Narcotraffico, estorsioni e scambio di voti: il sistema “Millennium” alla prova del Tribunale – NOMI
Dall’Aspromonte alle piazze di Milano e Torino: la “cerniera” operativa tra i mandamenti storici e le proiezioni al Nord. L’inchiesta della Dda di Reggio Calabria approda in aula

REGGIO CALABRIA Radici profonde nei “locali” storici della provincia reggina, con la capacità di esportare modelli organizzativi identici a Volpiano e Buccinasco, rispettivamente nel Torinese e nel Milanese, trasformando il nord Italia in una propaggine diretta dei mandamenti jonico e tirrenico. L’operazione “Millennium”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, ha delineato un assetto criminale complesso che supera i confini regionali per strutturarsi su scala nazionale e internazionale. Con la conclusione dell’udienza preliminare, il procedimento entra ora nella fase del dibattimento, seguendo un doppio binario procedurale che vedrà impegnati i giudici tra Locri e Reggio Calabria.
Il gup ha disposto il rinvio a giudizio per sedici imputati che hanno optato per il rito ordinario, per i quali la prima udienza è stata fissata per il 10 settembre davanti al Tribunale collegiale di Locri. Contemporaneamente, il troncone del processo per coloro che hanno scelto il rito abbreviato vedrà un momento decisivo il prossimo 25 giugno, quando è prevista la requisitoria del pubblico ministero, seguita dalle discussioni delle difese. All’interno di questo quadro processuale, si registra lo stralcio della posizione di Matteo Costanza, per il quale è stato richiesto il proscioglimento, segnando una distinzione rispetto al blocco principale delle accuse.
L’inchiesta
Le risultanze investigative offrono uno spaccato preciso sulle dinamiche di coordinamento tra i tre mandamenti storici – Centro, Ionico e Tirrenico – evidenziando non solo la stabilità dei “locali” di Sinopoli, Platì, Locri, Melicucco e Natile di Careri, ma anche l’esistenza di tensioni interne, definite “fibrillazioni”, tra le potenti consorterie dei Barbaro “Castani” di Platì e gli Alvaro di Sinopoli. L’accusa delinea l’esistenza di sottoarticolazioni dotate di una spiccata operatività transnazionale, concepite per la gestione sistematica del narcotraffico. Tali strutture venivano coordinate da soggetti definiti “cerniera”, figure intranee all’organizzazione incaricate di garantire la fluidità delle operazioni tra la Calabria e i presidi in Piemonte e Lombardia.
I ruoli apicali
Sotto il profilo dei ruoli apicali, l’inchiesta individua in Giuseppe Barbaro, classe ’56, un promotore e organizzatore con funzioni direttive sia nell’assetto unitario della ‘ndrangheta che nell’articolazione territoriale di Platì, con ramificazioni dirette su Volpiano e Buccinasco. Analogamente, la figura di Cosimo Cordì emerge come vertice dell’omonima cosca operante a Locri e Gerace, con compiti di gestione delle strategie criminali sul territorio e di intermediazione con altre famiglie mafiose. In questo mosaico di poteri, Carmelo Costa viene indicato come il “capo società” del locale di Melicucco, incaricato di fornire le direttive operative e di garantire gli investimenti legati al traffico di stupefacenti attraverso il prestigio della propria carica gerarchica.
Le accuse
I capi d’imputazione riflettono la pervasività delle attività contestate, che spaziano dall’associazione mafiosa al traffico internazionale di droga, dalle estorsioni al sequestro di persona a scopo estorsivo, fino al reato di scambio elettorale politico-mafioso.
Il processo ordinario che inizierà a settembre vedrà alla sbarra Antonio Barbaro (cl. ’90), Rosario Barbaro, Leonardo Capogreco, Domenico Caruso, Vincenzo De Masi, Francesco Ietto, Andrea Maiorana, Salvatore Mangiaruga, Santo Modaffari, Maria Romeo, Francesco Sansalone, Antonio Sciarrone, Bruno Sergi, Michele Sergi, Domenico Zappia (cl. ’74) e Domenico Zucco. (m.r.)
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