Corso Plebiscito, così l’antica via dei commerci è diventata la vetrina social di Cosenza
Era il quartiere delle macellerie e delle pescherie: conserva ancora oggi quel carattere di “distretto del cibo”, ma la modernità parla anche di turismo e design

COSENZA Era il quartiere dei commerci, delle macellerie e delle pescherie: una balconata naturale protesa sulla confluenza, affacciata sul costone sovrastato dal castello svevo mentre, guardando a nord, la vista arriva ancora oggi fino al Pollino. Una spianata benedetta dalla chiesa di San Francesco di Paola – icona “acquatica” e protettore non a caso dei marinai –, prima sede della fiera che poi avrebbe mutato nome e intitolazione passando dalla Maddalena (evento durato 3 secoli fino all’alluvione del 1544 che travolse il ponte sul Busento) all’Annunziata a San Giuseppe. Corso Plebiscito conserva ancora oggi quel carattere di strada laboriosa e brulicante di vita: nella modernità si è confermato il profilo logistico – la strada era e resta la via d’accesso principale dalla Presila e dunque da est al centro città – cui oggi si aggiunge anche quello turistico, con la tendenza social di fotografare (e naturalmente condividere sulle piattaforme) Cosenza vecchia proprio da qui, preferendo il luogo in cui Crati e Busento (foto in basso) si abbracciano sotto gli occhi della statua di Alarico a cavallo, la cupola di San Domenico o il non lontano Ponte di Calatrava, o ancora gli antichi palazzi del fronte nord-est, molti dei quali ristrutturati come l’imponente complesso di via Gaeta che ingloba le due teste romane in altrettante nicchie rivolte al Crati.

Il sincretismo calabrese trova qui la massima espressione con la chiesa del Santissimo Salvatore, l’unica di rito bizantino, dedicata al culto della florida comunità arbereshe del Cosentino e non solo (nella foto qui in basso a sinistra il busto dell’eroe nazionale Skanderbeg), ma corso Plebiscito ospita – dal lato opposto – anche la meno conosciuta chiesa di San Rocco che è da un paio d’anni rinata grazie a un progetto di museo diffuso (il MuDaBa, foto qui in basso a destra) finanziato dal ministero della Cultura su iniziativa del designer Pino Scaglione: la chiesetta, incastonata sulla sinistra all’inizio della rampa che conduce a via Gian Vincenzo Gravina e poi alle Paparelle per reimmettersi sul corso proprio all’altezza del SS Salvatore, fu costruita durante la peste del 1656 e in seguito fu sede per quasi tre secoli, fino al secondo dopoguerra, di una congrega di calzolai intitolata a San Crispino e San Crispiniano, per essere poi sciolta; oggi vive la sua terza fase raccontando la rinascita difficile ma ostinata del centro storico.


Una farmacia, un’edicola, bar e tabacchi ma anche una pizzeria (Pizzeria del Corso), una trattoria meta prediletta di turisti e nativi (‘A cantina cusentina) nonché uno degli ultimi negozi di generi alimentari dall’impianto “novecentesco” che resiste all’invasione dei discount e delle catene della grande distribuzione (fratelli Gagliardi), fanno di corso Plebiscito una zona di servizi ai margini di un centro storico altrimenti a rischio depauperamento e spopolamento. Gli empori di ceste di vimini e ferramenta con tendoni a strisce sotto le antiche insegne riportano la memoria a oltre un secolo fa (in basso una cartolina datata 1915, da fb) quando i negozi erano pochi e le bancarelle tante, mentre in basso scorreva un Crati ancora senza argini.

Corso Plebiscito è il naturale prolungamento di via Marini Serra, nel quartiere popolare posto alle falde del Colle Triglio che la memoria chiama – già in un atto notarile del 19 dicembre 1561 – “Garrubba” per via dei tanti alberi di carrubo presenti sulla riva destra del Crati. E al termine di via Marini Serra sorgeva lo slargo di piazza Ortale con un’altra chiesa, quella di San Gaetano: la piazza era per questo detta anche “largo di San Gaetano” o “piazza delle tripperie” conservando una vocazione di mercato (verdure e ortaggi ma anche carne) che oggi rivive in uno dei panifici con salumeria più apprezzati della città ovvero Orlando Occhiuto, fresco di 70esimo compleanno essendo in attività dal 1954. In questa stessa piazza – riporta l’insostituibile “Cosenza nei suoi quartieri” di Enzo Stancati in 4 volumi (ed. Luigi Pellegrini 2007) – la giunta guidata dal sindaco Muzzillo (1869/1873) decretò l’apertura di un nuovo macello vaccino comunale, una struttura che già quarant’anni dopo, nel 1907, «non era più da città civile e venne ispezionata (…) dal regio commissario cav. Ancheschi. Una piazza – aggiunge Stancati – immersa ancora nel 1940 nel puzzo di baccalà e trippa, nel 1949 piena di bancarelle, nel 1952 senza un vigile che ne moderasse l’intenso traffico di pedoni e automezzi, autocarri e motocicli che vi sostavano disordinatamente (vi ricorda qualcosa? Ndr), punto nevralgico per il vicino mercato coperto».
Forse per la sua stessa collocazione elevata e ariosa, corso Plebiscito non ha mai presentato problemi di igiene e aria mefitica, essendo anzi eletta già a fine ‘800 luogo fotografabile e “da cartolina” tanto quanto oggi è “instagrammabile”. Non solo: qui, come detto, si tenne per secoli la fiera che oggi chiamiamo di San Giuseppe ma è documentata anche un’attività di commercio clandestina durante la prima guerra mondiale, con i bagarini che acquistavano all’alba ingenti quantità di merce dagli ortolani per poi rivendere tutto al dettaglio a prezzi altissimi.
Questo per dire che siamo in uno snodo commerciale dove per secoli si sono sedimentati affari e storie più o meno legali. Manufatto centrale in questa zona è il Ponte detto “Maggiore” che saldava ortogonalmente corso Plebiscito alla piazza Piccola e dunque a corso Telesio attraverso via Galeazzo di Tarsia, anticamente denominato anche “ponte di Santa Maria” ma anche “ponte per andare alla beccaria”, ovvero al macello, come riporta la Carta della Biblioteca Angelica di fine XVI secolo: per secoli questo attraversamento sul Crati ha rappresentato l’unico passaggio possibile per i carri provenienti dall’entroterra presilano e fu ricostruito nel 1914 come “San Francesco”, raro esempio di ponte dalla forte pendenza. La sera del 14 settembre 1924 il giovane muratore socialista Paolo Cappello cadde vittima di un’imboscata fascista della squadraccia La Disperata nei pressi dello scalone che conduce al ponte dal lungo Crati: morirà una settimana dopo. (e.furia@corrierecal.it)