Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 7:27
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 6 minuti
Cambia colore:
 

Le intercettazioni

«Abbiamo unito sangue con sangue»: il rito di affiliazione alla cosca e l’ispettore che proteggeva i Bevilacqua

Dalle carte dell’inchiesta che ha portato all’arresto di 31 persone su richiesta della Dda

Pubblicato il: 01/06/2026 – 7:00
di Paola Suraci
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
«Abbiamo unito sangue con sangue»: il rito di affiliazione alla cosca e l’ispettore che proteggeva i Bevilacqua

Reggio Calabria Un coltello, un santino e il sangue che scorre sulle mani. Un ex ispettore della Questura che passa notizie riservate. E in mezzo, una piazza di spaccio che girava h24 nel cuore del rione Marconi, protetta da gerarchie mafiose e da qualcuno che avrebbe dovuto combatterle. Sono le carte dell’inchiesta che ha portato la Squadra Mobile di Reggio Calabria a eseguire un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 31 persone, emessa dal gip del Tribunale Giuseppina Laura Candito su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Per un’altra persona è stata applicata la misura degli arresti domiciliari. A raccontare tutto, nelle oltre seimila pagine del provvedimento, non sono i collaboratori di giustizia. Sono le intercettazioni degli stessi indagati.

«Si è tagliato pure lui ed abbiamo unito sangue con sangue»

Massimo Bevilacqua, detto u Stalliu, ride mentre lo racconta. Ride e parla, intercettato, con Fabio Damiano Abbruzzese e Francesco Carmelo Iamonte. Non sa che ogni parola viene registrata. E così, con la stessa naturalezza con cui si racconta una serata tra amici, descrive la notte in cui è entrato nella ‘ndrangheta. Il tramite è suo fratello Cosimo, detto Pappagallo. È lui a portarlo a Cannavò, all’incontro con quello che nelle intercettazioni viene chiamato «zio Pasquale», esponente di vertice della cosca Libri. Massimo all’inizio non capisce dove sta andando: «Il genero, non lo sapevo io che era coso… lo seppi tramite il “Pappagallo”». Arrivano al bar. Massimo ha un cappello in testa. Glielo fanno togliere. Poi sale. Quello che avviene quella sera è il rito. Il santino in mano, il coltello, il taglio, il sangue che si mescola. Massimo lo descrive senza abbellimenti: «Mi da un… un santo (immaginetta sacra) nella mano, e con la cosa mi taglia qua! ahh! ti giuro sopra i figli miei! si è tagliato pure lui ed abbiamo unito sangue con sangue…». Poi arriva la formula. È il Pappagallo a pronunciarla: «Sei attivo! mi disse: per qualsiasi cosa…, disse: devi essere sempre disponibile!».

Massimo aggiunge che: «Non gli ho potuto, non gli ho potuto dire no». E per rendere l’idea del peso di quell’incontro, descrive il palazzo del boss a Cannavò, la terra intorno, gli animali: «ti giuro sopra i figli miei se non aveva fatto la fossa». Da quella notte, entrare nel territorio altrui significa togliersi il cappello. «Compà… quando entri in una famiglia è così», spiega ai sodali.

«Senza consenso delle famiglie di Serraino, come fanno?»

La conversazione non finisce lì. Massimo allarga il quadro, indica altri affiliati e spiega. Cita una persona che chiama «Contabile» e «Cocò», identificato dagli inquirenti come elemento della comunità Rom vicino all’organizzazione: uno che, dice, ora che ha avuto la dote giusta «può fare» quello che prima non poteva. È Patrizio Bevilacqua a porre la domanda che chiarisce tutto il resto: come si gestisce una piazza senza l’autorizzazione di chi conta davvero? «Come fanno a fare senza consenso delle persone..?!… senza consenso delle famiglie di Serraino, come fanno?» La risposta di Massimo è no. Non si può. Il territorio di Catona ne è la dimostrazione. Poi Massimo si ferma. E fa i conti ad alta voce. Perché lui i rischi dell’affiliazione li conosce bene, li ha visti in casa: «…eppure ti posso dire una cosa…a mio fratello Mimo [Bevilacqua Domenico] per i Libri lo hanno arrestato, quando hanno fatto l’associazione, il Pappagallo lo hanno messo sempre da tutte le parti!…e non lo stai vedendo…? Lo vedi gli arresti che hanno fatto?

«Dentro la Questura…ti giuro, che mi muore Antonio»

La terza tessera del mosaico è la più inquietante. Secondo il gip, l’organizzazione sapeva in anticipo quando arrivavano i controlli, quali giorni erano a rischio, se c’erano investigatori nel rione. Non per caso. Per un canale preciso: un ex ispettore della Questura di Reggio Calabria, in quiescenza, attivo come investigatore privato. A gestirlo è Antonio Bevilacqua, detto Scianchitta, padre di Patrizio e Leo. Il 29 settembre 2023, in saletta, Antonio riferisce ai sodali di aver incontrato quella mattina il suo contatto. Lo fa con il tono di chi vuole essere creduto fino in fondo: «Mi sono incontrato…stamattina verso le 10.00, le 11.00 stavo andando al bar… mi sono incontrato con un Ispettore della Questura, che ora è…non è più…(inc.) e lui fa l’investigatore privato! (…) Dentro la Questura…ti giuro, che mi muore Antonio, se ti sto prendendo per il culo e ti dico una cosa…». Non è un contatto recente. È un’amicizia vecchia, collaudata, che ha già dato i suoi frutti: «Questo è un amico mio… Siamo assai amici… è l’Ispettore che mi ha salvato con la Questura non una volta ma tante volte… Ti giuro sopra i miei figli che gliel’ha portata». L’ex ispettore ha riferito dell’esistenza di investigatori privati con una telecamera nel rione, mandati a documentare la saletta: «Prende e mi dice <<Totò… vedi che al Rione Marconi c’è uno schifo…e se vuoi tu, si chiude tutto!>>… Mi ha fatto capire che se tu… sono i, i miei figli che fanno questo lavoro, loro sono!… Questo si mette da lontano e scatta una fotografia…ci sono degli investigatori privati che stanno lavorando…».E ha pressato Antonio affinché convinca Patrizio a smettere, disegnando uno scenario preciso: «mi ha detto <<Se vuoi tu…si chiude…se non vuoi tu…vedi che sei rovinato!>>… I soldi facili non si possono fare più… Totò, vedi che prendi dai, dai… quindici ai vent’anni di galera!>>». Le informazioni vengono trasformate in istruzioni operative. Antonio comunica ai soci i giorni dei controlli: «quando vengono, vengono il pomeriggio lunedì… quello che dobbiamo guardarci il lunedì e il mercoledì». Dice di spostare la centrale, di chiudere la sera, di non aprire presto. Il gip chiude la ricostruzione con una formula che vale da sola: l’organizzazione disponeva di «canali privilegiati attraverso cui potevano ottenere delle informazioni di carattere riservato», tali da consentire loro di «sviare l’operato della p.g.».

LEGGI ANCHE: «Entravi, pagavi e uscivi con la dose». Il fortino dello spaccio a Reggio

Reggio Calabria, smantellata piazza di spaccio da 3mila euro al giorno: gestita con turni h24 e vedette minorenni – VIDEO

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x