“L’Agricoltura, il Futuro”
La relazione del presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti

Alcuni mesi fa riflettendo con la Giunta di Confagricoltura, ma anche con tanti imprenditori agricoli italiani ed europei, ci siamo accorti che era necessario, per il nostro mondo che come vedremo più avanti non è solo il nostro, avviare una riflessione ampia e slegata dalla contingenza. E’ nata così l’idea di coinvolgere l’Università Bocconi perché ci aiutasse a riflettere sul futuro dell’agricoltura che, come vedremo è anche il futuro del mondo. Viviamo un momento di discontinuità storica. Non è una crisi come le altre – non è una recessione ciclica, non è una correzione di mercato. È una rottura di paradigma. Le certezze su cui abbiamo costruito l’economia globale degli ultimi trent’anni stanno cedendo una dopo l’altra. La globalizzazione che sembrava irreversibile si sta frammentando in blocchi geopolitici contrapposti. Le catene di fornitura che sembravano efficienti si sono rivelate fragili al primo shock sistemico. L’energia che sembrava abbondante e a basso costo è diventata una variabile strategica, oggetto di contesa tra grandi potenze. L’agricoltura ha bisogno della competenza economica e finanziaria della Bocconi per tradurre le sue sfide in linguaggio che i mercati e la politica industriale capiscano. La Bocconi ha bisogno della concretezza e della radicalità territoriale di Confagricoltura per non perdere il contatto con la realtà di chi produce, di chi rischia, di chi ogni mattina decide se e cosa seminare. Insieme possiamo fare una cosa che separati non riusciremmo a fare: costruire una visione credibile, fondata sui dati e sull’esperienza, che parli contemporaneamente al mondo dell’impresa, della finanza, delle istituzioni e della politica. È esattamente quello che abbiamo provato a fare in questi due giorni. Ed è quello che vogliamo continuare a fare nei prossimi anni — perché questo non è un convegno, è l’inizio di un percorso. L’obiettivo che Confagricoltura, la più antica e autorevole Confederazione, si pone con questo evento è quello di dotare il Paese di un “Piano Strategico dell’Agricoltura” da qui al 2050 che non è così lontano. Sono solo 24 anni.
Il cibo è tornato a essere una risorsa strategica
Le crisi geopolitiche, le guerre, le tensioni commerciali, gli shock logistici, la volatilità dei mercati e la crescente competizione globale ci ricordano ogni giorno quanto sia fragile il sistema alimentare internazionale. Chi controlla le catene alimentari controlla qualcosa di più potente di qualsiasi arsenale: la capacità di nutrire — o affamare—intere popolazioni. Non è una metafora. È quello che abbiamo visto accadere davanti ai nostri occhi. La Russia ha usato il grano ucraino come arma nel conflitto più grande che l’Europa abbia vissuto dalla Seconda Guerra Mondiale. La Cina ha acquistato silenziosamente quote crescenti di terra agricola in Africa, in Sud America, in Asia centrale — non per sfamare il suo popolo oggi, ma per garantirsi la sicurezza alimentare dei prossimi decenni. Gli Stati Uniti proteggono la loro agricoltura con strumenti che in Europa chiameremmo protezionismo, senza alcuna vergogna e con grande efficacia. Nel frattempo, l’Europa continua a trattare l’agricoltura come un capitolo di spesa da giustificare davanti ai contribuenti. Come un settore da regolamentare, da sussidiare, da proteggere – non come un asset strategico da governare con visione. Comprendere la geopolitica del cibo significa comprendere i nuovi equilibri del potere globale. Un Paese che rinuncia alla propria capacità produttiva agricola diventa più debole non soltanto sul piano economico, ma anche su quello istituzionale e sociale. Un territorio senza agricoltura è un territorio più esposto, più vulnerabile, meno libero. Ecco perché l’autosufficienza alimentare non è un concetto ideologico, ma una priorità strategica. Negli ultimi anni il tema della sovranità alimentare ha assunto una rilevanza crescente anche all’interno dell’Unione Europea. Italia e Francia hanno inserito esplicitamente questa dimensione nella denominazione dei rispettivi Ministeri dell’Agricoltura, ma oggi il tema è entrato progressivamente anche nel lessico comunitario. Non si tratta di chiusura, né di protezionismo.
Si tratta di responsabilità
La Politica Agricola Comune, e lo dico da Presidente degli agricoltori europei, deve continuare a essere il pilastro della competitività europea, ma deve anche riconoscere che la capacità di produrre cibo in autonomia rappresenta una garanzia di stabilità politica, indipendenza economica e sicurezza nazionale. Abbiamo davanti tre grandi direttrici: geopolitica, energia e sostenibilità. Sul fronte geopolitico, la guerra in Ucraina ci ha mostrato con chiarezza come il cibo possa essere utilizzato come arma strategica. Russia e Mar Nero rappresentano snodi essenziali per i mercati agricoli mondiali. Le crisi, tuttavia, possono anche diventare occasioni di cambiamento. L’Europa produce il 17% del PIL agroalimentare mondiale. È la prima potenza agroalimentare del pianeta per qualità, per diversità, per patrimonio di conoscenza e tradizione. Eppure, dipende dall’estero per quote crescenti di input strategici — fertilizzanti, proteine vegetali, energia.
Questa non è una statistica agricola. È una vulnerabilità di sistema.
L’agricoltura europea può e deve diventare protagonista della transizione energetica — non solo come consumatrice di energia rinnovabile, ma come produttrice. Il biometano, l’agrivoltaico, le colture energetiche sono già oggi una risposta concreta alla dipendenza dal gas russo. La competitività delle nostre filiere sui mercati globali dipende dalla qualità delle infrastrutture fisiche e digitali che le connettono. Porti, ferrovie, corridoi logistici, connettività digitale nelle aree rurali — sono il sistema nervoso dell’agricoltura moderna. L’intelligenza artificiale, laprecisionfarming, la digitalizzazione delle filiere stanno trasformando il settore primario più velocemente di quanto le istituzioni riescano a stare al passo. Chi coglie questa trasformazione con la giusta visione strategica non solo sopravvive — guadagna competitività in modo strutturale.
In questo quadro, l’agricoltura assume un ruolo che supera la dimensione produttiva: diventa presidio civico, infrastruttura democratica, elemento di coesione territoriale.
Guardando agli effetti delle crisi internazionali e alle tensioni che oggi attraversano anche il Golfo Persico, appare evidente quanto il tema energetico sia parte integrante della sicurezza nazionale. Il comparto agroalimentare italiano, grazie all’impegno di decine di migliaia di imprese, contribuisce già oggi in modo significativo alla produzione di energia rinnovabile del Paese. L’agricoltura produce circa l’11% dell’energia rinnovabile elettrica nazionale, attraverso 48 mila impianti, 5 GW di capacità installata e oltre 13 TWh di produzione.
Non è un dato accessorio: è una leva strategica
Le agroenergie rappresentano uno degli strumenti più efficaci per accompagnare il Paese verso gli obiettivi di decarbonizzazione, rafforzando al tempo stesso la competitività delle imprese agricole e l’indipendenza energetica nazionale. Per Confagricoltura questo è da sempre un tema centrale. Lo testimonia il lavoro dell’Osservatorio sulle Agroenergie, sviluppato in collaborazione con Enel, e lo confermano i risultati delle imprese che hanno investito in innovazione, valorizzazione delle biomasse, gestione forestale ed economia circolare. Le aziende che hanno scelto questa strada mostrano migliori performance economiche e una maggiore resilienza. Il settore delle agroenergie connette in modo virtuoso agricoltura, ambiente ed energia. Riduce le emissioni, incrementa gli assorbimenti di carbonio, migliora la gestione delle risorse agroforestali e rafforza la sostenibilità economica delle imprese.
Investire in questa direzione non è soltanto utile al comparto agricolo: è strategico per l’Italia
Per troppo tempo la sostenibilità è stata raccontata come un vincolo. Noi dobbiamo riportarla alla sua natura autentica: una condizione di permanenza, competitività e responsabilità. Non esiste sostenibilità ambientale senza sostenibilità economica. Non esiste transizione ecologica senza imprese agricole solide. Non esiste tutela del territorio senza chi quel territorio lo vive, lo coltiva e lo custodisce ogni giorno. La sostenibilità vera è quella che tiene insieme produttività e tutela delle risorse, innovazione e redditività, scienza e pragmatismo. Significa agricoltura rigenerativa, uso efficiente dell’acqua, miglioramento genetico, tecnologie di precisione, ricerca applicata, valorizzazione del suolo come serbatoio di carbonio. Significa superare la contrapposizione sterile tra produzione e ambiente. Sostenibilità significa anche salute pubblica. Mangiare non è soltanto soddisfare un bisogno primario: è un atto economico, sociale, culturale, ambientale e sanitario. Mangiare bene significa prevenzione. Una corretta alimentazione è uno dei più efficaci strumenti di welfare moderno, soprattutto in una società che invecchia. In Italia, la spesa per il welfare assorbe una quota enorme della spesa pubblica. Investire nella qualità alimentare significa ridurre i costi sanitari, migliorare la qualità della vita e rafforzare la sostenibilità del sistema sociale. L’agricoltura, dunque, non produce soltanto cibo.
Produce salute, stabilità, energia, sicurezza, libertà
Non è un settore del passato, frammentato e sussidiato. È un sistema di imprese che sta vivendo una trasformazione tecnologica e strategica straordinaria, con potenziale di crescita e di rendimento che i mercati ancora sottovalutano. Siamo pronti a parlare la vostra lingua. L’agricoltura non è una voce di costo da ottimizzare. È un asset strategico da proteggere e sviluppare — con la stessa determinazione con cui l’Europa protegge la sua industria, la sua tecnologia, la sua difesa. La sicurezza alimentare è sicurezza nazionale. Trattatela come tale. Ci sono alleati nei luoghi più inaspettati — nelle aule universitarie, nelle sale dei consigli di amministrazione, nei palazzi delle istituzioni europee — che hanno capito la posta in gioco. Il nostro compito è costruire con loro una coalizione capace di cambiare davvero le cose.
La sfida si gioca almeno su due fronti: innovazione e diritti
Innovare significa fare di più con meno, diversificare anziché omologare, seguire la scienza e non l’ideologia. Sul piano dei diritti, occorre riaffermare con forza un principio troppo spesso dimenticato: il diritto al cibo come diritto umano fondamentale. Non una formula astratta, ma una responsabilità concreta. In un contesto così mutevole e complesso, dobbiamo porci una domanda essenziale: cosa accadrebbe se ciò che oggi diamo per scontato improvvisamente venisse meno? Se si interrompessero le filiere? Se si fermassero le fonti primarie? Se venisse meno la disponibilità del cibo? siamo così pronti a progettare il futuro, ma così poco disposti a immaginare la rottura degli equilibri che lo rendono possibile? Le risposte possono essere molte. Ma una consapevolezza ci unisce oggi, in questa sala: non possiamo avere paura del presente. L’agricoltore, per sua natura, è programmato per guardare avanti. Semina oggi sapendo che il raccolto appartiene al domani. Nonostante le incertezze, i conflitti, le crisi climatiche e le fragilità economiche, una sola cosa ha costruito il nostro passato e continua a rendere possibile il nostro futuro: l’agricoltura. La democrazia si difende anche così. Partendo dalle campagne.