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Factotum

‘Ndrangheta, da Torino a Vibo il ruolo di Ceravolo nel piano per screditare Mantella a Rinascita-Scott

La testimonianza resa davanti al Tribunale vibonese. Per il gup il sindacalista avrebbe negato i rapporti tra Giamborino e i Mancuso indicati dal collaboratore di giustizia

Pubblicato il: 02/06/2026 – 19:17
di Giorgio Curcio
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‘Ndrangheta, da Torino a Vibo il ruolo di Ceravolo nel piano per screditare Mantella a Rinascita-Scott

TORINO C’è un filo, nelle motivazioni della sentenza “Factotum”, che parte da Torino e arriva direttamente nell’aula bunker di Vibo Valentia, dentro il maxi-processo Rinascita-Scott. È il filo che riguarda una testimonianza resa davanti al Tribunale vibonese e il presunto tentativo, ricostruito dai giudici torinesi, di colpire la credibilità di Andrea Mantella, collaboratore di giustizia centrale nelle indagini della Dda di Catanzaro sulle cosche del Vibonese.

«La testimonianza concordata»

I protagonisti sono tre: Francesco D’Onofrio, Antonio Serratore e Domenico Ceravolo. Sono loro che, secondo l’inchiesta e la ricostruzione accolta dal gup, avrebbero concordato «termini e modi per rendere falsa testimonianza» davanti al Tribunale di Vibo Valentia, nel processo “Rinascita-Scott”, con l’obiettivo di «screditare» Mantella e le sue dichiarazioni acquisite agli atti di uno dei più importanti processi contro la ’ndrangheta. Mantella, del resto, è uno dei collaboratori che hanno inciso con maggiore forza sulle ricostruzioni della Dda di Catanzaro, soprattutto sul sistema criminale della provincia di Vibo Valentia.

La testimonianza

Il riferimento è all’udienza del 18 febbraio 2023, quando Ceravolo era stato citato come testimone davanti al Tribunale di Vibo Valentia. Secondo la contestazione riportata nella sentenza, la deposizione sarebbe stata concordata con D’Onofrio e Serratore per delegittimare Mantella, già chiamante in correità degli stessi D’Onofrio e Serratore. Una testimonianza che, nella lettura dei giudici, avrebbe avuto una finalità precisa: incidere sulla credibilità di uno dei collaboratori più rilevanti del maxi-processo calabrese.
La presunta falsa testimonianza, secondo le carte, sarebbe stata resa «nell’interesse proprio», ma anche «nell’interesse dell’articolazione carmagnolese» e «nell’interesse delle cosche vibonesi». Una formula che tiene insieme i due poli della vicenda: da una parte Torino, Moncalieri e Carmagnola; dall’altra Vibo Valentia, Sant’Onofrio e il processo che ha ridisegnato gli assetti giudiziari della ’ndrangheta vibonese.

«Non conosco lo zio Luigi»

Il nodo della testimonianza riguarda i rapporti tra Giovanni Giamborino, Nazzareno Pugliese e la famiglia Mancuso. Il Tribunale di Vibo Valentia, all’esito del processo, ha condannato Giamborino e Pugliese per il reato di usura commesso ai danni di Ceravolo e ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura nei confronti di quest’ultimo per l’ipotesi di falsa testimonianza. Il dispositivo della sentenza è stato acquisito agli atti del processo torinese. «Vi sto dicendo io non lo conosco questo zio Luigi, sto dicendo qualcosa di contrario? Ho chiesto io?», aveva risposto in aula Ceravolo alle domande della pm Frustaci. E ancora, quando l’accusa gli chiede se quello “zio Luigi” di cui parlava Giamborino fosse persona a lui nota, visto che nella conversazione non aveva chiesto alcun chiarimento, Ceravolo risponde: «No, non lo conosco, non lo conosco». Poi aggiunge: «Io come faccio a sapere se ha parlato di me Andrea Mantella se non ho letto le carte?». Secondo il gup di Torino, Ceravolo, nel corso della deposizione ritenuta falsa dal collegio giudicante vibonese, avrebbe smentito Andrea Mantella, negando quei rapporti tra Giamborino e i Mancuso che invece il collaboratore affermava esistere. Ed è proprio qui che, nelle motivazioni, il caso si allarga: quel tentativo di smentita, fornito nell’interesse specifico di Giamborino, avrebbe risposto «con tutta evidenza» anche al fine più generale di favorire l’associazione ’ndranghetistica calabrese e piemontese, perché volto a screditare un collaboratore ritenuto attendibile in diversi procedimenti, tra cui “Rinascita-Scott” e “Carminius”.

Giamborino assolto in appello

Va precisato, però, che la posizione di Giovanni Giamborino nel maxi-processo calabrese ha poi avuto un esito diverso in secondo grado. In appello, infatti, Giamborino è stato assolto, nonostante l’accusa avesse chiesto per lui una condanna a 20 anni di reclusione. Un dato che non cancella il rilievo attribuito dal gup torinese alla testimonianza di Ceravolo, ma che restituisce il quadro processuale successivo maturato nel procedimento “Rinascita-Scott”.

Ceravolo «solido e affidabile punto di riferimento»

In questo scenario, ricostruito nell’inchiesta “Factotum” e richiamato dal gup nelle motivazioni della sentenza, il ruolo di Ceravolo assume una dimensione ulteriore, ben oltre il sindacato e i cantieri. Ritenuto nelle motivazioni un «solido e affidabile punto di riferimento» per il sodalizio di origine vibonese, Ceravolo sarebbe stato anche il testimone coinvolto – secondo la ricostruzione giudiziaria – in un passaggio processuale delicatissimo, capace di collegare direttamente il procedimento torinese al maxi-processo calabrese. La sentenza “Factotum”, dunque, non racconta soltanto la presunta operatività della ’ndrangheta piemontese sul territorio del Nord. Attraverso il capitolo su “Rinascita-Scott”, mostra una rete che avrebbe continuato a mantenere rapporti, interessi e obiettivi legati al territorio d’origine. E proprio il presunto tentativo di incidere sulla credibilità di Mantella diventa, nella lettura dei giudici, uno dei segnali del legame persistente tra Torino, Carmagnola e Vibo. (g.curcio@corrierecal.it)

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