Sfruttamento sul lavoro, Federconsumatori: «È ora di dire basta al cibo sporco di sangue»
«Ad Amendolara una barbarie». La Federazione chiede etichette sociali e di legalità sui prodotti della terra

COSENZA «C’è una soglia oltre la quale lo sfruttamento, già di per sé inaccettabile, si trasforma in barbarie. Quella soglia è stata tragicamente varcata ad Amendolara dove quattro braccianti agricoli, tre afghani e un pakistano, sono stati arsi vivi dai loro caporali di origine pakistana nella loro auto». Lo afferma Federconsumatori Calabria Aps, dopo la strage di Amendolara che ha riacceso i riflettori sullo sfruttamento sul lavoro e sul caporalato. «I quattro braccianti avevano storie, Paesi lasciati alle loro spalle nei viaggi della speranza, famiglie. Avevano dei nomi: Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, Safi Iayjad, 27 anni, tutti afghani, Waseem Khan, pakistano di 29 anni. Vivevano in un appartamento condiviso con altri lavoratori migranti. Altri due migranti sono sfuggiti all’eccidio ed ora posti in protezione dal sindacato di categoria della CGIL. Avevano lavorato per settimane cogliendo fragole tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino. Prima completamente in nero, poi con contratti formalmente regolari. Ma il denaro non arrivava. Quando hanno insistito per ottenere ciò che spettava loro, la risposta è stata il tragico rogo di cui son rimasti vittime. Il solo sopravvissuto ha raccontato che i suoi compagni avevano chiesto più volte ai caporali di essere pagati per il lavoro svolto nei campi, senza mai ottenere nulla. Per questo sono morti».
Federconsumatori aderisce alla mobilitazione
Federconsumatori «nell’esprimere orrore e sdegno per questa strage, l’ennesima dei campi, efferata e inaccettabile espressione di un sistema illegale e cruento, il caporalato, che il nostro Paese tollera da troppo tempo con colpevole indifferenza, aderisce e partecipa alla mobilitazione di sabato ad Amendolara organizzata dalla CGIL Calabria e dalla categoria della Flai CGIL che ne rappresenta il settore e denuncia da anni il fenomeno con iniziative mirate. La tragedia di Amendola colpisce profondamente il mondo del lavoro e dei consumatori sempre più attenti a ciò che portano in tavola e troppe volte costretti dal carovita a ricercare cibo al risparmio. I consumatori, nel piatto, non vogliono però che arrivi cibo sporco di sangue, di sfruttamento, di violazione di ogni diritto contrattuale, sporco di disumanità».
«I consumatori vogliono la dignità dei lavoratori»
«I consumatori chiedono e pretendono che sulle loro tavole arrivi cibo sano, ambientalmente sostenibile, equo nel rapporto prezzo-qualità, sicuro sanitariamente, pulito di diritti, di dignità, di rispetto dei contratti per le braccia che lo producono e lo raccolgono dalla terra sino a quelle che lo espongono negli scaffali della rete distributiva. I consumatori chiedono di poter comprare un cibo che profumi di legalità. Ogni volta che un consumatore acquista fragole, pomodori, arance, verdure, ha il diritto di sapere che quel prodotto non porta con sé il peso dello sfruttamento, della violenza, del ricatto o del sangue. I cittadini non vogliono essere complici inconsapevoli di un sistema criminale. Eppure, senza volerlo o saperlo, senza strumenti di trasparenza, lo diventano. Da anni Federconsumatori Calabria, a fronte delle tante iniziative sulla sicurezza alimentare e attenta al fenomeno delle agromafie che infesta il Paese, chiede che ogni prodotto possa essere identificabile da un marchio di legalità».
Le proposte di Federconsumatori
L’atroce duplice omicidio consumato nel comune di Amendolara, teatro suo malgrado della tragico evento, sollecita l’urgenza di adottare una etichettatura sociale obbligatoria, che attesti le condizioni di lavoro, la regolarità dei contratti, la sicurezza nei campi e il rispetto della dignità dei lavoratori e la piena legalità lungo tutta la filiera produttiva. Solo così i consumatori potranno scegliere in modo consapevole e responsabile ciò che portano in tavola.
L’inasprimento delle norme contro il caporalato, con controlli più stringenti che diano luogo a una vera e propria lotta alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani e il loro sfruttamento nei campi.
L’adozione cogente della norme regionali contro il caporalato a partire dal disatteso art. 37 della L.R. 9 del 2018 che prevede misure ed interventi concreti per contrastare il fenomeno del caporalato e lo sfruttamento in agricoltura consentendo agli imprenditori agricoli di ospitare temporaneamente i lavoratori stagionali per facilitare un lavoro dignitoso e regolare.
La piena fiducia alla Magistratura per allargare l’indagine, oltre che agli esecutori materiali dell’eccidio, anche la probabile più ampia rete di complicità e connivenze dentro cui è maturata la strage e dentro cui si consumano quotidianamente drammi del lavoro che coinvolgono migliaia di lavoratori per la maggior parte stranieri».
«L’eccellenza non può poggiare sulla schiavitù»
«Di fronte a questi drammatici fatti, il continuo richiamo all’eccellenza del made in Italy o delle risorse dedicate al settore agricolo in Calabria, risuona ingannevole, quasi macabro se poi alcune realtà, troppe, producono ben altro che eccellenze. Se vogliamo che le produzioni italiane e territoriali siano davvero un motivo di orgoglio a livello nazionale e internazionale, e per questo competitive sui mercati, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia a questa piaga: l’eccellenza non può poggiare sulla schiavitù ne su una catena di produzione, distribuzione e vendita del cibo che, dalla terra allo scaffale della grande distribuzione, miete vittime di ogni specie».
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