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L’allarme

Cure palliative in Calabria, copertura al 20% e rete ancora incompleta

Il fabbisogno supera i 15mila casi annui, ma solo una minima parte dei pazienti riceve assistenza specialistica. Criticità su personale e organizzazione territoriale

Pubblicato il: 23/05/2026 – 11:56
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Cure palliative in Calabria, copertura al 20% e rete ancora incompleta

REGGIO CALABRIA Le cure palliative iniziano dove la medicina smette di promettere guarigioni. Non servono a salvare la vita, ma a proteggerne la dignità quando il tempo si restringe, il dolore aumenta e una famiglia rischia di crollare insieme al malato. In Calabria, però, questa rete si sta lentamente sfilacciando. Da aprile il servizio di cure palliative dell’Asp di Reggio Calabria è rimasto senza un medico coordinatore. La dottoressa Paola Serranò, oncologa e fondatrice dell’Hospice reggino, è andata in pensione senza che venisse individuato un sostituto. «Non doveva esserci alcuna interruzione», spiega, ricordando di aver indicato due medici esperti per garantire continuità al servizio. «Non hanno nominato nessuno».
«Oggi l’assistenza domiciliare specialistica regge su un solo giovane medico e su un organico infermieristico ridotto all’osso. La parte sanitaria, medica e infermieristica, è estremamente contratta. Non si può garantire un buon livello di assistenza», denuncia Serranò. Eppure, fino a poche settimane prima del pensionamento, sembrava previsto un potenziamento della rete territoriale. «Avevamo concordato insieme un programma. Poi si è fermato tutto».
La normativa nazionale — in particolare il DM 77 del 2022 — «definisce le cure palliative come una rete autonoma, con équipe multidisciplinari, una propria organizzazione territoriale e competenze altamente specialistiche. Il decreto stabilisce inoltre che ogni 100 mila abitanti debbano esserci almeno un’unità di cure palliative domiciliari e un hospice. In Calabria siamo ancora molto lontani da numeri adeguati. Abbiamo accumulato un ritardo enorme ed è anche per questo che oggi siamo l’ultima regione d’Italia».

L’assistenza domiciliare e le cure palliative

«L’ADI ha le sue modalità organizzative, le cure palliative ne hanno altre», spiega Serranò. «Sono realtà distinte. La legge lo dice chiaramente». In Calabria, però, la distinzione sembra essersi dissolta nel tempo. L’Assistenza Domiciliare Integrata continua a essere utilizzata come risposta generalista anche per pazienti che avrebbero bisogno di cure palliative specialistiche. Di fatto, una sostituzione impropria. «L’ADI garantisce un’assistenza palliativa di base, non specialistica», chiarisce l’oncologa. I numeri raccontano il resto. Il fabbisogno regionale stimato supera i 15 mila casi annui. Le persone raggiunte dalle cure palliative specialistiche sono poco più di tremila. La copertura reale oscilla tra il 17 e il 20 per cento. «Siamo l’ultima regione d’Italia», dice Serranò. «Eppure negli anni Novanta eravamo tra le prime sette».
Il declino non è arrivato all’improvviso. È stato progressivo. Stratificato. Costruito attraverso ritardi, strutture mai aperte, personale mai assunto, reti territoriali lasciate senza sviluppo.
«La legge n. 39 del 1999 aveva previsto l’obbligo per le Regioni di istituire una rete pubblica di hospice. In Calabria i primi due hospice pubblici sono entrati in funzione nel 2006, a Cassano e a Reggio Calabria. Successivamente, con i medesimi finanziamenti pubblici, sono state realizzate altre tre strutture a Melicucco, Siderno e Tropea, che tuttavia non sono mai entrate in esercizio. Le strutture, infatti, sono rimaste inutilizzate e sono state oggetto di vandalismi e abbandono, con un danno stimato per l’erario di circa un milione e mezzo di euro. Solo nel 2017 il Dipartimento regionale ha proceduto all’accreditamento di tre nuovi hospice a Catanzaro, Sant’Andrea dello Ionio e Montalto Uffugo. Nel 2019 è stato accreditato anche un quarto hospice a Crotone. Si tratta, in tutti i casi, di strutture gestite da enti privati. Ad oggi, gli hospice attivi in Calabria sono sei: cinque privati e uno soltanto pubblico, quello di Cassano».
«C’è stata una chiara volontà politica di favorire il privato accreditato», accusa Serranò. «Le risorse per il privato sono arrivate. Quelle per le cure palliative pubbliche aziendali sono rimaste estremamente limitate. C’è da dire – specifica Serranò- che all’interno del bilancio aziendale dell’Asp di Reggio Calabria, le cure palliative non dispongono ancora di una voce dedicata e autonoma». Secondo Serranò, negli anni la rete pubblica è stata progressivamente indebolita: hospice mai aperti, personale non assunto e servizi lasciati senza sviluppo.   Nel frattempo, le graduatorie per assumere personale dedicato alle cure palliative esistono, ma molte assunzioni non sono mai partite. «Mancano infermieri, fisioterapisti e operatori sociosanitari. Mancano soprattutto le decisioni».

L’interrogazione di Ranuccio: «Scorrere le graduatorie subito»

A certificare il disastro sul piano istituzionale è arrivata l’interrogazione a risposta scritta del vicepresidente del Consiglio regionale Giuseppe Ranuccio, PD. Il documento è chirurgico: chiede conto all’Asp delle graduatorie approvate con delibera n. 278 del 28 marzo 2024, predisposte esattamente per reclutare l’équipe che manca. Medici, infermieri, operatori sociosanitari, psicologi, fisioterapisti, assistenti sociali: i profili ci sono, gli idonei pure. Eppure ad oggi risulta contrattualizzato un solo medico dei tre previsti dall’avviso pubblico del novembre 2023. Mancano quattro infermieri, due fisioterapisti, due operatori sociosanitari.
Ranuccio punta il dito anche sui contratti a tempo determinato, scelti per un servizio che è per definizione permanente. E ricorda che esistono risorse specifiche del Piano sanitario nazionale — linea progettuale n. 3 — destinate proprio a questa rete. Soldi disponibili che non vengono spesi. «È urgente che l’Asp rispetti il principio di priorità nello scorrimento delle graduatorie vigenti», scrive, «così da rispondere immediatamente al crescente bisogno di assistenza domiciliare specialistica». L’interrogazione chiede anche conto del nuovo modello che sposterebbe il coordinamento verso Locri, domandando se sia compatibile con il quadro normativo vigente. Risposta: nessuna.

La governance e il coordinamento a Locri

Ed è qui che la storia si complica. Venti giorni dopo il pensionamento di Serranò, l’Asp ha presentato un nuovo modello organizzativo: il coordinamento dell’intera rete di cure palliative passa sotto l’oncologia, con baricentro a Locri. «Dopo venti giorni è stato presentato un modello integrato oncologia e cure palliative, dove la governance si sposta sull’oncologia», racconta l’oncologa. Una mossa che, secondo lei, viola un vincolo preciso: «C’è un’autonomia gestionale della rete di cure palliative che non può essere dell’oncologia. Questo è un vincolo normativo».
A Locri opera l’associazione Angela Serra per la ricerca sul cancro, che negli ultimi due anni ha costruito attorno all’oncologia dell’ospedale locale una mobilitazione imponente: oltre 234mila euro raccolti tra i cittadini attraverso più di trenta eventi, 200mila stanziati dalla stessa associazione, un mutuo da 300mila euro contratto nell’aprile 2023, e l’impegno della Regione — preso lo scorso novembre — a stanziare altri 500mila euro. Un milione e 234mila euro in totale per ristrutturare il reparto. Ora la stessa associazione punta a ripristinare l’hospice di Siderno, uno dei tre edifici pubblici mai aperti e poi vandalizzati. Il cerchio si stringe. Serranò ha scelto di non tacere. Si è avvicinata a Cittadinanza Attiva e al Tribunale dei Diritti del Malato. «Almeno come servizio, questo potrebbe dare un aiuto ai cittadini che non sanno da che parte rivolgersi», dice. Nel frattempo i malati aspettano. Persone in fase terminale, famiglie senza riferimenti, pazienti affidati a un’assistenza che non ha le competenze per rispondere ai loro bisogni. «Le cure palliative non sono soltanto una tecnica», dice Serranò. «Si prende in carico il malato, la famiglia, i suoi bisogni fisici ma anche quelli esistenziali, quelli spirituali. Ci vogliono competenze».

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