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L’udienza

«Bergamini fu asfissiato», la parte civile smonta la tesi del suicidio. Anselmo: «Il complotto? È quello che portò alla doppia archiviazione»

Le arringhe degli avvocati della famiglia Bergamini nel processo d’appello. La difesa di Internò: «Suggestioni trasformate in prova penale»

Pubblicato il: 26/05/2026 – 18:57
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«Bergamini fu asfissiato», la parte civile smonta la tesi del suicidio. Anselmo: «Il complotto? È quello che portò alla doppia archiviazione»

CATANZARO Una lunga e intensa udienza quella celebrata oggi nel processo d’appello sulla morte di Denis Bergamini, l’ex calciatore del Cosenza deceduto a Roseto Capo Spulico il 18 novembre 1989. Al centro del procedimento, Isabella Internò, già condannata in primo grado a 16 anni di reclusione. Nel corso dell’udienza odierna il pm della Procura di Castrovillari, Luca Primicerio, ha chiesto una condanna a 23 anni di carcere per l’imputata. Subito dopo la requisitoria del pm ha preso la parola l’avvocato di parte civile Fabio Anselmo, che ha concluso la propria arringa con parole forti rivolte alla corte: «Chiedo l’accoglimento dell’appello della procura e in secondo luogo quanto meno la conferma della sentenza di primo grado. A Donata e alla sua famiglia è dovuta questa condanna e che le venga chiesto scusa».

L’attacco di Anselmo: «Non vedo amore per Internò, ma odio verso i testimoni»

Prima di iniziare la discussione, Anselmo ha depositato una nota sostenendo che la difesa avrebbe utilizzato «fonti probatorie non agli atti del processo». Da lì una ricostruzione dettagliata dell’intero iter giudiziario del processo di primo grado, definito «un pezzo di vita trascorso nelle aule giudiziarie del tribunale di Cosenza». L’avvocato ha puntato duramente contro l’impostazione difensiva: «In questo processo non individuo tanto un sentimento d’amore da parte della difesa nei confronti di Isabella Internò, quanto un sentimento di odio e critica verso i testimoni del processo e anche di noi legali».
Secondo Anselmo, molti dei motivi d’appello ricalcherebbero la teoria di un presunto complotto ai danni dell’imputata: «Buona parte dei motivi di appello rispecchia ciò che gli avvocati della difesa hanno portato in primo grado rispetto a un complotto ordito verso Isabella Internò. Ma chi ha pagato un prezzo altissimo è stata Donata Bergamini per le insinuazioni e gli attacchi subiti».
Quindi il passaggio più duro: «Se complotto c’è stato, è per una serie di eventi che hanno portato a una doppia archiviazione di questa vicenda».

Le accuse sulle prime indagini e i verbali

Nel corso della sua arringa, Anselmo ha ricostruito le anomalie investigative emerse negli anni, soffermandosi in particolare sull’operato del brigadiere Barbuscio e del medico legale De Marco: «De Marco dice il falso e mi chiedo perché. Si è inventato tutto, compreso lo sfondamento toracico. E poi ha detto: “Non lo rifarei”. L’avvocato ha poi parlato delle relazioni del brigadiere Barbuscio del 19 novembre 1989 e dell’8 gennaio 1990, definite «inquietanti e anomale». Secondo Anselmo: «Quello che è successo nella sala d’ispezione cadaverica subito dopo la morte di Bergamini, è stata causa delle archiviazioni successive. È stato prodotto un verbale di ispezione cadaverica falso, hanno fatto emergere un suicidio inesistente». Richiamando poi le dichiarazioni del medico Raimondi, l’avvocato ha aggiunto: «Raimondi ha poi affermato di non aver mai redatto il verbale. Bergamini nell’ispezione cadaverica non è mai stato svestito».

«La relazione finale se l’è inventata»

Altro passaggio centrale della discussione ha riguardato il consulente della procura Coscarelli, incaricato dei primi prelievi a Roseto Capo Spulico nel 1989. «In pratica ha confessato che la relazione finale su quella perizia se l’è inventata – ha dichiarato Anselmo -. Ha detto che doveva fare velocemente perché il procuratore gli metteva fretta». Quindi l’affondo sulla versione fornita dall’imputata: «In questo processo Isabella Internò deve fare i conti con una ricostruzione dei fatti a cui non credono neanche i suoi avvocati, i quali non seguono il suo racconto, perché l’idea del tuffo sotto il camion non regge. Anche la loro consulente, la dottoressa Innamorato, dice di aver avuto dei dubbi».

Le intercettazioni ambientali

Ampio spazio è stato dedicato anche alle intercettazioni ambientali che coinvolsero Isabella Internò, in particolare quella del 29 novembre 2011, quando venne convocata dall’allora procuratore Giacomantonio. Secondo Anselmo «lì viene fuori la verità». L’avvocato ha quindi ricostruito il contenuto del dialogo tra Internò e il marito Luciano Conte: «In quella circostanza Luciano Cont, spiega alla moglie cosa deve dire. Le dice di non entrare nei particolari intimi tra lei e Bergamini e lei risponde: “Tu ti preoccupi di questo e non della dinamica”». Sempre secondo quanto riferito in aula: «Conte consiglia di dire che fu Bergamini a chiamarla dal Motel Agip prima della sua morte». E ancora: «Poi dopo l’interrogatorio Internò rivela al marito che le hanno chiesto se loro due fossero già fidanzati nel 1989, e Conte le risponde: “‘”Se te lo hanno chiesto vuol dire che lo sanno”».

Il testimone Francesco Forte e la Mercedes nera

Anselmo ha poi richiamato la deposizione di Francesco Forte, ritenuta decisiva: «A Roseto vede la Mercedes nera dall’altra parte della strada e due persone insieme ad Isabella Internò e dice che sembravano suoi familiari». Da qui la conclusione: «Forte è un testimone oculare, è una prova e non un indizio». L’arringa dell’avvocato si è chiusa con un riferimento diretto alla famiglia Bergamini: «La famiglia Bergamini non ha mai compiuto un atto eticamente scorretto, Donata ha sacrificato tutta la sua vita per arrivare a questa verità e se vincerà nessuno le restituirà Denis e i familiari distrutti dal dolore».

Pisa e Galeone: «Bergamini è stato asfissiato»

Successivamente sono intervenute le avvocate della famiglia Bergamini Alessandra Pisa e Silvia Galeone. «Internò – ha evidenziato Pisa – quella sera dalla sua posizione non poteva vedere l’ipotetico tuffo di Bergamini sotto il camion e la cosa strana è che sia lei che Pisano parlano di tuffo. Ma neanche Pisano può averlo visto». Pisa ha poi insistito sugli accertamenti autoptici compiuti sulla laringe di Bergamini: «Sulla zona della laringe sono stati fatti tantissimi esami e tutti i tasselli ci dicono che è stato asfissiato». Richiamando inoltre le conclusioni dei consulenti Testi e Bolino: «Ci dicono che è possibile che sia stato soffocato con un sacchetto di plastica». Pisa ha anche sostenuto che non debba essere escluso «l’utilizzo del cloroformio per evitare la reazione di Bergamini».

«Piuttosto che di un’altra preferisco che muoia»

Silvia Galeone ha invece contestato la tesi dell’omicidio preterintenzionale, ricordando alcune frasi attribuite a Internò: “Se non torna con me lo faccio ammazzare”. L’avvocata ha quindi sottolineato che «se c’è una cosa che della vittima non abbiamo, sono i segni sul suo corpo». Ampio spazio anche alla questione dei cugini di Internò: «Chi parla di loro in questa vicenda? Ne parla Internò con Tiziana Rota, ne parla il testimone Francesco Forte, ne parlano gli stessi cugini con le false dichiarazioni sulla cena familiare a Santa Chiara la sera della morte di Bergamini. Una cena che non si è mai tenuta». E ancora: «Ognuno di loro dice che c’erano partecipanti diversi e soltanto Roberto Internò parla della presenza del fratello Dino Pippo». Per Galeone, gli elementi raccolti escluderebbero l’ipotesi dell’omicidio preterintenzionale: «C’è stato un agguato, Internò lo dice chiaramente: “piuttosto che di un’altra preferisco che muoia”. Faccio una provocazione: se fosse stata una donna la vittima, nessuno avrebbe avuto dubbi su come sono andate le cose». L’avvocata ha poi ricordato la «testimonianza straziante» resa a Crema da Tiziana Rota e il senso di colpa manifestato dalla donna nel raccontare quanto ha ascoltato da Isabella Internò.

La replica della difesa: “Processo distopico”

Al termine dell’udienza sono intervenuti gli avvocati difensori Cataldo Intrieri e Angelo Pugliese, commentando duramente le richieste della procura: «Nessuna sorpresa: da 15 anni la procura di Castrovillari è occupata ostinatamente a dimostrare la responsabilità della nostra assistita in un evidente caso di suicidio». Quindi l’attacco all’impianto accusatorio: «Oggi abbiamo assistito ad un processo distopico: la suggestione tramutata in prova penale». Infine la critica alla sentenza di primo grado e la fiducia sull’assoluzione di Isabella Internò: «Sono evidenti i macroscopici errori in fatto ed in diritto contenuti nella sentenza di primo grado che i giudici dell’appello all’altezza del loro ruolo non potranno fare a meno di rilevare, siamo assolutamente certi dell’assoluzione». (f.v.)

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