Tropea, le motivazioni dell’incandidabilità di Macrì: «Mancata vigilanza e condotte omissive»
Il Tribunale di Vibo Valentia ha dichiarato il sindaco incandidabile per due turni. Per i giudici sarebbe venuto meno «ai propri doveri di vigilanza e controllo»

VIBO VALENTIA «Condotte omissive» e anomalie che, pur senza rilevanza penale, avrebbero contribuito alla mala gestio del Comune, con il sindaco Giovanni Macrì che sarebbe venuto meno «ai propri doveri di vigilanza e controllo sull’apparato amministrativo dell’Ente». Sono questi i motivi che hanno portato alla sentenza di incandidabilità per due turni per il primo cittadino di Tropea, rieletto alle ultime elezioni del 24-25 maggio, dopo che la sua precedente amministrazione era stata sciolta per infiltrazioni mafiose nell’aprile 2024. Macrì, nonostante la pendenza del ricorso presentato dal Ministero dell’Interno, ha scelto comunque di correre alle urne, trionfando e tornando alla guida del Comune vibonese.
La sentenza di incandidabilità
Tuttavia, pochi giorni fa, il Tribunale vibonese ha accolto la richiesta del Viminale dichiarando incandidabile Macrì: nessuna ripercussione immediata sull’attuale amministrazione, con il sindaco che ha già annunciato che impugnerà la sentenza. Nelle motivazioni depositate, il collegio giudicante parte da una premessa chiave che ribadirà più volte: il Tribunale è chiamato ad esprimersi a prescindere dalla rilevanza penale delle condotte, in quanto sono sufficienti elementi indiziari su comportamenti che abbiano potuto contribuire alla cattiva gestione dell’ente, come – nel caso specifico – carenza di vigilanza o l’inerzia di fronte ad anomalie amministrative. In sostanza, il provvedimento, così come quello dello scioglimento, «si colloca in una logica eminentemente preventiva e cautelare».
Il contesto territoriale di Tropea
Nel trattare il caso specifico di Tropea, i magistrati partono dal descrivere il contesto della perla del Tirreno, uno dei comuni della Costa degli Dei con una forte vocazione turistica. Proprio il grande flusso di turisti – spiegano – ha attratto negli anni «l’interesse delle articolazioni della criminalità organizzata operanti nell’area, in particolare delle ’ndrine Mancuso e La Rosa». L’egemonia dei La Rosa si sarebbe concretizzata, come emerso da numerose inchieste della Dda di Catanzaro, in «un sistema di infiltrazioni capillari nel tessuto economico e sociale, nonché una rete relazionale estesa anche ad ambiti istituzionali e imprenditoriali».
Valutazione complessiva e non atomistica
I giudici riprendono le contestazioni avanzate nella relazione prefettizia, dalla quale emerge una «pluralità di elementi» che non va valutata in modo «atomistico», bensì nel suo insieme: è la loro interrelazione a rendere gli elementi determinanti per la decisione finale. Il quadro che ne deriva dimostrerebbe come il sindaco Giovanni Macrì, in quanto figura apicale dell’amministrazione, avrebbe «omesso l’adempimento dei doveri funzionali connessi alla carica», esponendo l’ente al «rischio di interferenze da parte del contesto criminale». Nell’esaminare la documentazione i giudici rilevano dei «segnali d’allarme» che avrebbero dovuto imporre al sindaco una «più intensa e tempestiva attivazione nell’esercizio dei poteri di impulso, vigilanza e controllo».
I “segnali d’allarme” che avrebbero dovuto far scattare i controlli
Il riferimento del Collegio è alle contestazioni mosse dalla relazione prefettizia. Tra queste, le relazioni parentali e le frequentazioni con soggetti riconducibili alla consorteria dei La Rosa, il presunto sostegno elettorale in occasione delle elezioni del 2018, le criticità nella gestione degli appalti e degli affidamenti diretti, «anche in favore di imprese ritenute contigue ai sodalizi criminali operanti sul territorio». E ancora, le diverse «anomalie» emerse dai settori dell’ente, tra cui quella relativa al “Cimitero degli orrori”. Elementi che – secondo i giudici – rientrerebbero nella sfera di conoscibilità del sindaco, soprattutto per il suo «dichiarato coinvolgimento nella vita amministrativa». Si tratta di singole contestazioni che non provano alcuna collusione con la criminalità organizzata, ma per i giudici rilevanti nel provare «una complessiva inerzia colposa e una deviazione rispetto agli obiettivi di corretta gestione amministrativa». A maggior ragione se si considera che già in precedenza l’ente era stato sciolto per infiltrazioni mafiose: un aspetto che avrebbe dovuto imporre al neosindaco «un più rigoroso esercizio dei poteri di vigilanza e controllo sull’attività dell’Ente».
La richiesta per Greta Trecate
Diverso è il discorso per Giulia Trecate, assessora comunale (rieletta alle ultime elezioni) per cui pendeva la stessa richiesta di incandidabilità da parte del Viminale. Per i giudici, che hanno rigettato la richiesta, non emergono fatti specifici imputabili direttamente a lei, così come non ci sarebbero prove di condotte omissive o azioni che avrebbero portato allo scioglimento dell’ente. I soli legami di parentela con persone con precedenti o condanne per associazione a delinquere di stampo mafioso – concludono i giudici – «non si traducono in una concreta situazione di prossimità o stabilità relazionale tale da assumere valore indiziario qualificato».
Il sindaco impugnerà la sentenza
Il sindaco Macrì, nei giorni scorsi, ha già annunciato impugnerà la sentenza e presenterà ricorso: «Tale pronuncia non produce alcun effetto immediato sull’attività amministrativa dell’Ente, la quale prosegue con assoluta regolarità, dedizione e nell’esclusivo interesse della nostra Città» ha scritto in una nota rassicurando i cittadini. (redazione@corrierecal.it)
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