«La Calabria è la mia terra rossa, impossibile da lasciare davvero»
Intervista alla cantautrice calabrese Ylenia Lucisano: «La distanza toglie il rumore e lascia l’essenziale»

COSENZA Il sorriso è quello di chi reagisce commossa quando si parla di Calabria. L’affetto per la propria terra rimane intatto anche a chilometri di distanza, anche se la vita costringe a prendere strade diverse. La storia di Ylenia Lucisano è simile a quella di altre migliaia di giovani calabresi, decisi a cambiare le sorti del proprio destino lontano da casa. La cantautrice calabrese ha saputo trasformare le proprie radici in un linguaggio musicale contemporaneo e autentico, capace di muoversi tra la tradizione della canzone d’autore italiana e sonorità più contemporanee. Il suo ingresso ufficiale nel panorama musicale italiano avviene nel 2013 con il singolo d’esordio “Quando non c’eri”, a cui segue nello stesso anno una delle prime grandi vetrine della sua carriera: il Concerto di Natale di Roma, trasmesso in prima serata su Rai Due la sera della Vigilia, dove si esibisce accanto a grandi nomi della musica italiana e internazionale. L’anno successivo pubblica “Movt Movt”, il suo primo singolo in dialetto calabrese — un inno alla partenza e alla ricerca di sé — che le apre le porte del Concerto del Primo Maggio 2015 in Piazza San Giovanni a Roma. Il suo album d’esordio “Piccolo Universo” le vale il Premio Lunezia 2014 nella categoria Nuove Stelle, riconoscimento dedicato al valore letterario e musicale della canzone italiana. Nel 2016 “Riverbero” conquista uno degli otto posti di Area Sanremo, consolidando la sua presenza nel panorama cantautorale nazionale. Nel corso della sua carriera dal vivo apre i tour di Francesco De Gregori e Roby Facchinetti, si esibisce al Ravello Festival, al Kaulonia Festival, all’Alcatraz di Milano durante il Soleterre Festival e sul palco dell’Arena di Verona durante la finale del Festival Show. Da venerdì 8 maggio è disponibile in radio e in digitale “Terra Rossa”, il nuovo singolo pubblicato per Miraloop Hearts e distribuito da Pirames International. Il brano segna il ritorno discografico dell’artista e inaugura un nuovo percorso sonoro electro folk, in cui convivono tradizione e contemporaneità.


Come nasce “Terra Rossa”?
«L’idea del brano è legata a diversi momenti, un accumulo di anni di distanza, di silenzi, di conversazioni a metà con me stessa su cosa significasse essere calabrese fuori dalla Calabria. A un certo punto quella roba aveva bisogno di uscire. Ci sono stati due inneschi che si sono incontrati nello stesso momento. Il primo viene da mio padre, anche lui cantautore. A un certo punto ho sentito una sua canzone che si chiama ‘’Terra Russ’’, in dialetto. Quella frase mi è rimasta dentro, come una cosa in sospeso. Il secondo viene dal mio produttore artistico Gerolamo Sacco. Nelle nostre prime conversazioni in studio avevamo capito una cosa chiara: il progetto doveva parlare di me, della mia storia, delle mie radici. Niente di costruito. La verità. Quando questi due stimoli si sono incontrati un pomeriggio di gennaio, nel freddo di Milano, ho cercato il calore della mia terra, e la canzone è uscita di getto.
Nel titolo e nella foto che accompagna il pezzo, c’è un’immagine forte ed identitaria. Cosa rappresenta la “terra rossa”?
«Letteralmente rappresenta Rossano, la mia città. Simbolicamente è la materia da cui vieni, quella che il vento non sposta, come dico nel brano. “Terra rossa non la sposta neanche il vento” non è solo una metafora geografica. È una verità che riguarda l’identità, chi sei, da dove vieni, cosa ti porti dietro senza poterlo lasciare. Terra rossa è il filo che ci tiene uniti con quello che ci ha preceduto».
Il brano è più una dichiarazione d’amore alla Calabria o la ferita ancora aperta di un “addio” necessario?
«Nessuno dei due vince. Non è un addio. Non è neanche una dichiarazione. È un confronto a viso aperto. Nel brano c’è una frase che dice tutto: “se torno me ne pento, se vado mi lamento, non c’è tregua per un cuore che ha le sue radici altrove.” Non c’è risoluzione. Non la cerco neanche».
Cosa ti manca di più della Calabria nella vita quotidiana?
«Non è una nostalgia delle cose, non è il sole, non è il mare, non è il ritmo lento. O meglio, è anche quello, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. È qualcosa di più difficile da nominare. È il bisogno di ritrovare un’identità che in certi contesti rischi di smarrire. Quando vivi in una città come Milano, la pressione sociale è costante, ti vuole proiettata in avanti, performante. E in quel meccanismo, piano piano, ti dimentichi da dove vieni. Come se le origini fossero un peso da alleggerire, non una radice da cui attingere forza. La Calabria per me rappresenta quella parte di me che non si piega a quella logica. Una verità più antica, più lenta, più mia. Non mi manca un posto, mi manca la versione di me stessa che quel posto conosce….e poi la mia famiglia!»
La distanza cambia il modo in cui si guarda alle proprie origini?
«La distanza toglie il rumore e lascia l’essenziale. Quando sei dentro un posto lo dai per scontato, non lo vedi davvero. Andare via mi ha costretta a guardare la Calabria con occhi nuovi, più onesti. Ho smesso di difenderla per abitudine e ho iniziato ad amarla con consapevolezza. La distanza non allontana le radici. Le mette a fuoco».
Se dovessi descrivere la Calabria con un suono, quale sarebbe?
«Il suono del mare nelle conchiglie che mi faceva sentire mia nonna da piccola».
C’è una frase del brano che senti particolarmente tua?
«U sang è terra russ ca a u sud vo tornar’».
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato