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Savino: «Errore far sfilare i cappellani tra i militari»

Così il vicepresidente della Cei sulla parata del 2 giugno

Pubblicato il: 02/06/2026 – 8:18
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Savino: «Errore far sfilare i cappellani tra i militari»

ROMA Il vicepresidente della Cei e vescovo di Cassano all’Jonio, monsignor Francesco Savino, interviene nel dibattito sulla presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno ai Fori Imperiali, per la prima volta inseriti nella sfilata ufficiale. Lo fa in un’intervista a Repubblica, dopo le critiche espresse da Pax Christi.
«La valuto con rispetto per le persone e con preoccupazione per il segno», afferma Savino, che chiarisce subito come il problema non riguardi i singoli cappellani, ma il significato della loro partecipazione all’evento istituzionale. «Non è in discussione la dedizione di tanti cappellani militari», sottolinea, ricordando il loro ruolo di accompagnamento umano e spirituale nei contesti più difficili. «La loro missione, quando è vissuta evangelicamente, non è benedire le armi, ma custodire le coscienze».
Il nodo, per il presule, è simbolico. «Il linguaggio dei simboli va preso sul serio», spiega Savino, evidenziando il rischio di un cortocircuito comunicativo: «Inserire i cappellani in una parata militare può far apparire il ministero sacerdotale come parte dell’ornamento religioso della forza armata». Da qui la sua posizione critica: «La Chiesa deve stare accanto alle persone, non dentro l’estetica della guerra».
Nel richiamo alla tradizione del pensiero cattolico e civile, Savino cita figure come don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, ricordando la loro critica a ogni forma di complicità con la violenza. «Il sacerdote non è il cappellano della potenza, ma il servitore inerme del Vangelo», afferma.
Il vescovo rilancia poi il senso più profondo del dibattito: non una contrapposizione sui cappellani, ma una riflessione sul loro ruolo. «Il punto non è metterli in discussione, ma sottrarli a ogni equivoco celebrativo», spiega, sottolineando che il loro servizio dovrebbe essere percepito come cura delle coscienze e non come parte di una rappresentazione militare.
Ampio anche il riferimento alla recente nota pastorale della Cei “Educare a una pace disarmata e disarmante”, che apre a una possibile revisione delle forme di presenza ecclesiale nelle Forze armate. Savino precisa che non si tratta di abbandonare l’assistenza spirituale: «La Chiesa non può lasciare sole le persone che servono nelle Forze armate», ma di ripensarne l’assetto per renderlo «più evangelico, libero e credibile».
«Il sacerdote non è un funzionario del consenso», ribadisce, chiedendo una distinzione netta tra cura spirituale, inquadramento istituzionale e rischio simbolico di una Chiesa percepita come legittimazione della forza. L’intervista si allarga poi al tema della pace e della democrazia. Savino richiama la necessità di una “pace disarmata e disarmante”, in linea con le parole di Papa Leone XIV, da costruire attraverso educazione, giustizia sociale e partecipazione civica. «La pace va educata nelle coscienze prima ancora che nelle istituzioni», afferma, indicando scuola, famiglia e comunità come luoghi decisivi. Infine, un appello a una Chiesa e a una società capaci di discernimento: «La pace non è un’idea astratta, ma un processo concreto che riguarda le coscienze, le istituzioni e la qualità della vita democratica». E conclude richiamando la necessità di un impegno collettivo: «Mai più la guerra come destino dell’umanità».

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