazzotti, 18 anni, sequestrata nel 1975. La sua prigionia si consuma in condizioni disumane: uno spazio ristretto, sotterraneo, aria insufficiente. Muore durante il sequestro. Il suo corpo verrà ritrovato mesi dopo, e il caso, riaperto negli anni recenti, porterà a nuove condanne. È una delle poche storie che hanno avuto almeno una parziale restituzione di verità.
Dall’Aspromonte al silenzio: i nomi che restano
Altri nomi emergono dall’inchiesta del Corriere della Sera e raccontano la stessa dinamica: sparizione, attesa, silenzio. Augusto Rancilio, architetto, viene rapito il 2 ottobre 1978. Il padre, Gervaso, non smetterà mai di cercarlo, arrivando a lanciare appelli pubblici per ottenere almeno indicazioni sulla sorte del figlio. Solo molti anni dopo si scoprirà che Augusto era stato ucciso poco dopo il sequestro. Il suo corpo non è mai stato restituito. Anche in questo caso, la pista calabrese emerge nelle fasi successive del racconto giudiziario, tra trasferimenti e complicità.
Mirella Silocchi, 50 anni, sequestrata nel 1989 nella sua casa nel Parmense, muore durante la prigionia. Il suo caso mostra un altro aspetto di quella stagione: la presenza di gruppi misti, composti da criminali di diversa provenienza, compresi elementi legati alla criminalità calabrese. Un sistema fluido, capace di collegare territori lontani attraverso il filo del denaro.
A questi nomi si affiancano altre storie che, pur appartenendo a fasi e contesti differenti, contribuiscono a delineare la stessa scia di violenza e sparizioni. È il caso di Maria Chindamo, imprenditrice e commercialista calabrese, rapita a Limbadi (nel Vibonese) il 6 maggio 2016, una vicenda che ha segnato profondamente la cronaca recente calabrese. In Sardegna scompare invece Vanna Licheri, imprenditrice agricola di Abbasanta (Oristano), rapita il 14 maggio 1995 e mai più ritrovata. Tra i casi più emblematici figura anche quello di Massimiliano Grazioli, rapito a Roma il 7 novembre 1977 e ucciso dopo quattro mesi di prigionia, uno dei drammi più crudi di quella stagione.
E poi ci sono le storie che non hanno avuto nemmeno un racconto completo, quelle che restano sospese tra indagini e testimonianze frammentarie. Molte di queste passano dalla Calabria, dai suoi paesi interni, dalle zone più isolate dell’Aspromonte. È lì che spesso gli ostaggi venivano portati, nascosti, sorvegliati. È lì che, in alcuni casi, si interrompe definitivamente ogni traccia.
Il dato che colpisce è la dimensione collettiva: non solo bande organizzate, ma contesti in cui più persone, più famiglie, più comunità partecipavano o tolleravano. I proventi dei sequestri circolavano, si distribuivano, diventavano parte di un’economia sommersa che avrebbe poi alimentato traffici ben più vasti, in particolare quello della droga.
Oggi restano i nomi: Andrea Cortellezzi, Emanuele Riboli, Giovanni Stucchi, Cristina Mazzotti, Augusto Rancilio, Mirella Silocchi. E insieme a loro, gli altri quarantotto scomparsi senza ritorno.
Restano le domande, soprattutto. Dove sono finiti? Chi sa e non ha mai parlato?
E resta un territorio, l’Aspromonte, che continua a essere evocato come luogo di mistero e verità incompiute. Non per alimentare stereotipi, ma per riconoscere un pezzo di storia che ha inciso profondamente sulla Calabria e sull’Italia intera. Perché senza memoria, quei desaparecidos restano due volte scomparsi. (f.v.)
Nella foto di copertina Emanuele Riboli, Andrea Cortellezzi e Mirella Silocchi
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