Due tonnellate di cocaina in mare, la caccia al carico perduto tra Catania e Calabria. «Cerchiamo due marinai»
Il piano per recuperare 1.918 chili di droga lasciati in mare: le barche da trovare, i radar, il timore della Guardia di finanza e la rotta verso le coste calabre

LAMEZIA TERME Quasi due tonnellate di cocaina lasciate in mare, un punto indicato da coordinate. E poi le barche da trovare, il timore dei controlli della Guardia di finanza e l’obiettivo di spingere il recupero fino alla Calabria. Dall’inchiesta “Abisso” salta fuori anche un capitolo quasi da cinematografico legato al presunto traffico di droga ricostruito dalla Dda di Catania. Fari puntati su un maxi carico perduto, la corsa per recuperarlo e i contatti calabresi chiamati in causa nella fase più delicata dell’operazione. Tutto riportato nell’ordinanza firmata dal gip di Catania Anna Maria Castaldi che ha portato all’arresto di 15 persone.
L’inchiesta “Abisso”
Ma andiamo con ordine, partendo dai soggetti – tutti indagati – coinvolti nella vicenda. Secondo l’accusa, Giuseppe Curciarello, Angelo Salvatore Egitto, Orazio Finocchiaro, Agatino Litrico, Agatino Montedoro, Giuseppe Platania, Antonio Scartò e Antonino Vasta «avrebbero compiuto atti diretti in modo non equivoco a importare 1.918,06 chili di cocaina», si legge. La sostanza stupefacente, trasportata dall’estero, sarebbe stata lasciata in mare in un punto indicato da coordinate necessarie per curare la fase del recupero. L’operazione, però, non sarebbe andata a buon fine per l’intervento della Polizia giudiziaria, che sottoponeva a sequestro il carico.
Il carico perduto e la corsa al recupero
Nelle conversazioni intercettate, dunque, il carico in mare diventa quasi un’ossessione: gli indagati ragionano sui tempi, sulle condizioni del mare, sulle imbarcazioni da utilizzare e sul rischio che qualcuno possa arrivare prima di loro, causando loro un potenziale danno economico milionario.
È il 17 marzo 2023 quando all’interno dell’auto in uso ad Antonino Vasta, gli investigatori captano il dialogo tra lo stesso Vasta e Giuseppe Curciarello. Quest’ultimo avrebbe rimproverato Vasta per non essersi mosso prima: «La colpa è la tua Nino», gli dice. E ancora: «Ti sei cullato con questo… hai tutte le possibilità del mondo e mi hai fatto impazzire». Vasta prova a spiegare di essersi affidato a un altro interlocutore, ma il calabrese insiste sulla necessità di cambiare passo e di trovare persone in grado di uscire in mare: «Cerchiamo due marinai». Il tema, nelle parole captate dagli investigatori, è sempre lo stesso: raggiungere il punto in cui si ritiene possa trovarsi il carico e recuperarlo prima che sia troppo tardi. Vasta osserva che alcune imbarcazioni avrebbero i radar e potrebbero individuare la sostanza: «Loro la vedono… hanno i radar». E aggiunge: «A 10 miglia… 20 miglia la vedono».
Le barche, i radar e il rischio della Guardia di finanza
La ricerca del carico, secondo la ricostruzione della Dda, passa dalle barche. Vasta e Curciarello «discutono della possibilità di incaricare due marinai, di utilizzare più imbarcazioni, di muoversi quando le condizioni del mare lo avrebbero consentito», si legge nelle carte. In un altro dialogo, invece, Vasta racconta che qualcuno gli avrebbe suggerito di salire su un’imbarcazione, mentre Antonio – il riferimento, nelle carte, è a Scartò – sarebbe salito su un’altra. «Tu sali in una imbarcazione e Antonio in un’altra», dice Vasta. Curciarello concorda. Poi il discorso si sposta sulla fiducia nei confronti di Vasta: «Noi sopra a te abbiamo fiducia», dice Curciarello. E ancora: «Al cento virgola mille per mille». Per gli investigatori, sono conversazioni che mostrano la pressione del gruppo nel tentativo di recuperare la cocaina lasciata in mare e di coordinare le persone disponibili a muoversi con le barche.
Il timore dei controlli è costante. Nelle carte emerge il riferimento a un possibile velivolo della Guardia di finanza che avrebbe reso rischiosa l’uscita in mare. Curciarello insiste però per proseguire le ricerche, anche il giorno successivo, e ipotizza di controllare la scogliera, chiedendo se lungo il tratto da Giarre verso Catania potessero esserci punti in cui il carico si sarebbe potuto incagliare.
«Devono arrivare fino a casa da noi»
E c’è ancora un’altra conversazione evidenziata dal gip nell’ordinanza, ancora il 17 marzo 2023. Vasta e Curciarello ragionano sulle imbarcazioni che dovrebbero restare in mare dalle 18 fino al mattino successivo, così da avere il tempo di rintracciare quanto d’interesse. È in quel passaggio che Curciarello rappresenta la necessità che le barche seguano un percorso tale da spingersi sino in Calabria: «Devono arrivare fino a casa da noi». Un’indicazione che collega il maxi sequestro alla rotta già emersa negli altri capitoli dell’inchiesta: dalla Sicilia orientale alla Locride, lungo un asse in cui fornitori, contatti e uomini di fiducia avrebbero dovuto garantire il funzionamento del traffico. Nel dialogo, Vasta riferisce anche di imbarcazioni che, per non destare sospetti, sarebbero uscite di sera. Secondo la ricostruzione riportata nell’ordinanza, la Guardia di finanza avrebbe potuto allarmarsi nel caso in cui qualche natante fosse salpato prima del previsto. Il piano, quindi, richiedeva cautela, tempi giusti e persone considerate affidabili.
Il mare come snodo della rotta calabrese
Le conversazioni captate, secondo gli inquirenti, mostrano il livello di organizzazione e la pressione esercitata sugli indagati per non perdere una partita enorme di droga. Nelle carte di “Abisso”, dunque, emerge il mare come nuovo snodo del traffico. Un luogo da attraversare con barche, radar, uomini disponibili e punti da raggiungere. Sullo sfondo, ancora una volta, la Calabria. Ma c’è un però: il tentativo di recuperare il carico da 1.918 chili di cocaina non si sarebbe concretizzato. L’intervento della Polizia giudiziaria avrebbe, infatti, impedito che la sostanza rientrasse nei circuiti del traffico. (g.curcio@corrierecal.it)
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