I Santapaola e la ’ndrangheta, dai legami con i De Stefano-Piromalli all’asse Sicilia-Calabria nella stagione delle stragi
Dopo la morte di Nitto e del figlio Vincenzo, le motivazioni del processo di Reggio Calabria riaccendono il focus sui rapporti tra Cosa nostra etnea e i vertici calabresi

LAMEZIA TERME Prima Nitto Santapaola, morto a marzo nel carcere di Opera. Poi il figlio Vincenzo, deceduto nel carcere di Parma mentre scontava una condanna a 30 anni. Nel giro di pochi mesi si chiude un altro capitolo della storia criminale della famiglia che per decenni ha segnato gli equilibri di Cosa nostra catanese. Ma la parabola dei Santapaola non resta confinata alla Sicilia orientale. Processi e sentenze storiche hanno infatti ricostruito legami, rapporti e convergenze oltre lo Stretto, fino ai vertici della ’ndrangheta calabrese: dai De Stefano ai Piromalli, dai Condello ai Mancuso.


‘Ndrangheta stragista
È uno spaccato che riaffiora anche dalle motivazioni del processo “’Ndrangheta stragista”, depositate dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria. Carte nelle quali il filo dei rapporti tra Cosa nostra etnea e la ’ndrangheta attraversa dichiarazioni di collaboratori, ricostruzioni giudiziarie e scenari criminali più ampi. Le motivazioni parlano di una strategia «di matrice stragista» ideata e attuata dai vertici di Cosa nostra e ’ndrangheta, con l’obiettivo – secondo l’impostazione accusatoria accolta nelle sentenze – di costringere lo Stato a rendere meno rigorose la legislazione e le misure antimafia. In Calabria quella strategia si sarebbe tradotta negli attentati contro i carabinieri tra il 1993 e il 1994, culminati nell’omicidio dei militari Antonino Fava e Vincenzo Garofalo sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, all’altezza di Scilla.
I referenti calabresi
Agli atti ci sono le dichiarazioni di Maurizio Avola, collaboratore proveniente dalla famiglia Santapaola. Nelle motivazioni viene richiamato il suo racconto sui rapporti tra Cosa nostra catanese e la ’ndrangheta. Secondo Avola, dopo la morte di Paolo De Stefano, avvenuta nel 1985, i referenti calabresi della componente catanese sarebbero diventate le famiglie De Stefano-Piromalli. Avola precisa di non sapere se quegli esponenti fossero stati formalmente “fatti” uomini di Cosa nostra, ma riferisce di «appoggi» e «amicizie» con la mafia siciliana. E poi c’è il collaboratore Giuseppe Di Giacomo, indicato come figura di vertice dei Laudani nel periodo 1992-1993. È lui a parlare di una sorta di “gotha” della ’ndrangheta e a riferire di avere appreso da Santo Mazzei che i principali interlocutori dei Santapaola e di Totò Riina in Calabria erano i De Stefano e i Condello per l’area reggina, i Piromalli per la Piana di Gioia Tauro e i Mancuso di Limbadi.

La stagione stragista
In questo scenario si inserisce la figura di Nitto Santapaola. Le motivazioni richiamano, tra le altre, le dichiarazioni di Natale Di Raimondo, uomo vicino alla famiglia catanese dei Santapaola, secondo cui il boss sarebbe stato «pressato» per aderire alla linea stragista. Di Raimondo collega quella pressione anche all’omicidio dell’ispettore Giovanni Lizzio, ucciso a Catania nel 1992, indicandolo come un delitto maturato nell’ambito della strategia di attacco alle istituzioni. Secondo la ricostruzione riportata nelle carte, Santapaola avrebbe avuto inizialmente forti perplessità rispetto alla linea dei corleonesi. Di Raimondo riferisce che il boss catanese era rimasto “bruciato” da quanto accaduto nel 1982: l’omicidio di Alfio Ferlito, l’uccisione dei carabinieri della scorta e il successivo utilizzo della stessa arma nell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un precedente che avrebbe alimentato la sua diffidenza verso i corleonesi. È qui che entra in scena Santo Mazzei. Le motivazioni parlano di una sorta di “commissariamento” della componente catanese da parte dei palermitani, finalizzato a superare le resistenze di Nitto Santapaola e ad agevolare l’adesione di Cosa nostra catanese alla strategia stragista. Mazzei, già capo dei Cursoti catanesi tra Torino e Milano, sarebbe stato avvicinato in carcere da Leoluca Bagarella e poi inserito negli equilibri di Cosa nostra.

Il ponte con la Calabria
Le motivazioni del processo su “’Ndrangheta stragista” riportano altri scenari e altre figure. L’esistenza di rapporti tra Nitto Santapaola e ambienti della ’ndrangheta viene richiamata anche attraverso le dichiarazioni di Filippo Barreca. Secondo il collaboratore, i Tegano, in buoni rapporti con Santapaola, avrebbero voluto fare una “cortesia” al boss catanese. Lo stesso Barreca riferisce di rapporti tra il gruppo Santapaola e i destefaniani, anche in relazione a traffici di hashish nella zona di Saline Joniche e agli interessi delle imprese dei fratelli Costanzo, protette da Santapaola. A rafforzare il quadro ci sono poi le dichiarazioni di Salvatore Annacondia, che avrebbe parlato di rapporti continui con Domenico Tegano e Domenico Paviglianiti, legati anche a un comune traffico di droga. Annacondia riferisce inoltre di avere saputo da Tegano che Natale Iamonte avrebbe fatto sdoganare cinque container di armi provenienti da Nitto Santapaola, destinate a rifornire lo schieramento destefaniano nella guerra contro il gruppo Imerti-Rosmini-Serraino.
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Capitolo chiuso. Per ora.
La morte di Nitto Santapaola e quella del figlio Vincenzo chiudono un lunghissimo capitolo nella storia di Cosa nostra catanese. Il loro nome, però, attraversa anche la stagione delle stragi, i rapporti con i palermitani, le tensioni interne alla mafia siciliana e i legami con i vertici calabresi. Un asse fatto di interessi, appoggi, traffici e convergenze criminali. Fino al punto più estremo: l’attacco allo Stato consumato anche in Calabria, dove Cosa nostra e ’ndrangheta, secondo le sentenze, si mossero in sinergia nella stagione degli attentati ai carabinieri. (g.curcio@corrierecal.it)
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