«Sono uscito dal bagagliaio mentre bruciavo». Il racconto choc del superstite della strage di Amendolara
Alamyar Taj Mohammad ha ricostruito agli investigatori gli ultimi istanti nel van dato alle fiamme. Il retroscena sul lavoro nero: «Ci trovavamo in una condizione di schiavitù»

AMENDOLARA «Mi sono salvato perché mi sono lanciato dal bagagliaio». È da lì, dal portellone posteriore della Fiat Ulysse avvolta dalle fiamme, che Alamyar Taj Mohammad è riuscito a uscire vivo dalla strage di Amendolara. Ustionato, con il corpo segnato dal fuoco e una frattura al braccio destro, è l’unico superstite del rogo costato la vita a quattro migranti: Khan Waseem, Khogyani Fazal Amin, Qiemi Ismat Ullah e Safi Amjad. Il suo racconto, riportato nell’ordinanza con cui il gip di Castrovillari ha convalidato il fermo di Raza Ali e Ahmed Safeer, diventa uno dei passaggi centrali dell’inchiesta.
Il racconto
Secondo quanto riferito dal superstite, quella mattina lui e gli altri lavoratori erano stati presi da Ali, il conducente del mezzo. Erano andati al lavoro, poi erano rientrati. Sulla via del ritorno, la sosta alla stazione di servizio Ip di Amendolara, lungo la Statale 106. Prima del rogo, però, ci sarebbe stata una tensione maturata già nelle ore precedenti. Alamyar racconta che i lavoratori avevano chiesto un contratto lavorativo, dopo essere arrivati dalla Sardegna. «Il motivo di queste discussioni è stato il mancato contratto», mette a verbale il superstite. Nel racconto agli investigatori emerge anche la lite del mattino. Il passeggero seduto davanti, indicato come il soggetto vestito di bianco, avrebbe estratto un coltello e lo avrebbe messo alla gola di uno dei ragazzi che viaggiavano sul mezzo. Uno dei migranti poi deceduti lo avrebbe colpito con un pugno. Una circostanza che troverebbe riscontro, secondo il gip, nella tumefazione all’occhio destro di Ahmed Safeer, rilevata dagli investigatori e richiamata nell’ordinanza.
La drammatica sequenza
Poi la sequenza del rogo. «Il capo ha spento la macchina, ha chiuso tutti i finestrini ed è sceso», racconta Alamyar. Secondo la sua testimonianza, la benzina sarebbe stata cosparsa prima per terra e poi nel bagagliaio. «Il capo ha cosparso di benzina il bagaglio, dopodiché ha dato fuoco alla macchina con un accendino. Io mi trovavo nel bagagliaio. Non ho capito più niente, sono saltato dal portabagagli». Fuori dal mezzo, il superstite riesce a salvarsi mentre sta ancora bruciando: «Sono uscito fuori dalla benzina mentre stavo andando a fuoco». È il punto in cui il racconto individuale diventa la chiave per leggere l’intera strage. Perché Alamyar non parla soltanto del fuoco, ma anche di ciò che c’era prima del fuoco. «Avevamo un contratto ma comunque lavoravamo in nero, in quanto il salario ci veniva corrisposto in contanti. Ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il capo. In una casa composta da una sola stanza dormivamo 10 persone». Parole durissime, finite nell’ordinanza, che spostano il baricentro della vicenda dal solo orrore dell’eccidio al contesto di sfruttamento nel quale le vittime avrebbero vissuto e lavorato.
«Ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi»
Il superstite collega direttamente quelle rivendicazioni alla volontà omicida che, secondo l’accusa, avrebbe animato i due indagati. «Alì e l’altro ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo», riferisce Alamyar. Una frase che il Gip valuta insieme agli altri elementi raccolti dagli investigatori: i filmati della videosorveglianza, il riconoscimento del carabiniere scelto Antonio Donadeo, la maniglia divelta e ritrovata vicino al mezzo, la fuga dei due indagati e il racconto di chi, dalle fiamme, è riuscito a uscire vivo. Nell’ordinanza, il giudice sottolinea che la versione di Alamyar è «precisa, dettagliata e coerente» e risulta confermata da altre fonti di prova. Il superstite, scrive il Gip, ha fornito una ricostruzione «in buona misura sovrapponibile» a quella restituita dai video e dai frame analizzati dagli investigatori. Per il giudice non ci sono elementi in grado di minarne la credibilità: l’uomo è stato colpito dalle fiamme, ha reso dichiarazioni in un tempo prossimo ai fatti e il suo racconto trova riscontro nelle immagini e negli atti di polizia giudiziaria. (g.curcio@corriereca.it)