‘Ndrangheta, pene rideterminate in Rinascita Scott: depositate le motivazioni dalla Corte d’Appello
La sentenza dello scorso 21 maggio ha ridotto la pena per numerosi imputati dopo la caduta dell’aggravante del riutilizzo dei fondi di provenienza illecita

VIBO VALENTIA La Corte d’Appello di Catanzaro ha depositato le motivazioni della sentenza emessa lo scorso 21 maggio nell’ambito del maxiprocesso Rinascita Scott contro la ‘ndrangheta vibonese. Si tratta del troncone abbreviato, tornato di fronte la seconda sezione penale catanzarese dopo che la Cassazione ne aveva disposto il rinvio dopo l’esclusione dell’aggravante prevista dal comma 6 dell’articolo 416 bis, relativa al finanziamento delle attività economiche con il provento dei delitti. La caduta dell’aggravante ha portato alla riduzione di pena per 26 imputati.
Il tema della discrezionalità della Corte
I giudici nelle motivazioni partono dalla sentenza emessa dalla Corte di Cassazione il 22 maggio 2025, che ha disposto l’annullamento senza rinvio dell’aggravante del comma 6 dell’articolo 416 bis e di alcuni capi d’imputazione relativi a singoli imputati, disponendo il rinvio alla Corte d’Appello con il solo compito di procedere allo «scomputo aritmetico della frazione di pena individuata dal giudice di primo grado per la predetta aggravante ovvero per la frazione di pena individuata quale aumento a titolo di continuazione». In sostanza, il solo compito di procedere alla semplice sottrazione della pena per l’aggravante poi annullata dagli ermellini, senza intaccare il resto, in quanto «preclusa qualsiasi discrezionalità nella determinazione della pena, già confermata dalla Corte di Cassazione e divenuta definitiva» dopo i ricorsi rigettati o ritenuti inammissibili. Un dettaglio su cui hanno tentato di controbattere le difese, secondo cui la Corte d’Appello avrebbe conservato integra la discrezionalità in punto di determinazione della pena.
La risposta della Corte
Tuttavia, per la Corte d’Appello gli ermellini rigettando o dichiarando inammissibili i ricorsi relativi alla pena base e l’individuazione del trattamento sanzionatorio ai sensi dell’art. 133, ha «espressamente argomentato sulla sua congruità», ovvero ha ritenuto corretto il precedente giudizio e, di conseguenza, rendendolo non più modificabile in sede di rinvio. Per alcune posizioni, come quella di Luciano Macrì (condannato a 20 anni), spiega la Corte che l’esclusione dell’aggravante non ha effetti sulla pena, dal momento che il giudice di primo grado aveva già inflitto la pena minima prevista rispetto ai reati contestati, con ulteriori aumenti già contenuti nei limiti di legge. Caso specifico è quello di Gregorio Gioffrè, per il quale la pena base «è stata determinata in ragione della sua vicinanza al boss Rosario Fiarè, con il ruolo di Ministro dei Lavori Pubblici, non già per la pendenza del procedimento Petrolmafie citata ad altro fine. Peraltro al momento della proposizione del ricorso in Cassazione, la pronuncia assolutoria in primo grado era già stata pronunciata».
La sentenza della Corte d’Appello
La Corte d’Appello ha dunque proceduto al semplice ricalcolo delle pene, dove previsto, sulla base dell’esclusione dell’aggravante. Luciano Macrì è stato condannato a 20 anni di carcere (pena invariata), Domenico “Mommo” Macrì a 15 anni e 2 mesi (15 anni e 9 mesi), Pasquale Gallone, con 14 anni e 10 mesi (17 anni), e Francesco Antonio Pardea, con 14 anni e 8 mesi (17 anni). Ridotta di un anno la pena di Domenico Pardea, che passa da 13 a 12 anni. Condanna a 11 anni e 10 mesi per Luca Belsito (16 anni); 11 anni e 4 mesi per Domenico Camillò, Giuseppe Lopreiato, Michele Pugliese Carchedi (17 anni). Stessa pena anche per Michele Dominello, l’unico per cui – spiegano i giudici – il calcolo è stato fatto dalla Corte d’Appello con sentenza del 30 ottobre 2023 «avendo il giudice di primo grado omesso di effettuare il predetto calcolo».
Le altre pene rideterminate
Pene rideterminate anche per Filippo Di Miceli e Sergio Gentile in 10 anni e 8 mesi (16 anni); per Carmelo Salvatore D’Andrea e Filippo Orecchio in 10 anni (15 anni); per Carmelo Chiarella in 9 anni e 8 mesi (14 anni e 6 mesi); per Gregorio Gioffè e Giovanni Claudio D’Andrea in 9 anni e 4 mesi (14 anni). Condanna a 8 anni e 8 mesi per Raffaele Antonio Giuseppe Barba, Nazzareno Franzè, Paolo Carchedi e Francesco Gallone (13 anni ciascuno). Otto anni di reclusione per Nicola Lobianco, Michele Manco, Salvatore Lo Bianco, Domenico Cracolici, Domenico Prestia e Salvatore Morgese (12 anni). Pene più basse per Pasquale Antonio D’Andrea, condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione e 6.667 euro di multa, e per Cristiano Gallone, condannato a 3 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione e 4mila euro di multa. (ma.ru.)
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato