Maestrale, il peso della “caddara” sul maxiprocesso. Il locale di Zungri e la nuova condanna a “Peppone” Accorinti
Oltre a quello del boss Luigi Mancuso, spicca anche il suo nome nella sentenza. Ritenuto tra i boss più potenti della provincia, è stato condannato a 12 anni di carcere

VIBO VALENTIA Non solo quello di Luigi Mancuso, boss indiscusso della ‘ndrangheta vibonese, ma c’è un altro nome che spicca nelle sentenze contro il “crimine” di Vibo Valentia. È quello di “Peppone” Accorinti, all’anagrafe Giuseppe Antonio (cl.’59), ritenuto capo indiscusso del locale di Zungri e al vertice di uno dei più potenti e sanguinari clan della provincia vibonese. Anche il suo nome figura tra i principali destinatari di una condanna nella sentenza di Maestrale-Olimpo-Imperium, pronunciata dal Tribunale di Vibo Valentia lo scorso 1 luglio. Un verdetto “divisivo” dato l’alto numero di assoluzioni, ma con il peso di alcune condanne che blindano il lavoro della Dda di Catanzaro. Il collegio giudicante, composto da Rossella Maiorana, Luca Brunetti e Rosamaria Pisano, ha inflitto una pena di 12 anni e 7 mesi al presunto boss di Zungri, al quale venivano inizialmente contestati 16 capi d’imputazione: solo in 6 di questi è stato ritenuto – in primo grado – responsabile, mentre per i restanti 10 è stato assolto.
La “caddara” e la richiesta della Dda
Nel corso della requisitoria, i pubblici ministeri della Dda Annamaria Frustaci, Irene Crea e Andrea Buzzelli, avevano chiesto una condanna più severa, pari a 18 anni di reclusione. Secondo l’impianto accusatorio, Accorinti avrebbe fatto parte della “caddara”, una sorta di “calderone” legato ai Mancuso in cui sarebbero confluiti alcuni dei più importanti esponenti della ‘ndrangheta vibonese, come indicato dal collaboratore di giustizia Andrea Mantella. Fu quest’ultimo a delineare la caratura criminale di “Peppone”: «Non c’è trippa per gatti, comanda lui, comanda Peppe Accorinti, non c’è nessuno in quella zona, signor procuratore, senza dubbio, assolutamente» rispose il pentito in una delle udienze di Rinascita Scott. La zona a cui fa riferimento è, ovviamente, Zungri, per anni indicato come feudo del clan Accorinti, ma con ramificazione sul territorio «della zona di Monte Poro, la fascia costiera da Parghelia a Vibo Marina e nell’entroterra fino a Filandari e Mesiano». Dall’inchiesta emergono anche i rapporti intessuti dal locale di Zungri con le cosche limitrofe di Limbadi e Mileto.
Un processo dibattimentale “complicato”
Un’egemonia criminale, quella di Accorinti, esercitata principalmente attraverso estorsioni e intimidazioni, i reati cardine per i quali è stato condannato in questo primo grado del processo Maestrale. La sentenza arriva al termine di un processo dibattimentale “complicato”, in cui Accorinti, nel corso delle udienze, ha più volte denunciato «condizioni inaccettabili» all’interno del carcere in cui è detenuto, lamentando problemi nelle visite dei famigliari e rendendosi anche protagonista di un episodio controverso con un avvocato d’ufficio, che nel mezzo del dibattimento ha rinunciato al suo incarico.
La duplice condanna in Rinascita Scott
Già coinvolto anche nella maxinchiesta Rinascita Scott del 2019, Accorinti aggiunge un’ulteriore pesante condanna a quelle già ricevuta in passato. Tra tutte i 30 anni di reclusione (gli stessi di Luigi Mancuso) inflitti nel processo con rito ordinario, giunto a sentenza d’appello lo scorso novembre, e altri 30 anni nel filone relativo agli omicidi. Accorinti è infatti ritenuto responsabile, insieme a Saverio Razionale, del duplice omicidio di Antonio Lo Giudice e Roberto Soriano risalente al 6 agosto 1996. In primo grado, i giudici avevano inflitto la pena dell’ergastolo, poi ridimensionata a 30 anni per l’esclusione dell’aggravante della premeditazione. Soriano, vero obiettivo dell’agguato, sarebbe stato «torturato e ucciso» con il corpo fatto sparire per via di precedenti attriti che erano confluiti in tentati omicidi reciproci. Con la condanna a 12 anni e 7 mesi, in primo grado, di Maestrale per “Peppone” Accorinti si aggiunge un ulteriore tassello nella parabola giudiziaria. (m.russo@corrierecal.it)
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