La politica liquida e il tramonto dei partiti
La politica locale si fa sempre più personalistica mentre il confronto sui problemi reali lascia spazio a slogan e consenso emotivo. Una riflessione sulla necessità di tornare alla cultura politica

I partiti sono scomparsi come il ragioniere Antonio Patò di Andrea Camilleri. Questa potrebbe essere la sintesi veloce delle ultime elezioni amministrative in Calabria. L’assenza prolungata dei partiti spiega le contraddizioni plateali dell’ultima campagna elettorale: alleanze di comodo, apparentamenti opportunistici, coalizioni del 95° minuto ed esclusione forzata di militanti storici.
Qualcuno ha ricordato nei giorni scorsi il sociologo Zygmunt Bauman, durante un dibattito di provincia sull’importanza del civismo concreto. A proposito del famoso teorico della «società liquida», oggi i partiti mostrano una fluidità continua, di solito più accentuata in ambito locale. È un riflesso inavvertito del capitalismo spinto: tutto va cambiato, riconvertito a scopo di profitto, che è l’unica ragione, la sola religione possibile.
Le sezioni dei partiti sono perennemente chiuse. Ciò avviene con noncuranza imperturbabile, nonostante i problemi economici dei territori e i loro guai di natura ambientale, il peso delle differenziazioni regionali, la marginalità e lo spopolamento delle aree montane o interne, gli smagriti trasferimenti statali e i bilanci risicati dei Comuni, le carenze di servizi sanitari di base, di medici di famiglia, di specialisti e strumenti di prevenzione di malattie e disagi sociali.
Per ripiego, comodità o passatempo, il popolo si è trasferito sui social, dove si disinforma e sfoga con ardore, ma senza identità e direzione. È un bisogno quotidiano, ossessivo, meccanico e talvolta irrinunciabile, che assorbe energie e induce emozioni, proiezioni, illusioni e non di rado deliri. Nel contesto la discussione è quasi sempre sterile e finisce per scadere, per colpire singole persone e scansare il terreno della realtà, della complessità e della possibilità. Analisi e linguaggio rimangono in superficie, quasi d’impronta commerciale, funzionali a uno scontro bruto e perpetuo che genera per ciò stesso coinvolgimento e consensi individuali. Così è impossibile e finanche improduttivo il confronto sui temi, sui programmi e sulle prospettive. Domina infatti il rumore, pressante e inconcludente, di fazioni politiche contrapposte. In questo caos virtuale spopola – anche per come funzionano gli algoritmi delle varie piattaforme – chi riesce ad alzare di più i toni, a inveire incontrollatamente verso chicchessia, ad alimentare la rabbia e il sentimento di frustrazione provocati soprattutto dalle fasi del ciclo economico e dagli effetti nefasti del sistema monetario, da quelli sfiancanti delle crisi internazionali.
I partiti si sono dileguati alquanto e hanno rinunciato alla responsabilità, al dovere di elaborare, proporre e promuovere una linea di pensiero, di condotta e di governo del bene pubblico. Nei partiti si osserva con inerzia o compiacimento la riduzione della politica ad azione estemporanea di spettacolo, a prodotto della comunicazione suggestiva e invasiva del presente. La campagna elettorale appena finita in Calabria ne ha offerto casi emblematici. Inoltre, capita spesso che dentro i partiti si assecondino pulsioni e movimenti territoriali adatti a vestire di civismo iniziative riconducibili, invece, a mire di potere di pochi.
Tutte le campagne elettorali sono caratterizzate in primo luogo da narrazioni, promesse e moniti. Il web offre possibilità sorprendenti di moltiplicare e diffondere questo tipo di contenuti, che tendono a discostarsi dalla realtà, se non a reinventarla, in modo da determinare presto partecipazione emotiva, abbandono del vaglio razionale, fideismo e mobilitazione. Per questa via si perde lo scopo e il valore dell’attività politica, che è la comprensione e soluzione dei problemi di interesse generale.
È forse tardi per mettere a punto un vaccino culturale in grado di arrestare la pandemia del pressapochismo, dell’individualismo e della disinformazione che alimentano e sostengono la politica del 2026. Ciononostante i partiti, non soltanto calabresi, dovrebbero investire su una scuola di formazione politica che insegni ad applicare i princìpi della Costituzione e della democrazia; che consenta di conoscere a fondo il ruolo delle istituzioni come i loro compiti, gli strumenti della comunicazione a partire dalla parola, dalla scrittura e dal linguaggio; che permetta la pratica quotidiana di queste conoscenze e incentivi la partecipazione dei giovani per costruire una nuova classe dirigente all’altezza delle sfide del futuro. Prima tra le quali, io credo, il riposizionamento della politica al di sopra della tecnica. (redazione@corrierecal.it)
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