La disparità di rischio tra italiani e stranieri: quando il lavoro degli “invisibili” diventa una trappola
Dai cantieri ai campi, i dati Inail mostrano una sproporzione drammatica negli incidenti che colpiscono i lavoratori stranieri

Il primo caldo sole di primavera, non ha potuto riscaldare il corpo gelido, del giovane senegalese di 23 anni morto a causa di un incidente sul lavoro sul lungomare di Paola. La giornata di sabato 9 maggio 2026, è stata avvolta da un silenzio assordante di una vita spezzata in un drammatico incidente sul lavoro, mentre era impegnato nell’allestimento di uno stabilimento balneare. In genere di queste morti si parla poco, forse perché non sono morti bianche ma nere. Nere come il colore della loro pelle. Nere come il lavoro che svolgevano. Non ci sono buste paghe da riempire, moduli da inviare ai vari uffici, ma pochi fogli di denaro in contante che non pagano nulla e grondano di sudore e di sangue. Il lavoro di un immigrato, in molti casi non vale niente meno della loro vita. In Italia, il lavoro (come la legge o la grazia) non è uguale per tutti, neanche la sicurezza.
I dati Inail
I dati più recenti del 2026 confermano una realtà drammatica: pur rappresentando circa il 10% della forza lavoro, i lavoratori stranieri sopportano un peso sproporzionato degli incidenti mortali. Il rischio di perdere la vita sul posto di lavoro per un cittadino straniero è oltre tre volte superiore rispetto a quello di un collega italiano. I dati Inail aggiornati evidenziano come la vulnerabilità dei lavoratori immigrati sia un’emergenza strutturale: a marzo 2026, si registrano 15,5 morti ogni milione di occupati stranieri, contro un indice di 4,5 per gli italiani. Nel 2024 sono state contate 1.090 vittime totali, con una forte concentrazione tra cittadini romeni, marocchini e indiani. La maggior parte delle tragedie avviene nelle costruzioni (il settore più colpito), seguite da trasporti, logistica, agricoltura e industria manifatturiera. Non è una questione di fatalità, ma di condizioni di partenza spesso svantaggiate che creano una “trappola di rischio” per diverse ragioni. Ne segnalo alcune: gli immigrati sono impiegati prevalentemente nei lavori sporchi, pericolosi, pesanti, mansioni manuali e usuranti che gli italiani tendono a rifiutare; il decreto legislativo 81/08 impone che la formazione sulla sicurezza sia comprensibile. Tuttavia, la realtà dei cantieri e delle aziende vede spesso corsi inadeguati o non tradotti, rendendo le procedure di sicurezza astratte per chi non parla fluentemente l’italiano; la condizione di ricattabilità legata al permesso di soggiorno spinge molti ad accettare contratti precari o lavoro nero. In questi contesti, i cosiddetti DPI (dispositivi di protezione individuale), sono spesso assenti e le ore di straordinario non pagate portano a una stanchezza che spesso risulta fatale. Dietro ogni numero c’è una storia di invisibilità. Il caso di Satnam Singh, bracciante abbandonato agonizzante dopo un incidente in agricoltura, è diventato il simbolo della brutalità del caporalato e della mancanza di tutele minime. Ancora oggi, cronache recenti riportano tragedie come quella di Chioggia, dove tre braccianti sono annegati all’alba mentre andavano al lavoro in condizioni di estrema precarietà. Affrontare questa strage silenziosa richiede un cambio di rotta, gli esperti del settore insistono che urgente fare alcuni indispensabili investimenti: in formazione multilingue e segnaletica universale; per contrastare il lavoro sommerso con controlli più serrati nei settori a rischio; per garantire la parità di diritti, affinché la ricerca di una vita migliore in un altro paese non si concluda tragicamente tra i ponteggi o nei campi.