Vannacci “canta” Futura di Dalla e abolisce i femminicidi (ma non le figuracce)
«Dal palco di Futuro Nazionale il cortocircuito politico e culturale è servito»

Direttamente dal palco della sua neonata creatura politica, Futuro Nazionale, l’europarlamentare ed ex generale Roberto Vannacci, ha finalmente squarciato il velo dell’ipocrisia progressista pronunciando il “dogma” definitivo: «Il femminicidio non esiste». Non c’è che dire, trattasi di una vera e propria svolta epocale nel campo della criminologia, della sociologia e della logica elementare. Una dichiarazione “d’avanguardia futurista” che cancella con un solo colpo di spugna anni di dibattiti parlamentari e non, di ricerche, statistiche del Viminale e, per non farsi mancare nulla, persino di leggi votate dalla sua stessa maggioranza. D’altronde, perché farsi tediare dai dati quando si ha a disposizione il dono della sintesi militare? Secondo l’ex alto ufficiale, la parità di genere si ottiene abolendo le parole. Uomini e donne sono uguali, “quindi considerare più grave un reato in base alla vittima è un’assurdità”. L’equazione è geometrica, quasi da caserma: se un uomo uccide la propria compagna perché la considera una sua proprietà privata irrinunciabile, non siamo di fronte a una stortura culturale di retaggio patriarcale. Assolutamente NO! Si tratta semplicemente di un “omicidio tra pari”, un normale diverbio condominiale finito un pochino peggio delle solite scenate. La colpa di questa inutile ansia collettiva per le donne uccise sarebbe, secondo le sue teorie, dell’uomo debole. Non dell’uomo forte e fiero del patriarcato – che, com’è noto, distribuiva solo sani valori e rassicuranti ceffoni pedagogici – ma dell’uomo moderno, debole, fragile, incapace di gestire l’abbandono. In pratica, la violenza non è figlia del possesso, ma di un deficit di addestramento militare del maschio italico. Immaginiamo allora come cambierà il mondo applicando questo rigido protocollo della semplificazione linguistica: se le donne vengono oggettivate, la colpa non è della cultura patriarcale. È colpa delle imprenditrici che fanno le pubblicità alle saponette mostrando pelle nuda. Il cortocircuito è perfetto: l’uomo uccide perché è debole, ma la colpa della sua debolezza è comunque di una donna che vende bagnoschiuma. Poiché il femminicidio non esiste, in caso di tragedia basterà presentare un certificato medico che attesti che l’assassino non era un prevaricatore, ma solo uno che non ce l’ha fatta a superare un categorico rifiuto. Un reato di serie “B” dettato da eccessiva sensibilità emotiva. Mentre l’intera classe politica – da destra a sinistra – si lancia nel consueto coro di critiche bipartisan, lo zoccolo duro dei sostenitori applaude calorosamente in sala, con un intrinseco desiderio di farlo con il nostalgico saluto romano. Un tocco di squisita ironia poetica per chi, del futuro, sembra avere una visione ferma a un rassicurante e cameratesco ventennio. Ma il vero colpo di genio della serata, autentico coup de théâtre, la perla che ha elevato l’evento da comizio di provincia a un vero e proprio capolavoro teatrale è arrivata dal mixer audio. Per accompagnare la nascita di Futuro Nazionale, lo staff del generale ha pensato bene di diffondere nelle casse le note di “Futura”, uno dei numerosi capolavori dell’indimenticabile Lucio Dalla. Un cortocircuito logico e culturale che merita una medaglia al valore della gaffe. Una canzone nata a Berlino Est, davanti al Muro, che parla di speranza, di superamento dei confini e di un futuro libero dalle gabbie ideologiche. Praticamente l’esatto opposto del sovranismo identitario e nostalgico del generale: Lucio Dalla, ovvero un artista iconico, geniale, fieramente anticonformista e dichiaratamente omosessuale; Vannacci, l’uomo che ha costruito una carriera politica scrivendo libri contro la “lobby Lgbtq+” e i “non normali”, che sceglie come colonna sonora della sua ascesa proprio l’opera di uno dei più grandi simboli della cultura più emancipata d’Italia. Semplicemente “quasi geniale” se non fosse stata una scelta dettata da un’ignoranza talmente crassa da non riuscire a comprendere neanche il testo e la storia di una canzone pur scritta e cantata in italiano. Alla fine, un dubbio resta per noi comuni mortali che ci sforziamo di rimanere ancorati alla realtà: smettere di chiamare le cose con il loro nome salverà davvero qualcuno? Probabilmente no, ma permetterà a molti “uomini veri” di dormire sonni tranquilli, fieri di vivere in un Paese dove non esiste il femminicidio. Esistono solo donne sfortunate che hanno incontrato uomini troppo emotivi. (redazione@corrierecal.it)
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