Bergamini, Pugliese: «È morto dissanguato, non soffocato»
Nella discussione finale davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, l’avvocato ha contestato le conclusioni dell’accusa, ha messo in discussione la prova scientifica e ha chiesto l’assoluzio…

CATANZARO «Il professore Avato, il primo a effettuare l’autopsia nel 1990, ha sempre detto che il cuore di Bergamini era vuoto e che Denis è morto per dissanguamento, non per soffocamento». È uno dei passaggi della lunga arringa di Angelo Pugliese, difensore di Isabella Internò, pronunciata oggi davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, dove si celebra il processo di secondo grado sulla morte di Denis Bergamini, l’ex calciatore del Cosenza deceduto il 18 novembre 1989 a Roseto Capo Spulico.
L’udienza è stata dedicata alle arringhe della difesa di Isabella Internò, condannata in primo grado a 16 anni di reclusione, chiamata a replicare alle conclusioni della Procura generale e della Procura di Castrovillari che, nel maggio scorso, ha chiesto di aumentare la pena dell’imputata a 23 anni di reclusione. Prima di Pugliese era intervenuto l’altro difensore, Cataldo Intrieri, sostenendo che «questo è un processo tossico» e che «la sentenza va rasa al suolo».
Presenti in aula anche il marito di Isabella Internò Luciano Conte, Donata Bergamini, sorella di Denis, insieme agli ex compagni di squadra Gigi Simoni e Alberto Urban. Per la parte civile era presente Silvia Galeone, anche in rappresentanza di Fabio Anselmo e Alessandra Pisa.
La sentenza, con eventuali repliche, è stata fissata per il 17 novembre prossimo.
«Trentasette anni di processo»
Pugliese, nella sua arringa, è tornato su molti dei temi già affrontati nella discussione finale del primo grado che ha portato alla condanna di Isabella Internò. «Il 17 novembre, quando si arriverà a sentenza – ha esordito – saranno passati 37 anni dai fatti. Trentasette anni di un processo strano. Questa è una vicenda che nasce come suicidio e, all’inizio, resta tale, tant’è che i familiari non chiedono neanche l’autopsia. Perché non lo chiedono?».
L’avvocato ha ripercorso l’intera vicenda, dai primi anni dell’inchiesta al processo nei confronti dell’autista del camion Raffaele Pisano, fino alle successive riaperture delle indagini e a quella del 2017 che ha portato al dibattimento.
«Una delle stranezze di questo processo – ha evidenziato – riguarda le intercettazioni di Isabella Internò dal 2011 in poi». Pugliese ha poi richiamato l’altro procedimento aperto dalla Procura di Castrovillari nei confronti del cugino di Isabella Internò, Dino Pippo. «A cosa serviva? – ha chiesto – Di certo a intercettare l’imputata».
L’avvocato è quindi tornato sulla nullità della riapertura delle indagini, sostenendo che «le consulenze tecniche risultate determinanti nel caso Bergamini sono pareri che non possono essere utilizzati». Successivamente ha distribuito ai giudici un fascicolo relativo a quella che ha definito «l’ennesima anomalia»: lo scambio di e-mail tra l’assistente dell’ex procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla, e il legale di parte civile Fabio Anselmo, avvenuto prima della riapertura delle indagini: «C’è stata una violazione del segreto istruttorio. Il pm non doveva comunicare che stava per effettuare un accertamento tecnico irripetibile. Il pubblico ministero deve essere equidistante e, in questa vicenda, non è avvenuto».

La prova scientifica
«Come ha detto l’avvocato Intrieri – ha proseguito Pugliese – questo processo si basa sulla prova scientifica. Ma come dobbiamo valutarla? Sappiamo che la glicoforina A è una proteina che, secondo alcuni studi sperimentali, serve a stabilire se determinate lesioni su un cadavere siano state prodotte prima o dopo la morte. Uno dei principali studiosi di questa tecnica è la dottoressa Cristina Cattaneo, che si sta occupando anche del caso Garlasco. Cattaneo ha detto che, a distanza di 15 giorni dalla morte, i risultati ottenuti con la glicoforina A possono avere una certa validità, ma che dopo 180 giorni non c’è più certezza».
Richiamando il caso Benusiglio, il procedimento giudiziario relativo alla morte di Carlotta Benusiglio, la stilista milanese trovata impiccata il 31 maggio 2016 a Milano, Pugliese ha aggiunto: «Quello che sostiene il professor Fineschi sulla glicoforina non ha alcun pregio probatorio, lo dice la Corte d’Appello di Milano. Il professor Ricci, che appartiene alla sua scuola, parla di una tecnica sperimentale».
L’avvocato ha quindi distribuito un secondo fascicolo alla Corte, sostenendo che «Bergamini sia stato sormontato dal camion di Pisano due volte. Pisano fa retromarcia e schiaccia il corpo. Quindi, in questo caso, che la glicoforina si colori oppure no non è rilevante. Il professor Francesco Maria Avato ci ha sempre detto che Bergamini è morto per dissanguamento e non per soffocamento. Avato dice che il cuore di Bergamini era vuoto. Sul cadavere, inoltre, non c’era alcun segno sul collo o sui denti. Nessuna lesione da difesa».
Il movente
«Visto che siamo al Sud – ha detto ironicamente Pugliese – visto che siamo a Cosenza, visto che Isabella Internò non apparteneva a una famiglia di categoria alta, Bergamini sarebbe stato ucciso per vendetta. Ma la verità è che in questo dibattimento abbiamo solo elementi a favore dell’imputata».
Secondo il difensore, «la sentenza di primo grado individua in Tiziana Rota la persona che fornisce il movente dell’omicidio. Ma Rota è una donna che si è rivolta a una medium, la quale le avrebbe detto che Bergamini fu ucciso vicino a una stazione ferroviaria e le avrebbe anche consigliato di non farsi coinvolgere nella vicenda. Rota dice di aver capito subito che era stata Isabella a uccidere Bergamini, ma allora perché la invitò a casa sua dopo la morte di Denis? Tiziana Rota, per compiacere Donata Bergamini, si è inventata tutto».
Pugliese ha poi ricostruito le dichiarazioni di Isabella Internò, mettendole a confronto con quelle dei testimoni che, a suo dire, «confermano la versione dell’imputata». Il legale è tornato anche su quanto sarebbe accaduto al Motel Agip il giorno della morte di Bergamini. «Dopo vent’anni Michele Padovano ci viene a raccontare che Bergamini ricevette una telefonata in camera, ma la verità, come riferito in precedenza dallo stesso Padovano e da altri testimoni, è che fu Bergamini a effettuare una telefonata dal centralino della hall del Motel».
E ancora: «La maschera del cinema Garden e il tifoso Fabio Gigliotti hanno dichiarato di aver visto Bergamini uscire da solo dal cinema. Una tesi confermata anche dalle sorelle Dodaro, amiche di Isabella Internò. Denis e Isabella si dirigono poi insieme a Roseto Capo Spulico, una meta scelta da Denis, che frequentava spesso quel luogo, e non da Isabella, che invece non lo conosceva».
Pugliese ha quindi richiamato le testimonianze di chi, in primo grado, ha riferito di aver visto Bergamini al centro della carreggiata della statale 106 poco prima della morte.
Ha ricordato le deposizioni di Mario Panunzio, che ha dichiarato di aver accompagnato Isabella Internò in un bar per consentirle di effettuare alcune telefonate dopo la morte di Bergamini, e della moglie: «Dicono che quando sono arrivati sul posto non c’era nessuno».
Infine si è soffermato sul camionista Francesco Forte, la cui testimonianza è stata ritenuta rilevante nel processo di primo grado: «Possiamo credere alla sua versione? Ci ha raccontato che tra lui e il camion di Pisano c’erano diverse automobili. Ha detto che, quando è arrivato dietro il camion di Pisano, sul posto c’era già altra gente. Quindi non è vero che Forte fosse solo. Ha inoltre riferito di aver visto una ragazza bionda disperata insieme a due uomini sul lato opposto della carreggiata. Ma Forte non cita mai Internò: non è lui a fare questo collegamento».
«Perché si è suicidato?»
«Perché Denis Bergamini si è suicidato? – ha affermato Pugliese – Non tocca a me dirlo e non tocca dirlo neppure a Isabella Internò. Non so se toccasse a qualcuno che non ce l’ha fatto sapere».
A questo punto l’avvocato ha letto un passaggio del libro di Carlo Petrini, Il calciatore suicidato, pubblicato nel 2001. Petrini, scomparso nel 2012, nel volume sosteneva che la morte di Bergamini fosse avvenuta per mano della criminalità locale. «Si tratta di un dialogo tra Michele Padovano e Domizio Bergamini, padre di Denis. Padovano disse a Domizio che Denis era stato “uno stronzo, perché se mi avesse detto dei suoi casini, io avrei parlato con un personaggio importante che lo avrebbe aiutato”».
In chiusura, Pugliese si è rivolto alla Corte: «Sono 37 anni che questo processo va avanti. Trentasette anni che risorge. Vi chiedo di analizzare le carte, di leggere il contenuto della mia discussione. Vi chiedo di uccidere questa araba fenice e di assolvere Isabella Internò». (fra.vel.)
Nella foto di copertina l’avvocato Angelo Pugliese
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