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’Ndrangheta in Toscana, il caso Prato e la geografia delle mafie che non segue più i confini territoriali

L’allarme del procuratore Tescaroli confermato dall’inchiesta sulla banca fantasma da 100 milioni e da un quadro consolidato. Un tema affrontato anche da Libera sulla delibera del Csm

Pubblicato il: 17/06/2026 – 19:02
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’Ndrangheta in Toscana, il caso Prato e la geografia delle mafie che non segue più i confini territoriali

Da diversi mesi il procuratore di Prato Luca Tescaroli (stasera al Festival Trame di Lamezia) insiste su un punto che, nelle sue parole, descrive meglio di altri la natura del fenomeno mafioso in Toscana: non una presenza episodica né marginale, ma una capacità di infiltrazione stabile nei circuiti economici, che si adatta ai territori e li attraversa senza bisogno di controllo militare. Un allarme che torna oggi con forza alla luce della recente operazione della Direzione distrettuale antimafia di Firenze dello scorso 15 giugno e che si innesta su un quadro investigativo ormai stratificato. È proprio alla vigilia di quell’operazione che Tescaroli aveva ribadito come la Toscana rappresenti un’area esposta non per debolezza istituzionale, ma per forza economica: distretti produttivi solidi, filiere dense, flussi commerciali continui. Un contesto in cui le organizzazioni criminali non si impongono, ma si inseriscono.

La maxi operazione del 15 giugno: la rete globale dei pagamenti illeciti

La conferma è arrivata appunto il 15 giugno scorso, quando il Gip del Tribunale di Firenze ha disposto una misura cautelare nei confronti di 41 persone, italiane, cinesi e albanesi, contestando associazione per delinquere di tipo mafioso, traffico internazionale di stupefacenti, riciclaggio e immigrazione clandestina. Gli indagati sono distribuiti su tutto il territorio nazionale e ramificazioni anche all’estero, in particolare in Spagna. Secondo gli inquirenti, il gruppo (attivo almeno dal 2021 e radicato nell’area di Prato) avrebbe costruito un sistema internazionale di pagamento per il narcotraffico e per transazioni economiche opache, garantendo la circolazione di denaro senza tracciabilità e senza movimentazione fisica. Attraverso questo schema, organizzazioni albanesi e gruppi mafiosi operanti in Campania, Calabria e Puglia avrebbero potuto regolare partite di droga su scala internazionale senza passaggi bancari ufficiali. All’interno dello stesso impianto investigativo è emerso anche il capitolo dell’immigrazione clandestina dalla Cina, gestita lungo la rotta balcanica.
Ma il dato più significativo dell’indagine è forse un altro: la scoperta di una banca fantasma capace di muovere tra gli 80 e i 100 milioni di euro l’anno. Un circuito finanziario parallelo, costruito sul modello hawala (noto in Cina come “chop-shop”) completamente privo di tracciabilità. Il sistema operava attraverso reti di intermediari e corrieri del denaro attivi tra Italia, Spagna, Francia e Portogallo, intercettando sia i proventi del narcotraffico sia i flussi economici in nero del distretto tessile di Prato e del pronto moda tra Italia e penisola iberica. Secondo la Dda di Firenze, il meccanismo garantiva servizi finanziari sia per il traffico di droga sia per il commercio illecito di merci, con elevata professionalità e pericolosità. Il Gip ha ravvisato anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, con beneficiari riconducibili al clan Briganti di Lecce (Sacra Corona Unita), alla ’ndrina Fiare-Razionale-Gasparro di San Gregorio d’Ippona (nel Vibonese) e al clan camorristico Aquino-Annunziata.

Prato, laboratorio di sistemi criminali sovrapposti

In questo scenario Prato emerge ancora una volta come nodo centrale. Non solo per la presenza di criminalità economica cinese, ma per la sovrapposizione di sistemi criminali differenti che trovano nel distretto tessile un terreno comune. Un ecosistema in cui economia legale, lavoro irregolare e circuiti illeciti tendono a sovrapporsi fino a diventare difficilmente distinguibili. È in questo contesto che si inserisce un dato che la Dda di Firenze considera ormai strutturale: la possibile interazione tra gruppi criminali cinesi e soggetti riconducibili alla ’ndrangheta, soprattutto nei settori del riciclaggio e della logistica.

Un fenomeno che si stratifica: dal 2013 a oggi

Dalla Lucchesia alla Versilia, da Prato a Pistoia, i cognomi delle cosche calabresi (Alvaro, Bellocco, Facchineri, Farao-Marincola, Gallace, Iamonte, Mancuso, Nirta, Raso) ricorrono da anni in numerose indagini. Già nel 2018 il rapporto della Scuola Normale di Pisa commissionato dalla Regione Toscana indicava la presenza di 78 clan attivi o in contatto con il territorio, quasi la metà riconducibili alla ’ndrangheta. Un dato che si inserisce in una storia investigativa lunga almeno quindici anni: dagli arresti del 2013 tra Lucca e Pistoia legati ai Facchineri, ai traffici internazionali ricostruiti dalla Dda di Genova nel 2014 con basi in Lunigiana e Versilia riconducibili agli Alvaro. Tra il 2017 e il 2018, in inchieste come Becco d’Oca, Martingala e Vello d’Oro, Guardia di finanza e Dia hanno ricostruito un sistema di relazioni tra famiglie mafiose come Nirta, Araniti e Piromalli e imprese toscane attive nell’acciaio, nell’edilizia e nella grande distribuzione. Il valore dei sequestri ha superato i 100 milioni di euro.
Negli anni successivi il baricentro si è progressivamente spostato: non più controllo militare del territorio, ma penetrazione nei circuiti economici. L’operazione Keu-Calatruria del 2021 ha segnato un passaggio decisivo, evidenziando infiltrazioni nei settori dei rifiuti e dell’edilizia, seguite da ulteriori filoni investigativi su traffici illeciti e smaltimento di materiali pericolosi. La criminalità organizzata si inserisce nei punti di maggiore fluidità del sistema economico, rendendo sempre più difficile distinguere tra attività lecite e illecite.

Tescaroli, la Toscana e la lettura che si allarga oltre i confini tradizionali

Il procuratore di Prato Luca Tescaroli ha più volte ribadito che la Toscana è «territorio di conquista» per le mafie, proprio per la forza dei suoi distretti produttivi. «Le organizzazioni criminali si inseriscono dove trovano opportunità economiche e fragilità normative», ha spiegato, sottolineando come la natura del fenomeno non sia più riconducibile a modelli territoriali rigidi ma a dinamiche economiche diffuse.
Una lettura che trova riscontro nella storia investigativa degli ultimi anni in Toscana, dove la presenza della ’ndrangheta non si manifesta come occupazione del territorio, ma come progressiva integrazione nei circuiti economici: dalle inchieste sui traffici internazionali alle infiltrazioni nei settori produttivi, fino ai sistemi di riciclaggio che attraversano distretti industriali come quello pratese.

La geografia delle mafie e il dibattito di Libera

È in questa stessa direzione che sembra inserirsi alla perfezione la recente posizione di Libera in relazione alla recente delibera del CSM dell’11 giugno, che individua le procure distrettuali in aree ad alta densità mafiosa concentrandole soprattutto nel Sud Italia. Secondo l’associazione, una lettura di questo tipo rischia di risultare parziale rispetto all’evoluzione reale del fenomeno, che oggi si esprime sempre meno attraverso confini geografici e sempre più attraverso reti economiche e finanziarie diffuse. Non a caso, proprio la Toscana viene indicata nei dati e nelle analisi richiamate da Libera come uno dei territori in cui le dinamiche mafiose emergono attraverso strumenti non violenti ma strutturali: interdittive antimafia, segnalazioni UIF, procedimenti per riciclaggio e la presenza di imprese coinvolte in inchieste su infiltrazioni e reimpiego di capitali illeciti. Un quadro che si sovrappone alle evidenze investigative emerse negli ultimi anni anche nell’area di Prato e più in generale nel sistema produttivo regionale, dove economia legale e circuiti opachi tendono a intersecarsi con crescente continuità. Per questo l’associazione ha annunciato iniziative pubbliche in diverse città con lo slogan: “Le mafie sono anche qui. I dati lo dicono”, richiamando la necessità di leggere il fenomeno non più secondo una geografia tradizionale, ma attraverso la sua effettiva capacità di adattamento ai contesti economici. (f.v.)

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