Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 22:53
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 5 minuti
Cambia colore:
 

il blitz

La “banca” cinese per pagare la droga dei clan: tra i clienti anche la ’ndrina di San Gregorio d’Ippona

Il sistema con base a Prato avrebbe movimentato fino a 100 milioni l’anno. Sequestri per oltre 60 milioni

Pubblicato il: 15/06/2026 – 12:59
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
La “banca” cinese per pagare la droga dei clan: tra i clienti anche la ’ndrina di San Gregorio d’Ippona

FIRENZE Una “banca” clandestina, con base logistica a Prato, al servizio di gruppi criminali italiani e stranieri. Un sistema parallelo, capace di muovere denaro senza lasciare tracce, utilizzato per pagare all’estero le partite di droga e per riciclare capitali illeciti. Tra i clienti, secondo la ricostruzione degli investigatori, anche organizzazioni mafiose attive in Calabria, Campania e Puglia. E, in particolare, la ’ndrina Fiarè/Razionale/Gasparro, locale di San Gregorio d’Ippona, nel Vibonese.
È uno dei passaggi centrali dell’inchiesta della procura di Firenze che ha portato il gip del Tribunale fiorentino a emettere un’ordinanza cautelare nei confronti di 41 indagati, cittadini italiani, cinesi e albanesi. Le indagini sono state delegate agli investigatori del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e alla Squadra Mobile di Prato. Oltre ai provvedimenti cautelari personali e reali, sono stati eseguiti decreti di perquisizione personale, locale e informatica in Italia e all’estero, con la collaborazione delle autorità straniere agevolata dall’intermediazione di Eurojust. I reati contestati, a vario titolo, riguardano l’associazione per delinquere aggravata dall’agevolazione mafiosa e dalla transnazionalità, finalizzata al riciclaggio, al reimpiego di capitali provenienti dal commercio di droga e all’abusiva attività bancaria; l’associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti; e l’associazione per delinquere finalizzata a favorire l’ingresso illegale in Italia di cittadini cinesi.

Le misure

Per 17 indagati è stata disposta la custodia cautelare in carcere, per 16 gli arresti domiciliari, mentre altri 8 sono stati sottoposti all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Le misure sono state notificate in prevalenza in Toscana, nelle province di Prato, Pistoia e Pisa, ma anche in diversi Paesi esteri, in particolare in Spagna. Il provvedimento cautelare reale riguarda sequestri per un valore complessivo superiore ai 60 milioni di euro nei confronti di 27 indagati.

L’indagine

Secondo l’accusa, al centro del sistema ci sarebbe un cittadino cinese radicato da alcuni anni a Prato, ritenuto a capo di un gruppo organizzato operativo almeno dal 2021. La struttura avrebbe agito con schemi seriali e articolazioni in diverse località, sia in Italia sia in vari Paesi europei – Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Belgio e Olanda – per consentire a più organizzazioni criminali di effettuare pagamenti internazionali legati alle partite di narcotico senza ricorrere ad alcuna movimentazione fisica del denaro.
Il meccanismo, secondo gli investigatori, garantiva l’anonimato dei pagamenti e rendeva più difficile ricondurre le transazioni agli acquirenti della droga. A beneficiare del servizio sarebbero state in particolare organizzazioni albanesi attive nel Centro e Nord Italia nel commercio illecito di stupefacenti, ma anche gruppi qualificati di stampo mafioso operanti in Campania, Calabria e Puglia e dediti al traffico di droga su scala sovranazionale.

La “banca” e i 100 milioni

La “banca” illegale avrebbe funzionato attraverso un sistema di pagamento analogo all’hawala, metodo di tradizione islamica noto anche in Cina nella variante chop-shop. Il presunto capo della struttura, secondo gli inquirenti, poteva contare su una vasta rete di collaboratori in diversi Paesi europei e rappresentava l’anello di congiunzione tra la criminalità italiana, quella albanese operante in Italia e alcuni referenti degli interessi illeciti della comunità imprenditoriale cinese attiva a Prato. Nel corso delle indagini, la movimentazione di somme di denaro connesse al narcotraffico internazionale e ai reati fiscali attribuiti a cittadini cinesi è stata stimata in circa 80-100 milioni di euro all’anno, per almeno tre anni. La “banca” avrebbe assicurato un duplice servizio: da un lato il pagamento delle partite di droga, dall’altro transazioni in nero di merce tra aziende cinesi. Le somme per l’acquisto del narcotico venivano raccolte “a domicilio” attraverso collaboratori-corrieri. Il denaro, trasportato anche su auto con doppiofondo, veniva portato a Prato e poi consegnato, attraverso “collettori” cinesi, a un imprenditore del pronto moda, apparentemente come corrispettivo per forniture di capi d’abbigliamento. In Spagna, ma anche in Francia e Portogallo, il denaro veniva invece raccolto dai corrieri della cellula spagnola dell’organizzazione presso attività di pronto moda a gestione cinese presenti nei poli commerciali di Madrid, Siviglia, Malaga e Valencia. In questo modo, secondo la procura, il gruppo con sede a Prato avrebbe garantito per anni il pagamento di ingenti quantitativi di droga provenienti da Spagna e Olanda, riducendo il rischio che il denaro contante potesse essere intercettato dalle forze dell’ordine durante il viaggio dall’Italia verso i Paesi fornitori del narcotico. La “banca” abusiva avrebbe operato anche per narcotrafficanti italiani e albanesi, facilitando i rapporti con organizzazioni criminali, anche di tipo mafioso. Nell’elenco indicato dagli investigatori compaiono il clan Briganti di Lecce, frangia della Sacra Corona Unita, il clan campano Aquino-Annunziata e la ’ndrina Fiarè/Razionale/Gasparro, locale di San Gregorio d’Ippona.

Traffico illegale di migranti cinesi

L’inchiesta ha fatto emergere anche un secondo filone, legato al traffico illegale di migranti cinesi. Una parte del gruppo, già inserita nel sistema della “banca” clandestina, avrebbe gestito in parallelo l’ingresso irregolare in Italia di cittadini cinesi. I migranti venivano fatti arrivare dalla Cina in Serbia, Paese europeo non appartenente all’area Schengen che non richiede il visto d’ingresso per i cittadini cinesi. Una volta giunti a Belgrado, venivano accolti in strutture ricettive a gestione cinese e poi trasportati in auto verso l’Ungheria. In alcuni casi sarebbero stati costretti anche ad attraversare a piedi tratti di montagna, prima di essere recuperati e condotti in Italia attraverso la Slovenia. Le destinazioni finali erano Prato, Torino e Sommacampagna, in provincia di Verona. Un sistema che, secondo gli investigatori, esponeva talvolta i migranti a gravi rischi per la loro incolumità e consentiva all’organizzazione di incassare 9.500 euro per ogni persona introdotta illegalmente nel territorio italiano.

Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x